domenica 8 febbraio 2026

La diagnosi psichiatrica come alibi

Uno degli effetti collaterali più seri dell’eccessiva psicologizzazione della nostra società è l’uso delle etichette diagnostiche come alibi per non assumersi la responsabilità delle proprie azioni. 

Non sono io a comportarmi così, ma è la mia depressione…Non sono io ad essere aggressivo, è l’ADHD, ecc.

Solo gli atti compiuti in uno stato di grave scompenso psichico sono da imputare ad un disturbo psichiatrico. Ma questi scompensi sono rari - solitamente le persone in questo stato necessitano di un ricovero -, nella maggior parte dei casi il disturbo mentale è “compensato”, cioè non priva del tutto la persona che ne è affetta della lucidità e della cognizione necessarie per gli atti della vita di ogni giorno.  

Pertanto, anche se abbiamo un disturbo mentale siamo sempre noi responsabili di ciò che facciamo con quel disturbo. È importante dare questo messaggio anche in un’ottica terapeutica. Ad esempio, un paziente depresso che con lucidità e premeditazione decide di suicidarsi è da ritenersi responsabile del suicidio - lui e non la depressione -, perché avrebbe potuto affrontare la propria sofferenza in altri modi, ma ha deciso di affrontarla togliendosi la vita (e scaricando così il proprio dolore sulle persone rimaste in vita). 

Lo stesso discorso ovviamente vale per l’aggressività eterodiretta. La persona che compie un atto violento contro qualcuno o contro qualcosa, rimane responsabile di quell’atto (ed eventualmente imputabile dal punto di vista giuridico) anche se soffre di un disturbo mentale caratterizzato da un discontrollo degli impulsi. 

La diagnosi psichiatrica, come tutte le diagnosi mediche, ha una funzione di natura terapeutica e non morale. Sapere che sono affetto da depressione (o da qualsiasi altro disturbo mentale) mi serve solo in funzione delle terapie a cui mi devo sottoporre e non a giustificare moralmente i miei comportamenti. 

Non si vuole coltivare una visione del tutto-o-nulla, chiaramente un’intensa sofferenza mentale può attenuare la responsabilità di certe azioni. Tuttavia, è da rigettare quel determinismo per cui esisterebbe un nesso di causa ed effetto tra un disturbo mentale ed un comportamento specifico. Tale determinismo è spesso alimentato dalle stesse scienze psicologiche, le quali cercano, giustamente come tutte le scienze moderne, nessi di causa-effetto tra i fenomeni. Tuttavia la ricerca di questi nessi deve essere sempre circoscritta all’interno di ambiti precisi: come ad esempio, una terapia psicologica e la conseguente guarigione da un disturbo. Una tale causalità non può però essere estesa ad ogni comportamento umano, perché la volizione e la cognizione sono influenzate anche da componenti morali e spirituali che non sono suscettibili di analisi psicologiche.

Altrimenti il rischio è di usare la diagnosi psichiatrica per alimentare un’irresponsabilità che non solo non è giustificata da un punto di vista morale (ed eventualmente giudiziario) ma che è anche anti-terapeutica. 

Di fronte ad una diagnosi psichiatrica, assumersi la responsabilità della propria guarigione è un atto morale e non psichico. Chi è malato ha l’obbligo morale di sottoporsi alle cure come anche di tollerare la sofferenza (che fa parte della vita di ogni uomo) senza “agirla” contro se stessi o contro gli altri.

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