lunedì 22 giugno 2026

La fallacia del comunismo


Fortunatamente il comunismo, come organizzazione sociale e politica concreta, è scomparso in Europa al termine del Novecento, la nostalgia di esso invece è sopravvissuta. 

Precisiamo subito per evitare fraintendimenti che non si intende esprimere un giudizio sulle persone ma su un’ideologia. Le persone grazie a Dio sono in grado di fare cose buone anche ispirandosi ad un’ideologia sbagliata. Tuttavia i nodi di un’ideologia errata prima o poi vengono al pettine e devono fare i conti con i giudizi della Storia, la quale tollera i soprusi, le misure liberticide, le violenze entro certi limiti, dopodiché emerge negli esseri umani una spinta sana a respingere ciò che soffoca la libertà. 

Qual è la fallacia del comunismo che fa sì che esso susciti ancora oggi simpatie e nostalgie in molti intellettuali? La convinzione che esso abbia alla sua base un’idea egualitaria di società, come sostiene lo storico Barbero. Purtroppo le cose non stanno così. Il comunismo, quello teorizzato da Marx, che poi è l’unico comunismo teoretico, ha alla sua base la dittatura del proletariato, cioè l’idea che esista una classe sociale portatrice di una superiorità morale, antropologica e spirituale e che, in virtù di tale superiorità, è investita di un compito messianico di dar vita ad una società più giusta. E per realizzare tale scopo è giustificato il ricorso a metodi violenti, autoritari e liberticidi. È giustificata la dittatura, appunto. 

Questo sta alla base del comunismo. Altro che uguaglianza di tutti gli esseri umani. Non solo. Siccome le società sono sempre caratterizzate da conflitti tra classi o categorie (economiche, sociali, politiche, religiose, ecc.), se il proletariato è investito della missione di creare una società più giusta, la classe che ad esso si contrappone (sul piano economico), quella degli imprenditori, diventa il male assoluto. Infatti il comunismo prevede l’esproprio dei beni appartenenti agli imprenditori da parte del proletariato attraverso la dittatura. 

Questa sarebbe una società più giusta e più egualitaria? 

Se al posto del proletariato mettiamo gli immigrati, le donne o gli appartenenti alla comunità lgbt, vediamo come purtroppo l’idea che una categoria di esseri umani sia intrinsecamente portatrice di una società migliore non è purtroppo scomparsa. Spesso sentiamo dire nei dibattiti televisivi che se in politica o nei posti di potere ci fossero più donne il mondo sarebbe migliore. E dove sta scritto? Le donne non sono antropologicamente migliori degli uomini, e ovviamente non sono nemmeno peggiori. La legittima tutela delle minoranze o delle categorie sociali più svantaggiate non deve spingersi fino al punto di investirle di compiti di redenzione della società, perché poi inevitabilmente si giustificano misure violente ed autoritarie nei confronti di tutti quegli altri esseri umani che non appartengono a tali categorie. 

Vogliamo una società veramente giusta ed egualitaria? Iniziamo a pensare che tutti gli esseri umani sono veramente uguali, sono cioè capaci di azioni virtuose come anche di azioni aberranti, indipendentemente dall’etnia, dal sesso, dalla religione, dallo schieramento politico o da qualsiasi altra categoria a cui appartengono.

L’idea che l’appartenenza ad una categoria predisponga un essere umano a porre in essere azioni virtuose o, al contrario, azioni delittuose è incompatibile con una qualsivoglia società egualitaria. 

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