Come si è detto nei post precedenti, l’uomo è fatto di tre dimensioni: corpo, anima (o psiche) e spirito. Esistono di conseguenza patologie fisiche, patologiche psichiche e patologie spirituali.
Che esistano malattie fisiche è evidente, come pure è evidente l’esistenza delle patologie psichiche; meno evidenti invece appaiono le patologie spirituali, soprattutto in un’epoca che, come ricorda lo psichiatra e sacerdote-esorcista, padre Raffaele Talmelli, tende a sovrapporre il concetto di normalità psichica con il concetto di moralità.
Tutto ciò che è normale sul piano psichico lo sarebbe anche sul piano morale.
Non è così.
L’uomo non deve solo funzionare dal punto di vista psichico, deve anche sapere che direzione dare alla propria vita sul piano esistenziale.
Esistenziale, morale e spirituale sono talmente collegati da non poter essere distinti: non esiste nessuna differenza di natura sostanziale tra la Legge di Dio, la Profezia e la Parola di Dio. In Cristo si rivela che tutte tre sono manifestazioni del Verbo. Nella trasfigurazione di Gesù i discepoli vedono inizialmente Mosè ed Elia conversare con Gesù, ma quando sentono la voce di Dio si spaventano e, alzando gli occhi, vedono solo Gesù. Ciò non vuole significare che la rivelazione del Figlio faccia venire meno la Legge e la Profezia ma, al contrario, significa che sia la Legge che la Profezia sono Verbo. È una volta che il Verbo si è rivelato, gli esseri umani che gli hanno prestato la propria voce possono farsi da parte. Questo è il motivo per cui Giovanni Battista a quanti vanno da lui chiedendogli informazioni sulla sua identità risponde che egli non è né il messia né un profeta. È solo una voce, il contenuto di quella voce è il Verbo.
È necessario ribadire questa unicità, perché oggi, anche tra gli stessi cristiani, si assiste ad un costante tentativo di separare i Comandamenti di Dio dalla Persona di Cristo, come se la Legge di Dio non fosse anche Parola di Dio, come se la Parola di Dio non fosse anche Legge per l’uomo.
Nel Vangelo Gesù spinge la Legge fino al punto da renderla quasi insopportabile per la natura umana, motivo per cui le folle lo abbandonano. Ama i nemici, porgi l’altra guancia, il matrimonio è indissolubile, i ricchi non entrano nel regno dei Cieli. A queste parole gli stessi discepoli rimangono sconcertati, al punto da considerare il matrimonio non più conveniente, al punto da chiedere a Gesù chi mai potrà essere salvato a queste condizioni. Quest’ultimo passaggio ha dell’ironia, sono davanti al Salvatore e si chiedono chi potrà salvarsi. Tuttavia, il genuino sconcerto dei discepoli ci fa comprendere come la Legge inchiodi la natura umana.
Molti cristiani oggi commettono lo stesso errore, in modo rovesciato, dei farisei; questi ultimi volevano tenersi la Legge senza Cristo, molti oggi vorrebbero tenersi Cristo senza la Legge. Lo fanno per lo stesso motivo dei farisei: non vogliono essere rigettati dal mondo, non vogliono la croce. Perché la Legge non ha nessun’altra funzione che tenere inchiodato l’uomo sulla croce, insieme con Cristo. Questo è il senso delle parole dell’Apostolo per cui la salvezza non viene dalle opere della legge ma dalla fede: la legge serve solo a tenere inchiodato l’uomo sulla croce, non a salvarlo. È Cristo che salva l’uomo dalla croce. Però è necessario prima che l’uomo su quella croce ci salga. La legge ha questa funzione.
Se vogliamo tenerci Cristo senza la croce (la legge, in questo caso) facciamo l’operazione uguale e contraria a quella dei farisei.
Questa scissione tra spirituale e morale pertanto non è cristiana.
Come sempre, la croce è dirimente. Lo stesso demonio che è in grado di scimmiottare Dio in molte cose, non è capace però di stare sulla croce. Anche noi, senza offesa, scimmiottiamo Dio in molte cose ma spesso non lo imitiamo prendendo la croce come il Figlio ci ha insegnato.
Il discernimento cristiano è molto più semplice di quanto si creda. È sufficiente osservare quali pensieri suscita in noi la croce (non la croce in astratto, ma le croci della nostra vita quotidiana): se sono pensieri di accoglienza, se non gioiosa quantomeno di docile e umile accettazione della volontà di Dio, questi pensieri vengono dallo Spirito Santo; se invece la croce suscita in noi proteste, lamentele, rifiuti, questi pensieri non provengono da Dio.
Molto spesso le catechesi che facciamo interpretando il ruolo degli avvocati difensori di Dio non aiutano il discernimento. Ripetiamo continuamente che Dio non vuole il dolore, non vuole la sofferenza. Praticamente stiamo dicendo che Dio non vuole la croce. Invece Dio la croce la vuole eccome. L’unica cosa che non vuole è la perdita delle anime. E le anime per non perdersi hanno bisogno della croce.
Quindi, ancora una volta, lasciamo perdere le arringhe difensive alla stregua degli amici di Giobbe, perché i nostri pensieri non sono i pensieri di Dio. Limitiamoci ad essere servi inutili, che sanno quando è il momento di agire e di parlare e quando invece è il momento di tacere e farsi da parte.
Dio vuole la croce, perché la croce è la medicina per le nostre infermità spirituali.
E come per le patologie mediche esistono delle medicine amare da prendere, allo stesso modo esiste un calice amaro da bere per le patologie spirituali.
Chi rigetta la medicina di Dio è perché spiritualmente non si ritiene zoppo, storpio, cieco, lebbroso, paralitico e, di conseguenza, ha una grande grazia da chiedere: la consapevolezza delle proprie malattie spirituali.
Cristo non è venuto per i (presunti) sani ma per i malati.
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