sabato 7 marzo 2026

Liberalizzazione dei mercati finanziari e guerre mondiali

La follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.

Qual è la cosa che abbiamo rifatto aspettandoci un esito diverso - o molto più semplicemente perché ignari della storia?

La liberalizzazione dei mercati finanziari.

Qual è l’esito della liberalizzazione finanziaria?

Una guerra mondiale. 

La liberalizzazione finanziaria consiste nel privare le comunità politiche degli strumenti monetari e fiscali necessari per porre in essere quella che in economia si chiama “repressione finanziaria”. La repressione finanziaria del periodo 1948 - 1980, per intenderci, ha permesso all’Occidente di rientrare dai debiti post Seconda Guerra Mondiale e di crescere economicamente. Qui per chi conosce l’inglese e vuole approfondire il tema. 

A partire dagli anni 80’ del secolo scorso abbiamo pensato bene di riavvolgere il nastro della storia per ritornare a quella liberalizzazione dei capitali che nella seconda metà dell’800 causò gli squilibri economici sfociati poi in due guerre mondiali.

Negli anni 80’ ha avuto origine quella che gli storici dell’economia chiamano “seconda globalizzazione”, che ha ricevuto la spinta propulsiva da USA e Inghilterra - i due paesi occidentali nei quali l’architettura finanziaria è più sviluppata - e a cui noi europei ci siamo piegati senza battere ciglio. Per un paradosso della storia, in Europa a spingere sul pedale della liberalizzazione con maggior forza sono stati proprio quei partiti politici che si erano contraddistinti nei decenni precedenti per uno spiccato spirito anticapitalistico e che, dopo la caduta dell’URSS, sono passati armi e bagagli dall’altra parte della barricata. E lo hanno fatto con lo zelo tipico del principiante. Perché solo a dei principianti poteva venir in mente di creare una moneta unica in assenza di un’unione fiscale, cioè in assenza di un’unione politica. L’unione politica è in grado di assorbire, attraverso una redistribuzione fiscale, gli squilibri tra aree economiche diverse. È quello che avviene in Italia, ad esempio, tra il Nord più sviluppato ed il Sud più arretrato. Le maggiori tasse che pagano i cittadini del Nord servono anche per finanziare i servizi nel Sud. Questo principio di sussidiarietà o solidarietà non è possibile in assenza di un’unione politica. 

Le nazioni sono una cosa seria. Molti italiani provenienti dal Sud Italia sono morti per difendere i confini del Nord nel corso di quelle guerre che negli scorsi due secoli hanno portato l’Italia a diventare una nazione autonoma. Ancora oggi sono principalmente gli italiani provenienti dal Sud ad andare a riempire i ranghi delle FF.AA e FF.OO. Per questo motivo è giusto che il Nord condivida la sua maggiore ricchezza economica con il Sud. Così si fa in una nazione!

Tale solidarietà non è possibile tra nazioni europee che hanno storie, culture e percorsi diversi. Né, d’altra parte, la dobbiamo pretendere, perché l’Europa è bella così. Non è fatta per diventare una brutta copia degli USA, perché tali sarebbero gli Stati Uniti d’Europa. E in ogni caso, per unirsi, prima ancora di una moneta unica ci vuole una lingua unica, che in Europa evidentemente non c’è.

Privati gli Stati degli strumenti monetari e fiscali indispensabili per una redistribuzione equa dei redditi - senza espropri di stampo comunista -, sono inevitabili sia il susseguirsi di crisi finanziarie (dovuti ad un mercato finanziario svincolato dal controllo di un soggetto politico) e sia lo scaricarsi del peso di tali crisi sulle fasce più deboli della popolazione. Che poi reagiscono. Sulla base delle sensibilità, degli stereotipi sociali, delle antipatie e simpatie che caratterizzano lo spirito di ogni popolo.

L’economia non è l’unica causa scatenante dei conflitti umani - ci sono anche aspetti culturali, politici, religiosi, antropologici, ecc. - tuttavia, essa è un “trigger” importante perché ogni essere umano ha bisogno di lavorare per vedere soddisfatti i bisogni di base, per vivere una vita dignitosa e per non sentirsi socialmente escluso. 

Nei periodi economicamente floridi le divisioni sociali, culturali, etniche, ecc. che caratterizzano in diversa misura ogni società umana sono più facili da gestire. Quando invece l’economia è arrestata da crisi economiche dalle quali non riesce a ripartire, che rendono la disoccupazione strutturale con masse sempre più crescenti di esseri umani ai margini della società, le fratture sociali si ingrossano di odio e risentimento. Se ad essere colpiti da tali crisi sono quei popoli che hanno una visione di sé imperiale - come direbbero i moderni esperti di geopolitica -, cioè quei popoli abituati a guidare altri popoli, la probabilità di un esito bellico si alza vertiginosamente. 

Tali popoli vivono le crisi in modo particolarmente umiliante perché sono abituati a stare ai vertici e vivono la povertà economica come un affronto inaccettabile allo loro gloria. In Occidente appartengono a tale categoria di popoli gli statunitensi, gli inglesi, i tedeschi e i francesi. 

Senz’altro la storia è piena di governanti malvagi, alcuni ben oltre i limiti della follia, tuttavia, se pensiamo che le guerre siano scatenate solamente dalle personalità disturbate di chi governa una nazione, allora è inutile studiare la storia. Meglio affidarsi al “cielo”, inteso nell’accezione magica del termine, cioè sperare che magicamente dal “cielo” scendano sulla terra governanti buoni. E in effetti in Europa si è diffusa un’ignoranza storica imbarazzante - anche in USA a giudicare da come si comportano -. 

Lo studio della storia è detto sostituito dal rito liturgico dei “giorni della memoria”. 

L’unica memoria che vale la pena di coltivare è quella che si forma studiando e ricercando la verità. Sempre. Anche e soprattutto quando la verità è dolorosa.

Perché solo così la memoria diventa coscienza.



Nessun commento:

Posta un commento