L’amore infatti stimola una certa dose di dipendenza. Ciò è inevitabile, la dipendenza rende possibili i legami. Chi non vuole dipendere mai da nessuno non sarà neanche mai veramente in relazione con qualcuno.
Perché l’amore stimola la dipendenza? Perché amare equivale a farsi carico delle vulnerabilità dell’altro. Ciò è evidente nella relazione genitore - bambino, coppia nella quale il bambino rappresenta il polo vulnerabile ed il genitore quello accudente e supportivo. Il genitore non sarebbe un buon genitore se, anziché offrire sostegno, lo pretendesse dal figlio. Affermazione che potrebbe apparire scontata ma non lo è affatto nel periodo storico che stiamo vivendo in cui la famiglia è stata letteralmente sconquassata da uno tsunami. Spesso nelle famiglie si assiste ad una inversione di ruoli: i genitori pretendono rassicurazioni dai figli e questi ultimi sono costretti a farsi “usare” per soddisfare i bisogni dei genitori. Anziché essere il figlio ad appoggiarsi alle gambe dei genitori per imparare a camminare, sono questi ultimi che vorrebbero camminare aggrappandosi alle gambe dei figli: l’esito è una paralisi di tutti i componenti della famiglia.
Si può però rimanere paralizzati anche nella situazione opposta: quella in cui i genitori mantengono i figli in uno stato di perenne dipendenza. È la situazione in cui i genitori, anziché insegnare al bambino a camminare per poi farsi da parte, lo prendono in braccio anche quando non sarebbe più necessario, impedendogli in questo modo di diventare autonomo. Ad un certo punto, in tutte le relazioni, non solo in quella genitore-figlio, bisogna farsi da parte per far spazio alla libertà, all’autonomia, e all’individualità dell’altro. È necessario separarsi, attraversare il dolore annesso, che è un vero e proprio lutto, per poi ritrovarsi più adulti e più maturi.
Una volta c’era il servizio di leva obbligatorio a separare i giovani maschi dalle loro famiglie e a metterli di fronte alla necessità di maturare un’autonomia rispetto ai propri cari. Era un’autonomia forzata, ovviamente, ma, d’altra parte, nessuno si separa dalle persone a cui vuole bene se non è forzato da qualche necessità. Non è obiettivo di questo post valutare l’opportunità di ripristinare la leva, ma solo evidenziare che i processi di maturazione passano inevitabilmente per una separazione fisica. Bisogna farsi da parte concretamente, nel vero senso della parola, per permettere all’altro di spiccare il volo.
E ripeto: questo vale in tutte le relazioni.
Concludo, come sempre, con un riferimento al Vangelo (Gesù non è solamente Dio, ma è anche il Maestro della nostra umanità).
In tutti i Vangeli quando è venuta l’ora della sua crocifissione Gesù si ferma a parlare con i discepoli. Nei tre Vangeli sinottici Gesù continua a rapportarsi loro da maestro, li invita a pregare, vegliare, a prepararsi alla lotta, e ad amarsi gli uni gli altri. Nel Vangelo di Giovanni invece Gesù si pone nei confronti dei discepoli in modo diverso, non più da maestro; ha insegnato loro tutto ciò che doveva insegnare, adesso è arrivato il momento di separarsi: le parole di Gesù infatti sono tutte incentrate sulla separazione e su quanto essa sia necessaria. Sono parole bellissime, struggenti, piene di compassione e di tenerezza. Gesù vede la tristezza negli occhi dei discepoli e li esorta a non esseri tristi, dice loro espressamente: “è meglio per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Paràclito (lo Spirito Santo)”, cioè: è arrivato il momento di separarci fisicamente perché la mia presenza è di impedimento alla vostra autonomia. “Non verrà il Paràclito”, cioè: non potrò diventare una presenza interna al vostro spirito se fisicamente non mi stacco da voi.
Quando i tempi sono maturi bisogna permettere che gli altri spicchino il volo, e ciò è possibile solo attraverso una separazione fisica. Solo in questo modo l’amore, da presenza fisica, diventa presenza interiore, e può coesistere con l’individualità e l’unicità di ciascuno di noi.

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