Il modo in cui Dio manifesta la propria gloria è diametralmente opposto al modo in cui lo fa l’uomo. Per l’uomo la parola “gloria” è associata a fama, ricchezza, benessere, bellezza, ecc. Fino a quando non ci si spoglia di una tale idea di gloria, passando per il fuoco della croce, non si può comprendere il Vangelo. Anche gli Apostoli avevano una concezione mondana della gloria: infatti, prima di passare attraverso la notte oscura della croce, speravano di ricevere da Gesù fama, benessere e un posto nel mondo.
Nella Trasfigurazione di Gesù, i discepoli si soffermano - come tutti noi quando leggiamo questo passo del Vangelo - su quella che a prima vista sembra essere la manifestazione della gloria di Dio: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Pietro in modo genuino subito afferma: è bello per noi essere qui, facciamo delle capanne e restiamoci! Ma non fa nemmeno in tempo a terminare la frase che la situazione cambia nettamente: Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: – Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
Ecco la gloria di Dio!
La visione piacevole a cui assistono inizialmente i discepoli è un dolce unguento che serve a rendere la manifestazione di Dio meno traumatica. Tutte le volte che nel Nuovo o nell’Antico Testamento Dio manifesta la propria gloria, gli uomini reagiscono cadendo a terra prostrati e spaventati. Il Signore però subito li rimette in piedi, non devono rimanere per terra. Quindi ciò che ci spaventa e ci prostra è manifestazione della gloria di Dio. Se abbiamo fede, cioè se ascoltiamo la voce del Signore, Egli ci rialzerà dopo averci prostrati. Anche Maria reagisce con turbamento e paura all’annuncio dell’Angelo. Non sappiamo cosa Maria abbia visto, il Vangelo non ce lo dice, perché non è importante ciò che Maria ha visto ma ciò che ha ascoltato. Dio infatti non può essere visto, ma solo ascoltato, perché chi vede Dio muore, nel senso che quando saremo pronti per vedere Dio la nostra storia sarà finita. Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo, dice Dio a Mosè nel libro dell’Esodo. Fino ad allora Dio deve essere ascoltato e non visto, perché se abbiamo bisogno di segni visibili la nostra fede è ancora molto debole. È debolissima infatti la fede di Tommaso quando chiede al Crocifisso Risorto di poter vedere e toccare i segni dei chiodi. “Se non vedo non credo”, dice Tommaso; Gesù non si indispettisce e prende sul serio la richiesta di Tommaso mostrandogli i segni dei chiodi. Tale visione tuttavia non serve a rinforzare la fede di Tommaso ma, al contrario, a dimostrargli proprio la mancanza di fede; infatti Gesù spegne subito l’entusiasmo che Tommaso prova dopo aver visto e toccato le ferite di Gesù: Adesso credi? Beati quello che non vedono e credono. Che tradotto significa: al momento caro Tommaso tu non puoi essere ancora beato, perché hai bisogno di vedere e di toccare, cioè hai ancora bisogno della gioia che viene dai cinque sensi. La visione beatifica di cui godono gli Angeli e i Santi del Paradiso ci sarà data in dono proprio quando la nostra fede sarà così matura da non aver più bisogno di essere mossa e toccata dai sensi. Nella presentazione di Gesù al Tempio, Simeone prima ha creduto e poi ha visto, prima ha compiuto ciò che lo Spirito Santo gli ha suggerito e poi ha visto Dio. Non il contrario. Quindi l’unico senso che deve essere “toccato” da Dio è l’udito, attraverso la sua Parola. La fede non ha bisogno di altro se non dell’ascolto della Parola di Dio; non ha bisogno di immagini, non ha bisogno di sentimenti, non ha bisogno di segni visibili, ecc.
Dobbiamo allora rimuovere le immagini dei santi e di Maria dalle Chiese? No, certamente. Ma se per pregare - cioè se per restare in ascolto silenzioso di Dio e della sua Parola abbiamo bisogno di immagini che non siano quella del Cristo Crocifisso, allora la nostra fede è ancora debole. E la debolezza non è vergogna, a condizione però di chiedere a Dio e alla corte celeste di venire in nostro soccorso. Ciò che ci allontana da Dio non è la nostra debolezza ma il voler mettere le tende nelle nostre fragilità, esattamente come vorrebbe fare Pietro. Dio non gli fa nemmeno finire la frase che subito lo scuote.
Mai fare delle nostre debolezze dei rifugi confortevoli! Questo è il peccato: accontentarci di un lettuccio per le nostre paralisi, quando siamo fatti per camminare insieme con Dio nella libertà e nella dignità dei figli di Dio. Tutte le volte che ci accontentiamo di un lettuccio, il Signore ci scuote con la frase che si sente rivolgere il paralitico di Betzaetà: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina! Che, nella sostanza, è la stessa frase che si sente rivolgere Abramo e chiunque voglia davvero seguire Cristo: Vattene dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre!
La manifestazione della gloria di Dio, tuttavia, non è solamente caratterizzata dall’esperienza di udire la sua voce, ma di sentirla dalla nube, cioè di sentirla durante un’esperienza di dolore: Ed ecco una voce dalla nube che diceva: – Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Quindi Parola e dolore, ovvero Cristo e la croce sono la manifestazione della gloria di Dio.
Non c’è altro. O meglio, c’è altro. C’è la Resurrezione. Ma solo come dono di Dio per quanti cercano Cristo Crocifisso. La Resurrezione non è la prima cosa che dobbiamo cercare, prima di tutto dobbiamo cercare Cristo Crocifisso, che è il più grande dono di Dio. Le donne che fanno esperienza della Resurrezione - prime tra i discepoli - si recano al sepolcro non per il Risorto ma per cercare il Crocifisso, e infatti si sentono rivolgere dall’Angelo queste parole: Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui (Mc 16,6).
Dobbiamo poter dire con San Paolo che per noi non c’è altro vanto che nella croce di nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è crocifisso per noi e noi per il mondo. Nella profonda convinzione che su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come dice l’Apostolo.
Infatti, quale più grande dimostrazione d’amore di un Dio che si fa vittima della sua stessa gloria, di un Dio che subisce dolorosamente la propria gloria come la subiamo noi uomini, noi giustamente a causa dei nostri peccati ed Egli invece per un atto di puro e volontario amore nei nostri confronti?
E se Dio è talmente vicino all’uomo da cadere con l’uomo, soffrire con l’uomo, sprofondare agli inferi insieme all’uomo, chi o cosa potrà mai separarci dall’amore di Dio?
Questa è la grande speranza cristiana che si sprigiona dalla croce! La croce contiene già in sé, nella figura di Cristo, la propria trasfigurazione, la propria resurrezione e la propria speranza.
Non dobbiamo andare alla ricerca di altro.
Nessun commento:
Posta un commento