Apriamo una breve parentesi di contesto. L’Italia in quegli anni dominava il calcio europeo, la Serie A era il top a cui un calciatore poteva ambire. La globalizzazione era appena iniziata, i danni che avrebbe causato erano ancora di là da venire. Di conseguenza, il campionato di calcio italiano era veramente italiano, i calciatori che vi giocavano era prevalentemente italiani, le squadre di calcio erano in mano ad industriali italiani. Con i nostri calciatori e con i nostri imprenditori, che mettevano i soldi, eravamo i migliori: lo possiamo dire con orgoglio. Ma, soprattutto, il calcio era di tutti e alla portata di tutti: non c’erano ancora le pay tv: le partite che si potevano vedere in tv erano poche, solo quelle di cartello (come i campionati mondiali ed europei di calcio, le fasi finali delle coppe europee), ed erano tutte in chiaro. Se non ti recavi allo stadio (“al campo”, come si diceva nel meridione, vocabolo che testimoniava la vicinanza che c’era tra la gente ed il calcio) le partite del campionato italiano le potevi solo seguire in radio, tramite lo storico programma RAI “Tutto il calcio minuto per minuto”. Gli stadi erano comunali, i biglietti costavano poco; le fasce benestanti della popolazione tendenzialmente si tenevano lontane dagli stadi e dal calcio, anche per via del problema della violenza negli stadi (non era ovviamente tutto oro ciò che luccicava). Tutte le partite della Serie A si disputavano in contemporanea la domenica alle ore 15:00 e accompagnavano come una sana liturgia laica i pranzi domenicali in famiglia, caratterizzati dai costanti sfottò tra parenti di diversa fede calcistica. E ultimo, e non meno importante: il calcio si giocava per strada e negli oratori, questi ultimi sono stati per decenni una fucina di grandi campioni. Gli osservatori delle squadre di calcio giravano frequentemente per gli oratori alla ricerca di possibili futuri campioni. Il calcio quindi era un modo tramite cui la povera gente poteva sentirsi parte di una comunità. Se avevi talento potevi diventare un grande campione, anche se non avevi i soldi. Le condizioni di partenza tra ricchi e poveri, almeno nel calcio, erano le stesse. Anzi, erano più a favore dei poveri. L’esatto contrario di quanto avviene oggi.
Lasciamo lo sfondo e torniamo alla figura in primo piano: la storica finale con cui abbiamo aperto il post. Dicevamo che l’Italia dominava il calcio con le squadre di club, mancava però la ciliegina sulla torta: una vittoria importante della Nazionale italiana. Ed il 17 luglio del 1994 il momento di mettere tale ciliegia sembrava essere arrivato. Davanti abbiamo il Brasile. Sollevare la coppa del mondo dopo aver battuto il Brasile in finale sarebbe l’apoteosi calcistica, il sogno da bambino di intere generazioni. La storia quindi sembra aver apparecchiato tutto per il grande finale. Bisogna “solo” superare l’ultimo ostacolo che, tuttavia, è tutt’altro che agevole: il temibile Brasile di Romario e Bebeto, formidabile coppia d’attacco.
Romario era uno dei pochi grandi campioni a non aver ancor calcato i campi della Serie A, e siccome al tempo non si poteva andare su YouTube per conoscere meglio i calciatori di altri paesi, nell’immaginario calcistico italiano egli era una sorta di extraterrestre, temuto e poco conosciuto allo stesso tempo. A dir il vero, il Milan lo aveva affrontato qualche mese prima, in un’altra storica partita, la finale di Coppa dei Campioni, vinta con un roboante 4-0 contro il Barcellona, squadra in cui Romario militava al tempo. Tale vittoria aveva contribuito a ridimensionarne l’aurea di giocatore quasi invincibile. Il Brasile però non era solo Romario, era una squadra piena di zeppa di grandi calciatori, come sempre è stato il Brasile.
La finale non la disputiamo nelle migliori condizioni. Baggio e Baresi, i nostri migliori calciatori sono acciaccati. Baresi è reduce da un intervento al menisco, Baggio non ha ancora recuperato completamente da un infortunio muscolare contratto nella semifinale contro la Bulgaria. In aggiunta, le condizioni climatiche sono avverse, la gara viene disputata in USA all’ora di pranzo (in piena estate!) per poter essere vista in Europa di sera, per via del fuso orario. Per gli USA il calcio è niente più che folklore, per gli europei invece è una cosa seria. La partita è tesa, entrambe le squadre si temono. Le occasioni da gol da ambo le parti sono poche. E quelle poche vengono sprecate malamente, segno che la tensione ed il caldo asfissiante sono i veri protagonisti. A sorpresa, un Baresi non più giovanissimo disputa una delle migliori partite della sua carriera, è un muro quasi invalicabile per gli attaccanti avversari. Baggio invece appare più sottotono, in linea tuttavia con una partita ostica per gli attaccanti di entrambi gli schieramenti.
I tempi regolamentari finiscono sul risultato di 0-0. Altri 30’ di tempi supplementari non cambiano le sorti della partita.
Si va ai calci di rigore.
Quattro anni prima avevamo perso la semifinale dei mondiali contro l’Argentina ai calci di rigore. Questa volta andrà diversamente, è l’auspicio di tutti gli italiani. Entrambe le squadre sbagliano il primo calcio di rigore. Noi però lo sbagliamo con Baresi, non certamente il nostro miglior rigorista, ma pur sempre il nostro capitano. Non un bel segnale sul piano psicologico per noi, ed inevitabilmente un incoraggiamento per gli avversari, che infatti non sbaglieranno più un calcio di rigore. Noi purtroppo ne sbaglieremo altri due, l’ultimo lo sbaglierà proprio il nostro giocatore più iconico, Roberto Baggio, colui che con il suo talento ed i suoi gol ci aveva portato in finale. Niente ciliegina sulla torta, niente apoteosi. Il campionato del mondo di calcio finisce qui, lo vince il Brasile, dice sommessamente Bruno Pizzul, la storica voce che accompagnava le partite di calcio della Nazionale in quegli anni.
Gli eroi non sempre muoiono lasciando in eredità un lieto fine, ma muoiono sempre restando in piedi.
The man who died standing.
L’uomo che morì restando in piedi, scriveranno di Roberto Baggio gli inglesi che in quegli anni amavano tantissimo il nostro calcio e, in modo particolare, il divin codino.

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