giovedì 1 gennaio 2026

Il perdono

Perdonare significa rinunciare a farsi giustizia da soli, rinunciare a coltivare rancore nei confronti di chi ci ha fatto del male, rinunciare ad augurare il male; rinunciare, in sostanza, a risolvere il problema del male con le sue stesse armi. 

Il perdono è un atto spirituale, non è un atto psichico. È impossibile perdonare sul piano psicologico, perché affettivamente reagiamo con rabbia di fronte alle ingiustizie. Ed è una rabbia legittima, se non la provassimo saremmo malati di masochismo; e perdonare non è essere masochisti. La rabbia porta con sé sia un sano desiderio di difenderci e di allontanarci da chi ci ha ferito, ma anche un sinistro auspicio che gli altri - soprattutto quelli che ci hanno fatto del male - possano subire prima o poi la nostra stessa sorte. 

Questo secondo desiderio se non è cauterizzato da una sana esperienza spirituale tiene le persone vicendevolmente vincolate, non da legami di amore, ma di odio. L’odio vincola le persone più dell’amore, perché l’amore quando è vero espande gli spazi di libertà; l’odio invece soggioga, opprime e restringe i margini di libertà. 

Per sana esperienza spirituale intendo l’incontro personale con Cristo nell’esperienza della Croce. Incontro che prima o poi ogni essere umano fa, indipendentemente da quale sia la religione a cui aderisce formalmente. Non che la pratica religiosa non abbia importanza, ce l’ha eccome, non si può incontrare Dio con il fai-da-te spirituale, oggi tanto in voga; è necessaria una cornice di pratiche e di comportamenti condivisa e codificata. Tuttavia, succede non di rado che gli esseri umani si innamorino della cornice e ignorino il dipinto. Tradotto: la pratica religiosa non ha valore in sé ma solo in relazione al fine per cui esiste, ovvero condurre gli uomini ad un rapporto personale con Dio. Se la pratica religiosa non ha portato ad un rapporto personale con Dio allora siamo caduti nella trappola di quelle che San Paolo chiama le opere della legge, cioè pensare che la salvezza sia fare delle pratiche religiose. La salvezza è incontrare Cristo personalmente, incontro che dopo la morte diventerà matrimonio il quale, tuttavia, come tutti i matrimoni, deve essere preceduto da un fidanzamento. E la pratica religiosa deve permettere questo fidanzamento, altrimenti perde di valore. Possiamo pregare, andare a messa tutte le domeniche e, nonostante ciò, aver perso Cristo. Nessuno è immune da questo pericolo. Persino Maria e Giuseppe, come sappiamo dal Vangelo di Luca, perdono Gesù dodicenne a Gerusalemme, e si mettono subito a cercarlo. 

Ha valore soltanto la persona di Cristo. 

Tutti gli sforzi che facciamo - religiosi e non - hanno valore solo se finalizzati a rimanere ogni giorno alla sequela di Cristo. Il quale è una Persona e, come tale, ogni giorno fa qualcosa di nuovo e di diverso. Non è completamente prevedibile. Non lo è era nemmeno per i suoi genitori, figuriamoci se lo può essere per noi. Se Cristo è diventato una pratica prevedibile è certo che lo abbiamo perso. E, come Maria e Giuseppe, dobbiamo con urgenza metterci a cercarlo. 

Solo se incontro ogni giorno Cristo nelle piccole o grandi esperienze di Croce allora potrò perdonare, perché saprò che ogni essere umano prima o poi inciampa nella Croce, che è un momento di dolore e di giustizia ma, se accolto, anche di verità e di amore. Allora non c’è bisogno di augurare il male a nessuno. Possiamo invece augurare a chi ci ha fatto del male di poter comprendere - quando arriverà il momento della Croce - il male fatto, fare verità, accogliere la giustizia di Dio e sperimentare allo stesso tempo la sua misericordia.

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