lunedì 22 giugno 2026

La fallacia del comunismo


Fortunatamente il comunismo, come organizzazione sociale e politica concreta, è scomparso in Europa al termine del Novecento, la nostalgia di esso invece è sopravvissuta. 

Precisiamo subito per evitare fraintendimenti che non si intende esprimere un giudizio sulle persone ma su un’ideologia. Le persone grazie a Dio sono in grado di fare cose buone anche ispirandosi ad un’ideologia sbagliata. Tuttavia i nodi di un’ideologia errata prima o poi vengono al pettine e devono fare i conti con i giudizi della Storia, la quale tollera i soprusi, le misure liberticide, le violenze entro certi limiti, dopodiché emerge negli esseri umani una spinta sana a respingere ciò che soffoca la libertà. 

Qual è la fallacia del comunismo che fa sì che esso susciti ancora oggi simpatie e nostalgie in molti intellettuali? La convinzione che esso abbia alla sua base un’idea egualitaria di società, come sostiene lo storico Barbero. Purtroppo le cose non stanno così. Il comunismo, quello teorizzato da Marx, che poi è l’unico comunismo teoretico, ha alla sua base la dittatura del proletariato, cioè l’idea che esista una classe sociale portatrice di una superiorità morale, antropologica e spirituale e che, in virtù di tale superiorità, è investita di un compito messianico di dar vita ad una società più giusta. E per realizzare tale scopo è giustificato il ricorso a metodi violenti, autoritari e liberticidi. È giustificata la dittatura, appunto. 

Questo sta alla base del comunismo. Altro che uguaglianza di tutti gli esseri umani. Non solo. Siccome le società sono sempre caratterizzate da conflitti tra classi o categorie (economiche, sociali, politiche, religiose, ecc.), se il proletariato è investito della missione di creare una società più giusta, la classe che ad esso si contrappone (sul piano economico), quella degli imprenditori, diventa il male assoluto. Infatti il comunismo prevede l’esproprio dei beni appartenenti agli imprenditori da parte del proletariato attraverso la dittatura. 

Questa sarebbe una società più giusta e più egualitaria? 

Se al posto del proletariato mettiamo gli immigrati, le donne o gli appartenenti alla comunità lgbt, vediamo come purtroppo l’idea che una categoria di esseri umani sia intrinsecamente portatrice di una società migliore non è purtroppo scomparsa. Spesso sentiamo dire nei dibattiti televisivi che se in politica o nei posti di potere ci fossero più donne il mondo sarebbe migliore. E dove sta scritto? Le donne non sono antropologicamente migliori degli uomini, e ovviamente non sono nemmeno peggiori. La legittima tutela delle minoranze o delle categorie sociali più svantaggiate non deve spingersi fino al punto di investirle di compiti di redenzione della società, perché poi inevitabilmente si giustificano misure violente ed autoritarie nei confronti di tutti quegli altri esseri umani che non appartengono a tali categorie. 

Vogliamo una società veramente giusta ed egualitaria? Iniziamo a pensare che tutti gli esseri umani sono veramente uguali, sono cioè capaci di azioni virtuose come anche di azioni aberranti, indipendentemente dall’etnia, dal sesso, dalla religione, dallo schieramento politico o da qualsiasi altra categoria a cui appartengono.

L’idea che l’appartenenza ad una categoria predisponga un essere umano a porre in essere azioni virtuose o, al contrario, azioni delittuose è incompatibile con una qualsivoglia società egualitaria. 

lunedì 4 maggio 2026

Idee dominanti, disagio e felicità

Quando si dice che una persona soffre di un disagio psicologico si sta dicendo fondamentalmente che l’interiorità di tale persona necessita di essere guarita. Tuttavia, è un errore pensare che solo l’interiorità di chi soffre di disturbi mentali codificati necessita di guarigione: tutti abbiamo un’interiorità ferita con cui, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Semplicemente quando viviamo un disagio psichico tale necessità si rende manifesta.

Nel post precedente si è parlato della domanda fondamentale a cui ogni essere umano deve rispondere, anche solo implicitamente (a dir il vero, senza un lavoro interiore la risposta rimane implicita): che cosa devo fare per essere felice? 

Nel noto dialogo riportato dai Vangeli Sinottici un giovane ricco pone a Gesù la domanda che ogni essere umano si porta nel cuore: “Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?” Cioè: Che cosa devo fare per essere sempre felice e non sperimentare la morte, la tristezza, il dolore? - domanda più che legittima. La risposta di Gesù è deludente per il giovane ricco, ma anche per noi se siamo sinceri: Gesù invita il giovane ad alzare gli occhi al cielo, a vedere che buono è solo Dio, a rispettare i comandamenti, e fin qui il giovane non oppone nessuna resistenza, i comandamenti già li rispetta e sa che Dio è buono; l’umore del giovane cambia repentinamente quando Gesù lo invita ad abbandonare ogni ricchezza per seguirlo, è a questo punto che il giovane si fa triste e respinge Gesù, perché aveva molte ricchezze specifica il Vangelo. Vogliamo essere felici, ma non vogliamo correre il rischio di diventare veramente felici, sembra dirci il Vangelo. Vogliamo essere felici, ma poi non vogliamo abbandonare le nicchie di comfort - le nostre ricchezze - in cui ci siamo rifugiati. 

In ogni caso, che lo prendiamo seriamente o meno, il bisogno di felicità accumuna tutti gli esseri umani e, presumibilmente, tutte le creature che popolano il pianeta Terra. Tutti vogliamo essere felici, nessuno escluso, non tutti però concordiamo sul modo in cui è possibile ottenere la felicità nella vita. 

La risposta che diamo al bisogno di felicità produce, come si è già detto, le idee dominanti, cioè quegli assunti di base che regolano i nostri comportamenti, orientandoli appunto verso la ricerca della felicità. Nella persona che vive un disagio psichico o interiore, c’è un “mismatch”, come direbbero gli inglesi, cioè un disallineamento tra le sue idee dominanti e la realtà esterna: i propri assunti di base non riescono a produrre comportamenti che, compatibilmente con la realtà esterna, rendano felice la persona. In alcuni casi tale disallineamento è determinato da una sintomatologia psichiatrica invalidante, che deve essere trattata prioritariamente. Fino a quando infatti è presente una sintomatologia invalidante è impedito un lavoro a più ampio respiro sulla propria interiorità. Tuttavia nessuno ha degli assunti di base, o delle idee dominanti, che sono in grado garantirgli per tutta la vita ed in ogni circostanza la felicità. Facciamo degli esempi concreti.

Prendiamo una persona che pensa che la felicità derivi dal prendersi cura della propria famiglia. Se riesce quindi ad essere accudente con i propri cari, sarà presumibilmente felice. Se però una circostanza esterna, come ad esempio una separazione forzata o la semplice necessità che altri membri della famiglia sviluppino autonomia, impedisce a tale persona di prendersi cura della propria famiglia, ecco che si crea un disallineamento tra gli assunti di base e la realtà esterna, pertanto tale persona andrà incontro ad un disagio psichico.

Prendiamo l’esempio di un’altra persona che invece ritiene che la felicità derivi dal successo lavorativo. Questa persona sarà felice solo nella misura in cui riuscirà ad affermarsi nel lavoro. L’assunto di base di quest’ultima persona è più precario dell’assunto di base della persona precedente che trovava la felicità nel prendersi cura dei propri cari, perché il prendersi cura dell’altro è più affine alla natura relazionale dell’uomo rispetto al mero successo lavorativo. 

Ancora più precario è l’assunto di base di chi ritiene che la felicità derivi dall’essere esteticamente attraente, tale felicità è molto fragile perché non possiamo piacere a tutti e perché il nostro corpo prima o poi va incontro a senescenza.

Ecco quindi come le nostre idee dominanti o i nostri assunti di base hanno il potere di renderci felici o infelici a seconda di quanto allineamento c’è tra le nostre idee e la realtà esterna in cui realizzarle.

Qui è necessario abbandonare per un momento qualsiasi giudizio morale su se stessi o su gli altri, perché fino a quando la realtà esterna permette di essere felici secondo la propria idea di felicità nessuno vive un disagio psichico e nessuno è nemmeno motivato a fare un lavoro sulla propria interiorità. A dire il vero, la prima reazione di fronte ad un disagio psichico è quella di cambiare la realtà esterna cercando di renderla compatibile con il proprio mondo interiore. Cercare di cambiare il mondo per renderlo un posto migliore è nobile, cambiarlo per allinearlo alla propria idea di felicità è meno nobile. Nel primo caso farò ciò che è importante fare anche quando non mi rende felice, nel secondo caso cercherò di cambiare gli altri per rendere felice me stesso.

Quindi di fronte ad un disagio psichico è necessario trattare prioritariamente la sintomatologia psichiatrica se è presente, e poi guardare con onestà le proprie idee dominanti. Per abbandonarle. Abbandonando anche quelle situazioni di comodo in cui ci siamo rifugiati per assecondare le nostre sbagliate idee di felicità. 

La felicità nel breve arco della vita terrena è sempre un cammino e mai uno stato. E i cammini non si fanno mai da soli, ma sempre in due, pertanto se ci siamo legati alle persone sbagliate, che non vogliono o non possono camminare con noi, purtroppo non potremo essere felici.

Vendi quello che possiedi…e vieni! Seguimi! (Mt 19,22).


domenica 3 maggio 2026

Idee dominanti e stereotipi sociali

 Gli uomini hanno dei bisogni da soddisfare, alcuni di questi sono fisici, altri psicologici ed altri ancora spirituali. Sul piano spirituale, ad esempio, l’uomo ha bisogno di trovare un senso alla propria vita e, soprattutto, alla propria morte; sul piano psicologico ha bisogno di sentirsi riconosciuto, stimato, di sentirsi parte di una rete di relazioni o, come si dice oggi, di sentirsi connesso, tutte cose che contribuiscono alla formazione della propria identità. Sul piano fisico ha bisogno di nutrirsi, di ripararsi, di riprodursi, ecc. Poi c’è un bisogno, forse il più importante, che è trasversale ai tre domini (fisico, psicologico e spirituale) ed è il bisogno di sentirsi amati in modo incondizionato, così come si è, semplicemente perché si è venuti al mondo, amati quindi per il semplice fatto di essere. Questo bisogno appartiene anche agli animali e forse a tutto il creato. Ogni cosa nel creato per il fatto di essere al mondo necessita di essere amata, vista, curata. L’essere di ogni ente merita sempre di essere amato perché ogni cosa se c’è è perché promana dall’unico Essere, per un atto gratuito di amore. Quindi amare una creatura significa ricondurla a Dio e, viceversa, quando noi siamo amati veniamo ricondotti a Dio.

Il lettore potrebbe chiedersi il perché di questa introduzione sui bisogni e sull’amore se il post è intitolato “Le idee dominanti”. Il motivo è che l’uomo non ha solo una natura fisica e psicologica, ma ne ha anche una spirituale, pertanto qualsiasi comportamento rilevante, che serve a soddisfare dei bisogni o a mantenere un senso di identità, non può non aver avuto origine da un pensiero dominante. A differenza degli altri animali noi non abbiamo degli istinti che guidano i nostri comportamenti in modo rigido. Noi abbiamo una maggiore variabilità, non ci limitiamo solo rispondere a degli stimoli che provengono dalla realtà (interna o esterna), ma tale realtà la dobbiamo pensare, immaginare e, in un certo senso, costruire. Non che tutta la realtà coincida con il nostro pensiero, questo sarebbe idealismo assoluto. La realtà esiste anche quando siamo incapaci di pensarla. Tuttavia, a differenza degli animali, per noi la realtà rimane aliena quando siamo incapaci di pensarla, cioè di ancorarla a qualcosa di fisso. Fisso perché ciò che è mutevole non genera niente. Due sposi mettono su una famiglia solo se si sono promessi un impegno per tutta la vita; un professionista diventa tale solo se si è interamente “promesso” ad una e una sola professione; un figlio prima di nascere è desiderato, voluto e costantemente pensato dai genitori; e così via. L’uomo non può fare a meno di avere dei pensieri dominanti, senza i quali per noi la vita è praticamente invivibile, è traumatica.

Che caratteristiche hanno questi pensieri dominanti? Innanzitutto sono tali, cioè dominanti, perché assolvono a dei bisogni. Il primo e più importante bisogno è quello di felicità, ogni essere umano deve rispondere alla seguente domanda: che senso ha la mia vita e che cosa devo fare per essere felice? La risposta a questa domanda genera i pensieri dominanti.

Tuttavia, nessun essere umano è autosufficiente, nessuno può darsi da solo la felicità, siamo tutti inseriti in una o più collettività. Ne consegue una seconda domanda: cosa deve fare la collettività a cui appartengo per rendermi felice?

Questo seconda domanda genera gli stereotipi sociali, ovvero i pensieri dominanti condivisi dagli appartenenti ad una collettività. La parola stereotipo è connotata negativamente perché nella storia recente occidentale sono state commesse aberrazioni sulla scia degli stereotipi sociali. Tuttavia, solitamente usiamo l’etichetta stereotipo per stigmatizzare i contenuti di pensiero dei gruppi percepiti come avversari e di cui non ci sentiamo parte, ma la verità è che ogni gruppo sociale ha i propri stereotipi. Ha cioè dei pensieri nucleari che resistono ai dati di realtà o ai processi logico-razionali. Non bisogna pensare agli stereotipi sociali come a qualcosa di astratto ma, al contrario come a qualcosa di fondante una società e le sue istituzioni. Ad esempio la costruzione istituzionale europea da Maastricht in poi si basa su una visione di mondo e di Europa globalizzati, cioè sulla convinzione che lo sviluppo economico, sociale e antropologico delle società passi attraverso la libertà di movimento transnazionale degli uomini, dei capitali e delle merci. Tale convinzione è talmente radicata nei popoli europei che i cosiddetti partiti euroscettici, che pure hanno avuto molto consenso negli ultimi anni, non sono riusciti minimamente a scalfirla. Il paradosso è che proprio tale mobilità in passato è stata fonte di squilibri economici e sociali che hanno contribuito allo scoppio delle due guerre mondiali. Non c’è nulla che gli europei temono più di una guerra, eppure, per una freudiana coazione a ripetere, rimettono in atto quei modelli che esacerbano i conflitti tra i popoli. 

Quindi le idee dominanti si strutturano a partire dalla necessità di soddisfare dei bisogni e reggono fino a quando permettono tale soddisfacimento. Quando irrompe nella realtà un elemento non previsto, che non permette più alle idee dominanti di soddisfare quei bisogni per i quali si sono strutturate ecco che esse crollano. Ed il crollo delle idee dominanti è quasi sempre traumatico.




domenica 5 aprile 2026

Cristo è Risorto…e ora?


Ecco la Pasqua, la Resurrezione, il giorno in cui Cristo sconfigge la morte! È un giorno festoso, dopo i lunghi giorni della quaresima le chiese finalmente suonano le campane a festa: oggi si può gioire, si può celebrare la vita perché la morte è stata sconfitta!

Tutto ciò è noto ad ogni cristiano, siamo nel campo delle conoscenze teologiche di base che ogni credente possiede. 

La domanda è: come si traduce questa teologia in una vera Resurrezione nella mia vita? Cioè, come posso veramente fare esperienza della gioia spirituale che viene dalla Resurrezione di Cristo? 

Non è una domanda di poco conto. 

Noi cristiani proclamiamo la Pasqua con questa frase: “Cristo è veramente risorto!”, non diciamo solamente “Cristo è risorto”, ma sentiamo il bisogno di aggiungere l’avverbio “veramente” quasi come se avessimo la necessità di incoraggiarci a credere davvero nella Resurrezione. Già perché la Pasqua non è qualcosa di magico e nemmeno qualcosa di scontato.

E, soprattutto, non è la rimozione della croce ma la sua trasfigurazione. È un vedere la croce più con gli occhi di Dio che con gli occhi degli uomini. La pasqua nell’ottica umana è la rimozione delle croci, dei nostri problemi, di tutto ciò che fa da impedimento ai nostri progetti. Dio ogni tanto qualche miracolo lo fa per amore nei nostri confronti, ogni tanto qualche problema ce lo risolve, ogni tanto trasforma l’acqua in vino e moltiplica i pani e i pesci nella nostra vita. Tuttavia, questa non è la vera Pasqua. 



La Pasqua non è la rimozione della croce, è la rimozione della pietra dal sepolcro. È la rimozione di quella logica tutta umana per cui per essere felici bisogna aver risolto tutti i problemi che caratterizzano la vita di ognuno di noi. Questa logica porta inevitabilmente a chiuderci nei nostri sepolcri, nell’attesa di un futuro in cui non ci saranno più problemi o in cui avremo realizzato tutte le nostre aspirazioni. È questa la pietra - che fa da impedimento alla vita - che Gesù è venuto a rimuovere, invitandoci a venire fuori dal sepolcro.

Per fare cosa? Per fuggire dai problemi? 

No, questa sarebbe sempre la logica umana che fa dei problemi il centro della propria orbita. 

Gesù fa entrare la luce nei nostri sepolcri e, di conseguenza, ci fa comprendere che i problemi non sono di impedimento alla vita; i problemi sono di impedimento a quella noi chiamiamo vita, che molto spesso assomiglia ad un sepolcro.

E come avverrà questo?

Lo Spirito Santo scenderà su di te dice l’Angelo a Maria nell’Annunciazione. Noi però non abbiamo la fede di Maria, abbiamo bisogno di qualche dettaglio in più:

Mentre si trovava a tavola con essi, [Gesù] ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l'adempimento della promessa del Padre, "quella - disse - che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo" (At 1,4-5).


Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. (At 1,12-13).


Quando Gesù appare risorto ai discepoli dice espressamente loro di non allontanarsi da Gerusalemme. Negli Atti degli Apostoli dopo aver ascoltato le parole che Gesù ha rivolto loro i discepoli fanno ritorno a Gerusalemme nel monte degli Ulivi dove erano soliti riunirsi. Fanno cioè ritorno nel luogo da cui sono scappati per via della Passioni di Gesù. 


È lì che bisogna tornare! Nel luogo delle nostre passioni e restare in preghiera con Maria, attendendo la realizzazione della promessa del Padre: ovvero lo Spirito Santo.






venerdì 27 marzo 2026

Guerra, pace ed ordine internazionale

 In alcuni ultimi post di questo blog si è detto che siamo alla vigilia di eventi che potrebbero portare ad una guerra mondiale, perché ci sono molte analogie tra il periodo storico che stiamo vivendo ed il periodo che precedette lo scoppio delle due guerre mondiali. Tuttavia, nessuno può prevedere il futuro e può sapere in anticipo quale sarà il prossimo casus belli, l’equivalente dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria o dell’invasione della Polonia. Se lo potessimo prevedere lo eviteremmo, perché nessuno vuole una guerra mondiale. Nemmeno Hitler agì con le intenzioni di scatenare la Seconda Guerra Mondiale. Infatti la dichiarazione di guerra che ricevette dall’Inghilterra subito dopo l’invasione tedesca della Polonia lo colse di sorpresa; fino ad allora Chamberlain si era mostrato molto accondiscendente con le mire espansionistiche di Hitler, non perché simpatizzasse per quest’ultimo ma perché non voleva trascinare il suo paese in un’altra guerra mondiale a distanza di poco tempo dalla precedente. Nessuno agisce volendo scatenare consapevolmente una guerra mondiale, ognuno agisce perseguendo quelli che ritiene essere gli interessi del proprio paese, della categoria sociale alla quale appartiene o, più semplicemente, agisce negli interessi di se stesso. Ad essere diabolico è agire senza riconoscere nient’altro che i propri interessi, senza ispirare i propri comportamenti ad un senso di verità e ad un senso di giustizia più alti. E ciò vale sia per i comportamenti dell’uomo come individuo e sia dell’uomo sociale e politico.

Anche volere la pace a tutti i costi senza chiedersi a quali condizioni la pace può dirsi giusta, come fanno gli europei, è pericoloso. Gli europei rifiutano aprioristicamente l’idea che si possa difendere il proprio paese e l’ordine internazionale ricorrendo all’uso della forza. Anche questo è diabolico. È giusto ricorrere prioritariamente alla diplomazia, è diabolico però fare di quest’ultima un idolo in grado di garantire la pace a qualunque condizione.

Quando parliamo di pace e di guerre, dobbiamo avere chiaro che cos’è un ordine internazionale e che cosa lo compromette.

Iniziamo subito col rigettare una menzogna (una delle tante) che serpeggia da troppo tempo in Europa, ovvero l’idea che se gli americani non intervenissero con la forza il mondo sarebbe un posto meravigliosamente pacifico. Che è come dire: se la polizia non intervenisse ad arrestare i malviventi non ci sarebbero più reati. Tale ragionamento stride non solo con la logica ma persino con la nostra storia: se gli americani nel secolo scorso avessero adottato un atteggiamento non interventista, l’Europa (e forse tutto il resto del mondo) sarebbe collassata sotto il nazifascismo e sotto il comunismo, e noi non avremmo avuto nessun 25 aprile da festeggiare. 

Gli americani invece sono intervenuti, perché così deve fare una potenza egemone nei confronti di minacce a lei e all’ordine internazionale. Tale ordine nell’equilibrio garantito dall’Impero Romano prendeva il nome di pax. La pace che a noi europei piace tanto non è nient’altro che la pax americana, la quale non piace solo a noi ma anche a quelle nazioni (come ad esempio, Israele e Ucraina) che, pur essendo sotto l’influenza americana, non godono di tale pace. 

Davvero pensiamo che gli ucraini e gli israeliani non godono di tale pace perché non sono bravi, buoni e belli come noi? Ignoriamo la nostra storia al punto da pensare di essere davvero migliori di altri? Ci è chiaro cosa abbiamo fatto in Europa prima che gli americani intervenissero con la forza a sconfiggerci (cosa che hanno fatto benissimo a fare!)? E che cosa probabilmente saremmo nuovamente capaci di fare se dovessimo perdere la tutela americana? Guardiamo in faccia la realtà: noi non siamo meglio di altri, siamo per il momento solo più fortunati di altri!

Altri non godono di tale pace perché l’una - l’Ucraina - è stata invasa militarmente da una potenza confinante, e l’altra - Israele - è attaccata costantemente da cellule terroristiche lautamente finanziate da chi vuole minare l’ordine garantito dagli USA, non per costruirne uno migliore ma per godere della gloria e dei benefici di una potenza egemone. Quindi se gli americani smettessero di intervenire verrebbero meno al ruolo di potenza che deve garantire la pace. Dal momento che, ripeto, sulla potenza egemone cade la principale responsabilità di garantire un ordine mondiale basato sulla giustizia e sulla pace. Noi europei siamo purtroppo nichilisti e abbiamo una visione negativa di tutto che ciò che non è europeo. Tale nichilismo ci impedisce di apprezzare la pax che l’attuale potenza egemone - gli USA - garantisce e ci porta a sottovalutare le serie minacce che provengono dai paesi che vogliono prendere il posto degli USA: Cina e Russia. E c’è da dubitare fortemente che tali paesi vogliano e siano in grado di garantire un ordine internazionale migliore di quello che garantiscono gli USA.

Una cosa infatti deve essere chiara: una pace nel mondo senza una potenza egemone a garantirla con le buone e, quando occorre, con le cattive non è mai esistita e mai esisterà. Il periodo che seguì alla caduta dell’Impero Romano fu un periodo terribile caratterizzato dalle violenze perpetrate da orde barbariche, le quali non assoggettavano più i propri comportanti all’ordine stabilito dall’Impero Romano, che non c’era più, ma agivano nella più totale anarchia. Quindi chi desidera la pace nel mondo e, allo stesso tempo, non vuole riconoscere l’autorità della potenza egemone che attualmente garantisce tale pace, confonde il piano storico-immanente dell’uomo con il piano storico-trascendente, cioè, detto in modo più chiaro: ritiene che la salvezza dell’uomo possa compiersi pienamente su questa terra. Questo apre il campo a pericolose ed aberranti ideologie politiche di salvezza, come sono stati il nazifascismo ed il comunismo, che avevano appunto in comune il rigetto dell’ordine internazionale garantito dalla potenza egemone, che anche ieri erano gli USA. 

Tornando allo scenario attuale, c’è tuttavia un errore che a mio avviso gli USA stanno commettendo, ed è quello di screditare l’ONU. L’Organizzazione delle Nazioni Unite, a differenza della maggior parte delle istituzioni sovranazionali che hanno carattere prevalentemente economico, è nata a seguito delle due guerre mondiali per favorire un processo di pace e giustizia tra le nazioni. È ovviamente migliorabile, come tutte le cose umane, ma è un errore da parte della potenza egemone screditarla, oltre ad essere un clamoroso autogol dal punto di vista dell’immagine perché porta linfa a quanti vorrebbero far cadere la pax americana. Se sei garante di un ordine internazionale devi in primis dare il buon esempio, e screditare l’ONU non è un buon esempio che gli USA (insieme con Israele) stanno offrendo al mondo. La pax non può essere ottenuta a qualsiasi costo, essa è un valore solo se è anche giusta. 

giovedì 26 marzo 2026

L’uomo che morì restando in piedi


È il 17 luglio del 1994. Allo stadio Rose Bowl di Pasadena negli USA Italia e Brasile si giocano la finale del campionato mondiale di calcio. 

Apriamo una breve parentesi di contesto. L’Italia in quegli anni dominava il calcio europeo, la Serie A era il top a cui un calciatore poteva ambire. La globalizzazione era appena iniziata, i danni che avrebbe causato erano ancora di là da venire. Di conseguenza, il campionato di calcio italiano era veramente italiano, i calciatori che vi giocavano era prevalentemente italiani, le squadre di calcio erano in mano ad industriali italiani. Con i nostri calciatori e con i nostri imprenditori, che mettevano i soldi, eravamo i migliori: lo possiamo dire con orgoglio. Ma, soprattutto, il calcio era di tutti e alla portata di tutti: non c’erano ancora le pay tv: le partite che si potevano vedere in tv erano poche, solo quelle di cartello (come i campionati mondiali ed europei di calcio, le fasi finali delle coppe europee), ed erano tutte in chiaro. Se non ti recavi allo stadio (“al campo”, come si diceva nel meridione, vocabolo che testimoniava la vicinanza che c’era tra la gente ed il calcio) le partite del campionato italiano le potevi solo seguire in radio, tramite lo storico programma RAI “Tutto il calcio minuto per minuto”. Gli stadi erano comunali, i biglietti costavano poco; le fasce benestanti della popolazione tendenzialmente si tenevano lontane dagli stadi e dal calcio, anche per via del problema della violenza negli stadi (non era ovviamente tutto oro ciò che luccicava). Tutte le partite della Serie A si disputavano in contemporanea la domenica alle ore 15:00 e accompagnavano come una sana liturgia laica i pranzi domenicali in famiglia, caratterizzati dai costanti sfottò tra parenti di diversa fede calcistica. E ultimo, e non meno importante: il calcio si giocava per strada e negli oratori, questi ultimi sono stati per decenni una fucina di grandi campioni. Gli osservatori delle squadre di calcio giravano frequentemente per gli oratori alla ricerca di possibili futuri campioni. Il calcio quindi era un modo tramite cui la povera gente poteva sentirsi parte di una comunità. Se avevi talento potevi diventare un grande campione, anche se non avevi i soldi. Le condizioni di partenza tra ricchi e poveri, almeno nel calcio, erano le stesse. Anzi, erano più a favore dei poveri. L’esatto contrario di quanto avviene oggi.

Lasciamo lo sfondo e torniamo alla figura in primo piano: la storica finale con cui abbiamo aperto il post. Dicevamo che l’Italia dominava il calcio con le squadre di club, mancava però la ciliegina sulla torta: una vittoria importante della Nazionale italiana. Ed il 17 luglio del 1994 il momento di mettere tale ciliegia sembrava essere arrivato. Davanti abbiamo il Brasile. Sollevare la coppa del mondo dopo aver battuto il Brasile in finale sarebbe l’apoteosi calcistica, il sogno da bambino di intere generazioni. La storia quindi sembra aver apparecchiato tutto per il grande finale. Bisogna “solo” superare l’ultimo ostacolo che, tuttavia, è tutt’altro che agevole: il temibile Brasile di Romario e Bebeto, formidabile coppia d’attacco. 

Romario era uno dei pochi grandi campioni a non aver ancor calcato i campi della Serie A, e siccome al tempo non si poteva andare su YouTube per conoscere meglio i calciatori di altri paesi, nell’immaginario calcistico italiano egli era una sorta di extraterrestre, temuto e poco conosciuto allo stesso tempo. A dir il vero, il Milan lo aveva affrontato qualche mese prima, in un’altra storica partita, la finale di Coppa dei Campioni, vinta con un roboante 4-0 contro il Barcellona, squadra in cui Romario militava al tempo. Tale vittoria aveva contribuito a ridimensionarne l’aurea di giocatore quasi invincibile. Il Brasile però non era solo Romario, era una squadra piena di zeppa di grandi calciatori, come sempre è stato il Brasile.

La finale non la disputiamo nelle migliori condizioni. Baggio e Baresi, i nostri migliori calciatori sono acciaccati. Baresi è reduce da un intervento al menisco, Baggio non ha ancora recuperato completamente da un infortunio muscolare contratto nella semifinale contro la Bulgaria. In aggiunta, le condizioni climatiche sono avverse, la gara viene disputata in USA all’ora di pranzo (in piena estate!) per poter essere vista in Europa di sera, per via del fuso orario. Per gli USA il calcio è niente più che folklore, per gli europei invece è una cosa seria. La partita è tesa, entrambe le squadre si temono. Le occasioni da gol da ambo le parti sono poche. E quelle poche vengono sprecate malamente, segno che la tensione ed il caldo asfissiante sono i veri protagonisti. A sorpresa, un Baresi non più giovanissimo disputa una delle migliori partite della sua carriera, è un muro quasi invalicabile per gli attaccanti avversari. Baggio invece appare più sottotono, in linea tuttavia con una partita ostica per gli attaccanti di entrambi gli schieramenti. 

I tempi regolamentari finiscono sul risultato di 0-0. Altri 30’ di tempi supplementari non cambiano le sorti della partita. 

Si va ai calci di rigore. 

Quattro anni prima avevamo perso la semifinale dei mondiali contro l’Argentina ai calci di rigore. Questa volta andrà diversamente, è l’auspicio di tutti gli italiani. Entrambe le squadre sbagliano il primo calcio di rigore. Noi però lo sbagliamo con Baresi, non certamente il nostro miglior rigorista, ma pur sempre il nostro capitano. Non un bel segnale sul piano psicologico per noi, ed inevitabilmente un incoraggiamento per gli avversari, che infatti non sbaglieranno più un calcio di rigore. Noi purtroppo ne sbaglieremo altri due, l’ultimo lo sbaglierà proprio il nostro giocatore più iconico, Roberto Baggio, colui che con il suo talento ed i suoi gol ci aveva portato in finale. Niente ciliegina sulla torta, niente apoteosi. Il campionato del mondo di calcio finisce qui, lo vince il Brasile, dice sommessamente Bruno Pizzul, la storica voce che accompagnava le partite di calcio della Nazionale in quegli anni.

Gli eroi non sempre muoiono lasciando in eredità un lieto fine, ma muoiono sempre restando in piedi.


The man who died standing

L’uomo che morì restando in piedi, scriveranno di Roberto Baggio gli inglesi che in quegli anni amavano tantissimo il nostro calcio e, in modo particolare, il divin codino. 

mercoledì 25 marzo 2026

La luce della Resurrezione


Negli ultimi post di questo blog si è parlato molto di temi apocalittici - guerre, ingiustizie, sofferenze, ecc. -. Tuttavia, man mano che ci avviciniamo alla Pasqua, è necessario spostare l’attenzione nettamente e decisamente sul terzo giorno, ovvero sulla Resurrezione

Se le nostre catechesi si fermassero all’apocalisse non sarebbero cristiane. Alla fine vince sempre Cristo! Le sofferenze sono solo un passaggio temporaneo e non la fine a cui siamo destinati. La fine è sempre la gioia della Resurrezione. E quando arriva questa gioia? Molto prima di quando si creda. A condizione però che nel buio più fitto rimaniamo fedeli a Cristo e non ci allontaniamo da Lui. La notte infatti si fa più buia quando l’alba è vicina, e, di conseguenza, il buio è più intenso proprio quando sta per finire. Le croci sono interminabili solo se vissute lontane da Gesù, quelle vissute con il Signore finiscono molto prima di quanto si creda. Se le nostre croci sembrano non finire mai è solo perché le stiamo vivendo lontani da Cristo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero" (Mt 11,28-30).

C’è pertanto un’altra catechesi da cui dobbiamo guardarci perché non viene da Cristo ma dal Maligno ed è la seguente: il cristiano è destinato a soffrire sempre per tutto il periodo della vita terrena e vedrà la Resurrezione solo dopo la morte. Questa catechesi non viene da Cristo. Dopo la morte la Resurrezione sarà definitiva, ma ogni matrimonio è sempre preceduto da un fidanzamento, il quale è già un inizio della gioia del matrimonio. Anche Marta in occasione della morte del fratello Lazzaro era convinta che avrebbe fatto esperienza della resurrezione solamente nella prossima vita. Gesù disconferma subito questa convinzione: “Sono io la resurrezione, se credi la vedrai adesso!” E Marta crede, vede e gioisce. 

Se volessimo fare un’analogia con la palestra, potremmo dire che la quaresima è la fase di allenamento intenso, a cui segue una fase di scarico in cui si godono i frutti dell’intenso allenamento.

Non possiamo vivere sempre in quaresima, così come non possiamo sempre allenarci intensamente. Le stesse fatiche che sono benefiche se temporanee, diventano deleterie se protratte troppo a lungo. 

Pertanto cari fratelli in Cristo, proprio quando il buio si fa più intenso sia più intensa la vostra vicinanza a Cristo perché è vicina la luce della Resurrezione.

E quando meno ce l’aspettiamo, e molto prima di quanto crediamo, sentiremo anche noi questa frase e la grande gioia spirituale ad essa associata: “Eccomi, sono io la Resurrezione!”.

lunedì 23 marzo 2026

Giuseppe custode delle relazioni


Abbiamo parlato dell’amore in alcuni precedenti post mettendo in evidenza che se esso è separato dalla fede, cioè se viene separato da una relazione con Dio, conduce all’idolatria: quella condizione in cui la creatura viene amata più del Creatore. Un amore di questo tipo è impuro perché manca della libertà di spirito necessaria per poter amare l’altro senza possederlo. E tale libertà di spirito è possibile riceverla solo da Dio; solo se amiamo Dio prima delle creature abbiamo la necessaria libertà di spirito per amare anche le creature di un amore vero, puro e casto. Se la fede manca o, meglio, se viene lasciata spegnere - Dio la dona a tutti gli uomini - prima o poi si rimane impigliati nel laccio dell’idolatria. Ci si ammala di un amore impuro, che vuole possedere, che non lascia liberi; un amore che prima o poi si rovescia nel suo contrario: odio, invidia, volontà di distruggere l’altro. Così come la pace senza Dio è una pace ingiusta, anche l’amore senza Dio è un amore falso. Di questo amore oggi sono ammalate la maggior parte delle relazioni. 

C’è però un rischio opposto in cui può cadere chi invece la fede ce l’ha, la fa funzionare con la preghiera ed i sacramenti: ed è quello di fissare il

Creatore perdendosi per strada le creature. E si badi bene che per perdersi qualcuno non è necessario allontanarlo fisicamente, è sufficiente ripudiarlo nel segreto del proprio cuore; proprio come ha fatto Giuseppe con Maria prima che l’Angelo gli apparisse in sogno. Non sappiamo cosa abbia davvero capito Giuseppe di ciò che l’Angelo gli ha riferito. “La tua sposa è incinta di Dio”, è una frase che a qualsiasi uomo apparirebbe surreale e probabilmente anche a Giuseppe sarà apparsa tale. Tuttavia Giuseppe, uomo umile e concreto, ha compreso l’essenziale: non doveva rompere la relazione con Maria. 

Ed il messaggio, tramite Giuseppe, arriva forte e chiaro anche a noi: non siamo autorizzati in nessun caso a rompere le relazioni con le persone che il Signore ci mette accanto, anche quando ci sono motivi umanamente legittimi, come li aveva Giuseppe. E questo vale per tutte le relazioni benedette da Dio, relazioni coniugali in primis, e poi relazioni con amici, colleghi di lavoro, ecc. Spetta alla vita, cioè al Signore, operare l’eventuale separazione delle relazioni, non a noi. Nel caso del matrimonio, onde evitare fraintendimenti, il Signore ha posto come limite la morte; solo quest’ultima scioglie il vincolo che si contrae nel sacramento del matrimonio. 


Quando Gesù nel Vangelo parla dell’indissolubilità del matrimonio ai discepoli, questi ultimi ne restano così scandalizzati al punto da dire con rassegnazione che se le cose stanno è meglio non sposarsi. Non avevano ancora la sapienza della croce, non comprendevano ancora che Dio opera la Resurrezione solo laddove l’uomo accoglie la croce. E questo vale anche e soprattutto nelle relazioni. Dio non salva dalle croci, ma nelle croci. Pensiamo sia stato facile per Maria presentarsi al suo promesso sposo portando nel proprio grembo un bambino? E per Giuseppe pensiamo che stata una passeggiata prendere con sé Maria in tale stato? Oggi sappiamo che la storia ha avuto un lieto finito, non solo per loro ma anche per noi che abbiamo ricevuto il Salvatore, ma Maria e Giuseppe avevano davanti a loro uno scandalo. Lo scandalo della croce appunto. Che però è sapienza di Dio. 


Applichiamo ora la frase “Giuseppe non avere paura di prendere con te Maria perché il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” a tutte le relazioni che vorremmo rompere (anche per motivi umanamente legittimi) e vediamo l’effetto che fa. Tuo marito ti ha fatto un torto imperdonabile? Non temere di perdonarlo perché dietro il suo torto si nasconde un bambino generato dallo Spirito Santo. Il tuo collega di lavoro è insopportabile? Non temere di prenderlo con te perché nei suoi difetti si nasconde un bambino generato dallo Spirito Santo. Tua madre non è la migliore delle madri? Non temere di prenderla con te perché nelle sue mancanze si nasconde un bambino generato dallo Spirito Santo.


Che effetto fa? 


Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: "Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?". Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: "Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita (Gv 6,60-63).


Bene. Questo è l’effetto che deve fare la parola di Dio, perché se non scandalizzasse le logiche umane non sarebbe più parola di Dio, ma parola dell’uomo.


Chiediamo a Giuseppe di aiutarci a custodire tutte le nostre relazioni, senza fermarci davanti allo scandalo delle croci, ma cercando in esse Gesù e Maria.


SACRA FAMIGLIA CON I SANTI ELISABETTA E GIOVANNIN0 (Sacra famiglia Canigiani), Monaco Alte Pinakothek (131 x 107).


domenica 22 marzo 2026

Il tempo è compiuto

Oggi è l’ultima domenica di quaresima, il tempo è ormai quasi compiuto. La vita pubblica di Gesù è ormai giunta a termine. Egli ha compiuto la missione che il Padre gli ha affidato: dare il potere a quanti lo hanno accolto di diventare figli di Dio. 

Non tutti però lo hanno accolto. Non lo hanno accolto i suoi, come dice il Vangelo di Giovanni. Non è stato accolto da quelli della sua stirpe, della sua carne: nemmeno i suoi fratelli credevano in lui, dice sempre il Vangelo di Giovanni. Tuttavia, è stato accolto da chi non lo cercava, da chi non lo invocava, come dice il profeta Isaia ripreso da San Paolo nella lettera ai Romani (Rm 10,20-21): Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me. In netto contrasto invece con la disobbedienza di Israele evidenziata da San Paolo subito dopo: Tutto il giorno ho steso le mani verso un popolo disobbediente e ribelle! Per questi ultimi purtroppo si realizzerà la parola del profeta Isaia (Is 65, 12-14):

12io vi destino alla spada;

tutti vi curverete alla strage,
perché ho chiamato e non avete risposto,
ho parlato e non avete udito.
Avete fatto ciò che è male ai miei occhi,
ciò che non gradisco, l'avete scelto".
13Pertanto, così dice il Signore Dio:
"Ecco, i miei servi mangeranno
e voi avrete fame;
ecco, i miei servi berranno
e voi avrete sete;
ecco, i miei servi gioiranno
e voi resterete delusi;
14ecco, i miei servi giubileranno
per la gioia del cuore,
voi griderete per il dolore del cuore,
urlerete per lo spirito affranto.

Ma ciò sia detto nella speranza di suscitare la loro gelosia e di salvarne alcuni, come dice l’Apostolo Paolo (Rm 11,14).

Per voi invece fratelli che lo avete accolto grande sarà la gioia: giubilate fin da subito perché per voi l’ora delle tenebre durerà soltanto un’ora! Finirà prima che ve ne accorgiate, le lacrime versate saranno asciugate direttamente dalle mani di nostro Signore Gesù Cristo. 

Quell’ora però dovrà essere vissuta nel silenzio e nell’adorazione, come un bambino tra le braccia di sua madre. È l’ora in cui non si potrà più agire, lo dice chiaramente nostro Signore: Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire (Giovanni 9,4). Ma per quanti lo hanno accolto una tale ora dovrà essere vissuta senza paura. Sarà il placido sonno prima della Resurrezione, il buio che precede le luci della festa! Gioite, cari fratelli! Gioite!

sabato 21 marzo 2026

Insegnare a volare e poi farsi da parte


Abbiamo detto nell’ultimo post che l’amore, quando è vero, espande la libertà dell’altro perché rinuncia a possederlo. Di conseguenza, se amiamo davvero qualcuno dobbiamo anche capire quando è il momento di farci da parte. Perché se non ci facciamo mai da parte, l’altro non sarà mai davvero libero.

L’amore infatti stimola una certa dose di dipendenza. Ciò è inevitabile, la dipendenza rende possibili i legami. Chi non vuole dipendere mai da nessuno non sarà neanche mai veramente in relazione con qualcuno.

Perché l’amore stimola la dipendenza? Perché amare equivale a farsi carico delle vulnerabilità dell’altro. Ciò è evidente nella relazione genitore - bambino, coppia nella quale il bambino rappresenta il polo vulnerabile ed il genitore quello accudente e supportivo. Il genitore non sarebbe un buon genitore se, anziché offrire sostegno, lo pretendesse dal figlio. Affermazione che potrebbe apparire scontata ma non lo è affatto nel periodo storico che stiamo vivendo in cui la famiglia è stata letteralmente sconquassata da uno tsunami. Spesso nelle famiglie si assiste ad una inversione di ruoli: i genitori pretendono rassicurazioni dai figli e questi ultimi sono costretti a farsi “usare” per soddisfare i bisogni dei genitori. Anziché essere il figlio ad appoggiarsi alle gambe dei genitori per imparare a camminare, sono questi ultimi che vorrebbero camminare aggrappandosi alle gambe dei figli: l’esito è una paralisi di tutti i componenti della famiglia. 

Si può però rimanere paralizzati anche nella situazione opposta: quella in cui i genitori mantengono i figli in uno stato di perenne dipendenza. È la situazione in cui i genitori, anziché insegnare al bambino a camminare per poi farsi da parte, lo prendono in braccio anche quando non sarebbe più necessario, impedendogli in questo modo di diventare autonomo. Ad un certo punto, in tutte le relazioni, non solo in quella genitore-figlio, bisogna farsi da parte per far spazio alla libertà, all’autonomia, e all’individualità dell’altro. È necessario separarsi, attraversare il dolore annesso, che è un vero e proprio lutto, per poi ritrovarsi più adulti e più maturi. 

Una volta c’era il servizio di leva obbligatorio a separare i giovani maschi dalle loro famiglie e a metterli di fronte alla necessità di maturare un’autonomia rispetto ai propri cari. Era un’autonomia forzata, ovviamente, ma, d’altra parte, nessuno si separa dalle persone a cui vuole bene se non è forzato da qualche necessità. Non è obiettivo di questo post valutare l’opportunità di ripristinare la leva, ma solo evidenziare che i processi di maturazione passano inevitabilmente per una separazione fisica. Bisogna farsi da parte concretamente, nel vero senso della parola, per permettere all’altro di spiccare il volo.

E ripeto: questo vale in tutte le relazioni. 

Concludo, come sempre, con un riferimento al Vangelo (Gesù non è solamente Dio, ma è anche il Maestro della nostra umanità).

In tutti i Vangeli quando è venuta l’ora della sua crocifissione Gesù si ferma a parlare con i discepoli. Nei tre Vangeli sinottici Gesù continua a rapportarsi loro da maestro, li invita a pregare, vegliare, a prepararsi alla lotta, e ad amarsi gli uni gli altri. Nel Vangelo di Giovanni invece Gesù si pone nei confronti dei discepoli in modo diverso, non più da maestro; ha insegnato loro tutto ciò che doveva insegnare, adesso è arrivato il momento di separarsi: le parole di Gesù infatti sono tutte incentrate sulla separazione e su quanto essa sia necessaria. Sono parole bellissime, struggenti, piene di compassione e di tenerezza. Gesù vede la tristezza negli occhi dei discepoli e li esorta a non esseri tristi, dice loro espressamente: “è meglio per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Paràclito (lo Spirito Santo)”, cioè: è arrivato il momento di separarci fisicamente perché la mia presenza è di impedimento alla vostra autonomia. “Non verrà il Paràclito”, cioè: non potrò diventare una presenza interna al vostro spirito se fisicamente non mi stacco da voi. 

Quando i tempi sono maturi bisogna permettere che gli altri spicchino il volo, e ciò è possibile solo attraverso una separazione fisica. Solo in questo modo l’amore, da presenza fisica, diventa presenza interiore, e può coesistere con l’individualità e l’unicità di ciascuno di noi.
 

venerdì 20 marzo 2026

I falsi amori

Dopo aver parlato della pace evidenziando che essa è un valore solo è giusta, cioè se non opprime i poveri e non froda gli operai della giusta mercede, adesso vediamo quando possiamo considerare l’amore un valore.

La nostra cultura oltre ad aver pervertito la pace rendendola un comodo salotto ad esclusivo consumo di una ristretta cerchia di élite, ha purtroppo pervertito anche l’amore. Se la pace è vera solo se è giusta, l’amore è verso solo se è libero. Libero da cosa? Dalle impurità. Se opprimere i poveri e defraudare gli operai della giusta mercede sono i gravi peccati che impediscono una pace giusta, i peccati impuri contro natura sono quelli che fanno da impedimento ad un amore vero e libero. Questi peccati, insieme con l’omicidio volontario, compongono la categoria dei peccati che secondo il catechismo della Chiesa Cattolica gridano vendetta al cospetto di Dio.

Che cosa rende impuro l’amore?

È impuro tutto ciò che fa del piacere fisico l’unico fine o lo scopo prevalente della sessualità (lussuria); ed è impuro anche amare la creatura fino a voler esercitare su di essa un controllo possessivo, che solitamente è la manifestazione dell’idolatria, cioè dell’amare la creatura più del creatore. La lussuria è l’impurità sul piano fisico, l’idolatria su quello spirituale. Dell’idolatria, di come essa distrugga spiritualmente l’uomo e di come guarire da questo pericoloso male se ne è parlato diffusamente qui. L’idolatria segue questo ciclo: incredulità (l’uomo non riesce più ad ascoltare la voce di Dio dentro di sé perché al centro del suo spirito e della sua coscienza non c’è più Dio ma l’idolo) - disperazione (quando la creatura che fa da idolo viene meno) - perdizione (se l’uomo si ostina pervicacemente a sostituire un idolo con un altro, anziché ricorrere a Dio).

Pertanto esiste sia un’impurità fisica che una spirituale. Entrambe sono gravi allo stesso modo, perché entrambe hanno un’unica radice spirituale: chi è lussurioso è inevitabilmente anche idolatra. Tuttavia, le impurità fisiche sono più facili da riconoscere e quindi è anche più facile che la persona che ne soffre prenda consapevolezza dei propri problemi. Al netto di una cultura ipersessualizzata che esibisce alcune forme di impurità fisica col vessillo del progresso. Si tratta semplicemente di lussuria, condivisa e socializzata, ma sempre di lussuria si tratta. Il mal comune mezzo gaudio non vale per i mali spirituali: al momento della morte ognuno di noi sarà solo e vedrà il proprio spirito come un anatomopatologo vede tessuti e cellule.

Più subdole e più difficili da riconoscere sono invece le impurità spirituali, perché si celano dietro la maschera dei “ti amo tanto”, “mi preoccupo per te”, “sono responsabile di quello che ti accade”. Tali forme di amore sono false perché il vero amore antepone il bene dell’altro al proprio, qui invece il bene proprio (il bisogno di controllo) è anteposto al bene dell’altro (il bisogno di libertà). Tali false forme di amore, oggi diffusissime nei rapporti di coppia e nelle famiglie, si riscontrano frequentemente anche nei luoghi di lavoro sotto forma di un controllo continuo da parte di un datore di lavoro, di un superiore o di un semplice collega nei confronti dei collaboratori, dei subordinati o di altri colleghi. Ovviamente, libertà di spirito non equivale a trascuratezza, dobbiamo prenderci cura degli altri e di chi ci è stato affidato, ma lasciando che sull’altro si compia la volontà di Dio e non la nostra; gli altri, fossero anche figli e parenti stretti, non appartengono a noi ma a Dio. La più bella preghiera di intercessione che si possa fare è unire la propria volontà a quella di Dio desiderando che sull’altra persona si compia la volontà di Dio, perché spesso quello che desideriamo noi non è buono, a causa delle tante impurità di cui è macchiato il nostro spirito.

Può essere ancora più difficile riconoscere tali impurità spirituali se la persona che ne soffre non manifesta alcuna impurità fisica. Per questo motivo Gesù disse ai teocrati del suo tempo, “le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli”; costoro non presentavano alcun sintomo esteriore dei loro problemi spirituali - come invece accade per le prostitute -, ma nonostante ciò il loro spirito era ugualmente pieno di marciume. 

Pertanto, talvolta è necessario che la persona cada in una grave impurità fisica o inciampi in qualcosa di esteriormente visibile affinché prenda consapevolezza di quanto il suo spirito sia pieno delle metastasi di tanti falsi amori.




La fallacia del comunismo

Fortunatamente il  comunismo, come organizzazione sociale e politica concreta, è scomparso in Europa al termine del Novecento, la nostalgia ...