Una coscienza può dirsi formata quando ospita dentro di sé la Santissima Trinità: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23).
Per arrivare alla completa inabitazione della Trinità per grazia o, come dice San Paolo, alla completa formazione di Cristo dentro di sé l’anima deve attraversare una dolorosa purificazione interiore. Deve attraversare la notte oscura di cui parla San Giovanni della Croce e che Santa Teresa Benedetta della Croce (al secolo, Edith Stein) riprende ed espone in Scientia Crucis.
In che cosa consiste questa notte oscura?
È necessario prima liberarla da quell’aura di oscuro misticismo di cui è ricoperta. Non è una condizione misteriosa che riguarda solo pochi santi, è una condizione interiore che ogni essere umano che vuole arrivare a Dio deve attraversare. È una condizione che per la maggior parte delle anime inizia qui e prosegue nel Purgatorio. Solo poche anime al termine della vita terrena sono così perfettamente purificate da poter godere subito dopo la morte dell’unione eterna con Dio. Non perché Dio non voglia ogni anima subito con sé, ma perché purtroppo siamo a noi a rallentare la purificazione di Dio fuggendo continuamente dalla Croce. Fuggire continuamente dalla Croce, lasciandosi stordire dagli innumerevoli rumori e distrazioni del mondo o indugiando compulsivamente in determinati piaceri, porta con sé anche il rischio di spegnere definitivamente ed eternamente la voce di Dio nella propria interiorità. C’è il Paradiso, c’è il Purgatorio, ma c’è anche l’Inferno, quindi è bene non sprecare troppo le occasioni di conversione, cioè di Croce, che il Signore ci offre. È bene non fare come con le diete, “inizierò da domani”, perché il domani non è sotto il nostro controllo, solo l’oggi lo è. Facciamo oggi il possibile, l’impossibile lo mettiamo nelle mani di Dio la cui misericordia è più grande dei nostri limiti.
La notte oscura non è nient’altro che la volontà di Dio vissuta come nemica, come Legge, come pungolo, come vincolo dolorosamente stringente in un’anima che ha iniziato il cammino di conversione ma che è ancora dominata dal peccato. Ad essere oscuro quindi è il peccato che domina ancora in quell’anima e che non le fa percepire la Luce come Amore - quale effettivamente è - ma come dolore. Chi è stato al buio per tanto tempo quando vede la luce non prova gioia ma dolore, fastidio. Questo è il dramma del peccato: ci fa percepire Dio, che è puro Amore, come nemico; come Adamo ed Eva sentiamo la necessità di nasconderci da chi ci ama e ci buttiamo a braccia aperte in ciò che ci danneggia e ci distrugge.
In ogni caso, se l’anima accetta di credere più a Dio che al proprio dolore, se accetta di credere all’Amore più che alla propria sofferenza e si lascia condurre attraverso la notte oscura, giungerà alla gioia dell’intimità con Dio e con i suoi angeli e santi; sarà parte di una nuova famiglia, di una nuova creazione. Ma prima deve fare un atto di totale e completo abbandono in Dio, deve lasciarsi condurre per la valle oscura senza sapere dove Dio la voglia portare.
Deve attraversare la Via Crucis.
Non esiste un’altra via per arrivare a Dio. La via è una sola: quella che conduce ad essere crocifissi sul monte Calvario insieme con Cristo. Tutte le altre vie allontanano da Dio.
Oggi, come sempre, si cerca di rendere presentabile al mondo il Vangelo rimuovendo lo scandalo della Croce, senza il quale cade tutta la dottrina cristiana. Per distruggere la dottrina cristiana basta fare un’unica e semplice operazione: far credere che il sacrificio di Cristo ci abbia liberato, non dal peccato, ma dalla necessità di sacrificarci anche noi insieme con Cristo. Si è sacrificato Cristo, non c’è bisogno che ci sacrifichiamo anche noi. Così muore il cristianesimo. Le battaglie per vedere affissi i crocifissi nei luoghi pubblici sono inutili se prima quella Croce non l’abbiamo affissa nel nostro cuore. Se si vuole difendere la dottrina bisogna prima difendere la Croce, perché la difesa della dottrina cristiana e la difesa del catechismo hanno senso solo se inserite nel quadro più ampio del valore salvifico del proprio dolore (unito a quello di Cristo), altrimenti la difesa formale della dottrina diventa solo una delle tante scappatoie dalla via Crucis.
La dottrina cristiana fa male e male deve fare perché è strumento non dell’uomo ma di Dio per condurre l’anima nella notte oscura. Il che non significa che la dobbiamo scagliare come pietra addosso ai fratelli. Essa, ripeto, è strumento di Dio, non dell’uomo. Solo Dio è autorizzato a condurre l’anima lungo la via Crucis. Quando l’uomo si sostituisce a Dio fa danni. All’uomo è chiesto solo di avere compassione per il fratello, perché la condizione di dolore del fratello è la sua stessa condizione.
E di molta compassione ha bisogno un’anima che sta lottando con Dio. Quella compassione che Giobbe chiede agli amici i quali, al contrario, si mettono a fare gli avvocati di Dio.
Dio non ha bisogno di avvocati difensori umani, Dio ha bisogno di umili servitori. Provare compassione per il fratello che soffre è il servizio più prezioso che si possa fare a Dio perché permette a Dio di fare arrivare il suo amore nel cuore dell’anima sofferente. L’anima che è nella notte oscura ha bisogno di fare esperienza di un amore concreto, perché è solo questo amore che le dà la forza di attraversare il dolore e alimenta la fede in un Dio che è effettivamente amore e non dolore. Il dolore è solo la via che conduce all’Amore.
Per questo motivo il sacramento della confessione è importantissimo, perché permette all’anima di fare esperienza diretta e concreta dell’amore e della misericordia di Dio, di cui ha estremamente bisogno per attraversare la notte oscura.
Il sacramento della confessione è più importante degli impegni sociali, istituzionali, mondani che un sacerdote può avere; devono essere sacrificati questi impegni per la confessione e non il contrario. La Chiesa non è nel mondo per servire il mondo (da cui il cristiano sarà sempre odiato, quindi è inutile sprecare fatiche per ingraziarselo), ma per salvare le anime.
La confessione non è il tribunale di Dio anticipato sulla terra. La confessione è la misericordia di Dio prima del tribunale, serve per arrivare a quel giudizio senza troppa paura. L’anima che ha iniziato un cammino di conversione ha una coscienza fragile, non ha una piena consapevolezza del proprio peccato, avrà con esso ancora tanti compromessi che il sacerdote non deve avere la fretta di sciogliere, deve rispettare i tempi di quella coscienza. Quell’anima, inoltre, che sta imparando a camminare cadrà mille volte, e mille volte ha bisogno di essere messa amorevolmente in piedi. Quindi, meglio sbagliare per eccesso di misericordia che per eccesso di intransigenza: nel sacramento della confessione un’intransigenza inopportuna fa molti più danni di una misericordia inopportuna, quindi nel dubbio meglio eccedere con la misericordia. Questo era il costante invito di Papa Francesco.
Si dirà: ma Padre Pio non di rado cacciava le persone dal confessionale. Padre Pio aveva raggiunto una tale unione con Dio per la quale poteva leggere perfettamente nelle anime e sapeva quando era necessario un sano schiaffo. Ma questa unione così totale tra Dio e un’anima è raro che si realizzi qui sulla terra, la maggior parte di noi e la maggior parte dei sacerdoti non ha quell’unione che Padre Pio aveva con Dio, quindi, ancora una volta, meglio sbagliare per eccesso di misericordia che per eccesso di intransigenza.
C’è un ultimo argomento da affrontare prima di concludere il post: la direzione spirituale.
Difficilmente un’anima potrà uscire dalla notte oscura senza una direzione spirituale. Il peccato purtroppo inquina i processi di pensiero, i desideri, tutta l’interiorità e tutta la coscienza. Serve una guida esterna che aiuti l’anima a districarsi tra ciò che proviene dal peccato e ciò che proviene da Dio. Non può riuscirci da sola.
Se l’anima desidera davvero uscire dal peccato, Dio le darà tutti gli aiuti necessari, compreso anche un direttore spirituale al momento opportuno. Se l’anima preferisce le tenebre alla luce e non ha una vera intenzione di uscire dall’oscurità, Dio rispetta tale libertà e si fa da parte.
La direzione spirituale non è il controllo sulla coscienza di un essere umano da parte di un altro uomo. Non si può essere dei direttori spirituali se non si accetta di fare un cammino di conversione insieme all’anima che si sta guidando. Anche il sacerdote ha bisogno di conversione. Se il sacerdote è umile e accetta che la direzione spirituale è un cammino di conversione non solo per l’anima di cui ha la responsabilità ma anche per se stesso, Dio sarà costantemente presente tra quel sacerdote e quell’anima. La direzione spirituale diventerà così un cammino tra due anime sotto l’unica Guida che è Gesù Cristo. Se, al contrario, il sacerdote non è disposto a camminare e a convertirsi insieme ad un’altra anima non può diventare il direttore spirituale di quest’ultima. Perché sarà un cieco che guida un altro cieco, ed entrambi cadranno in una buca, come dice il Signore nel Vangelo. Al contrario, devono camminare entrambi insieme con Dio, che è l'unica Luce, l'unica Guida, l'unico Maestro. Solo così Dio potrà guidare quell’anima attraverso il sacerdote. E solo in questo modo l’anima potrà percepire la presenza reale di Dio nel direttore spirituale e abbandonarsi così alla sua guida. Altrimenti diventa una manipolazione di coscienze, per evitare la quale c’è un solo antidoto: il sacerdote deve farsi piccolo e lasciarsi anch’egli convertire da Dio.
L’anima che ha avuto in dono un direttore spirituale deve tenerselo stretto, deve vedere nel direttore spirituale non più un semplice uomo ma un angelo mandato da Dio e, di conseguenza, deve avere nei suoi confronti la stessa accoglienza rispettosa e riverente che nella Sacra Scrittura tutti i credenti hanno nei confronti degli angeli.

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