venerdì 27 marzo 2026

Guerra, pace ed ordine internazionale

 In alcuni ultimi post di questo blog si è detto che siamo alla vigilia di eventi che potrebbero portare ad una guerra mondiale, perché ci sono molte analogie tra il periodo storico che stiamo vivendo ed il periodo che precedette lo scoppio delle due guerre mondiali. Tuttavia, nessuno può prevedere il futuro e può sapere in anticipo quale sarà il prossimo casus belli, l’equivalente dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria o dell’invasione della Polonia. Se lo potessimo prevedere lo eviteremmo, perché nessuno vuole una guerra mondiale. Nemmeno Hitler agì con le intenzioni di scatenare la Seconda Guerra Mondiale. Infatti la dichiarazione di guerra che ricevette dall’Inghilterra subito dopo l’invasione tedesca della Polonia lo colse di sorpresa; fino ad allora Chamberlain si era mostrato molto accondiscendente con le mire espansionistiche di Hitler, non perché simpatizzasse per quest’ultimo ma perché non voleva trascinare il suo paese in un’altra guerra mondiale a distanza di poco tempo dalla precedente. Nessuno agisce volendo scatenare consapevolmente una guerra mondiale, ognuno agisce perseguendo quelli che ritiene essere gli interessi del proprio paese, della categoria sociale alla quale appartiene o, più semplicemente, agisce negli interessi di se stesso. Ad essere diabolico è agire senza riconoscere nient’altro che i propri interessi, senza ispirare i propri comportamenti ad un senso di verità e ad un senso di giustizia più alti. E ciò vale sia per i comportamenti dell’uomo come individuo e sia dell’uomo sociale e politico.

Anche volere la pace a tutti i costi senza chiedersi a quali condizioni la pace può dirsi giusta, come fanno gli europei, è pericoloso. Gli europei rifiutano aprioristicamente l’idea che si possa difendere il proprio paese e l’ordine internazionale ricorrendo all’uso della forza. Anche questo è diabolico. È giusto ricorrere prioritariamente alla diplomazia, è diabolico però fare di quest’ultima un idolo in grado di garantire la pace a qualunque condizione.

Quando parliamo di pace e di guerre, dobbiamo avere chiaro che cos’è un ordine internazionale e che cosa lo compromette.

Iniziamo subito col rigettare una menzogna (una delle tante) che serpeggia da troppo tempo in Europa, ovvero l’idea che se gli americani non intervenissero con la forza il mondo sarebbe un posto meravigliosamente pacifico. Che è come dire: se la polizia non intervenisse ad arrestare i malviventi non ci sarebbero più reati. Tale ragionamento stride non solo con la logica ma persino con la nostra storia: se gli americani nel secolo scorso avessero adottato un atteggiamento non interventista, l’Europa (e forse tutto il resto del mondo) sarebbe collassata sotto il nazifascismo e sotto il comunismo, e noi non avremmo avuto nessun 25 aprile da festeggiare. 

Gli americani invece sono intervenuti, perché così deve fare una potenza egemone nei confronti di minacce a lei e all’ordine internazionale. Tale ordine nell’equilibrio garantito dall’Impero Romano prendeva il nome di pax. La pace che a noi europei piace tanto non è nient’altro che la pax americana, la quale non piace solo a noi ma anche a quelle nazioni (come ad esempio, Israele e Ucraina) che, pur essendo sotto l’influenza americana, non godono di tale pace. 

Davvero pensiamo che gli ucraini e gli israeliani non godono di tale pace perché non sono bravi, buoni e belli come noi? Ignoriamo la nostra storia al punto da pensare di essere davvero migliori di altri? Ci è chiaro cosa abbiamo fatto in Europa prima che gli americani intervenissero con la forza a sconfiggerci (cosa che hanno fatto benissimo a fare!)? E che cosa probabilmente saremmo nuovamente capaci di fare se dovessimo perdere la tutela americana? Guardiamo in faccia la realtà: noi non siamo meglio di altri, siamo per il momento solo più fortunati di altri!

Altri non godono di tale pace perché l’una - l’Ucraina - è stata invasa militarmente da una potenza confinante, e l’altra - Israele - è attaccata costantemente da cellule terroristiche lautamente finanziate da chi vuole minare l’ordine garantito dagli USA, non per costruirne uno migliore ma per godere della gloria e dei benefici di una potenza egemone. Quindi se gli americani smettessero di intervenire verrebbero meno al ruolo di potenza che deve garantire la pace. Dal momento che, ripeto, sulla potenza egemone cade la principale responsabilità di garantire un ordine mondiale basato sulla giustizia e sulla pace. Noi europei siamo purtroppo nichilisti e abbiamo una visione negativa di tutto che ciò che non è europeo. Tale nichilismo ci impedisce di apprezzare la pax che l’attuale potenza egemone - gli USA - garantisce e ci porta a sottovalutare le serie minacce che provengono dai paesi che vogliono prendere il posto degli USA: Cina e Russia. E c’è da dubitare fortemente che tali paesi vogliano e siano in grado di garantire un ordine internazionale migliore di quello che garantiscono gli USA.

Una cosa infatti deve essere chiara: una pace nel mondo senza una potenza egemone a garantirla con le buone e, quando occorre, con le cattive non è mai esistita e mai esisterà. Il periodo che seguì alla caduta dell’Impero Romano fu un periodo terribile caratterizzato dalle violenze perpetrate da orde barbariche, le quali non assoggettavano più i propri comportanti all’ordine stabilito dall’Impero Romano, che non c’era più, ma agivano nella più totale anarchia. Quindi chi desidera la pace nel mondo e, allo stesso tempo, non vuole riconoscere l’autorità della potenza egemone che attualmente garantisce tale pace, confonde il piano storico-immanente dell’uomo con il piano storico-trascendente, cioè, detto in modo più chiaro: ritiene che la salvezza dell’uomo possa compiersi pienamente su questa terra. Questo apre il campo a pericolose ed aberranti ideologie politiche di salvezza, come sono stati il nazifascismo ed il comunismo, che avevano appunto in comune il rigetto dell’ordine internazionale garantito dalla potenza egemone, che anche ieri erano gli USA. 

Tornando allo scenario attuale, c’è tuttavia un errore che a mio avviso gli USA stanno commettendo, ed è quello di screditare l’ONU. L’Organizzazione delle Nazioni Unite, a differenza della maggior parte delle istituzioni sovranazionali che hanno carattere prevalentemente economico, è nata a seguito delle due guerre mondiali per favorire un processo di pace e giustizia tra le nazioni. È ovviamente migliorabile, come tutte le cose umane, ma è un errore da parte della potenza egemone screditarla, oltre ad essere un clamoroso autogol dal punto di vista dell’immagine perché porta linfa a quanti vorrebbero far cadere la pax americana. Se sei garante di un ordine internazionale devi in primis dare il buon esempio, e screditare l’ONU non è un buon esempio che gli USA (insieme con Israele) stanno offrendo al mondo. La pax non può essere ottenuta a qualsiasi costo, essa è un valore solo se è anche giusta. 

giovedì 26 marzo 2026

L’uomo che morì restando in piedi


È il 17 luglio del 1994. Allo stadio Rose Bowl di Pasadena negli USA Italia e Brasile si giocano la finale del campionato mondiale di calcio. 

Apriamo una breve parentesi di contesto. L’Italia in quegli anni dominava il calcio europeo, la Serie A era il top a cui un calciatore poteva ambire. La globalizzazione era appena iniziata, i danni che avrebbe causato erano ancora di là da venire. Di conseguenza, il campionato di calcio italiano era veramente italiano, i calciatori che vi giocavano era prevalentemente italiani, le squadre di calcio erano in mano ad industriali italiani. Con i nostri calciatori e con i nostri imprenditori, che mettevano i soldi, eravamo i migliori: lo possiamo dire con orgoglio. Ma, soprattutto, il calcio era di tutti e alla portata di tutti: non c’erano ancora le pay tv: le partite che si potevano vedere in tv erano poche, solo quelle di cartello (come i campionati mondiali ed europei di calcio, le fasi finali delle coppe europee), ed erano tutte in chiaro. Se non ti recavi allo stadio (“al campo”, come si diceva nel meridione, vocabolo che testimoniava la vicinanza che c’era tra la gente ed il calcio) le partite del campionato italiano le potevi solo seguire in radio, tramite lo storico programma RAI “Tutto il calcio minuto per minuto”. Gli stadi erano comunali, i biglietti costavano poco; le fasce benestanti della popolazione tendenzialmente si tenevano lontane dagli stadi e dal calcio, anche per via del problema della violenza negli stadi (non era ovviamente tutto oro ciò che luccicava). Tutte le partite della Serie A si disputavano in contemporanea la domenica alle ore 15:00 e accompagnavano come una sana liturgia laica i pranzi domenicali in famiglia, caratterizzati dai costanti sfottò tra parenti di diversa fede calcistica. E ultimo, e non meno importante: il calcio si giocava per strada e negli oratori, questi ultimi sono stati per decenni una fucina di grandi campioni. Gli osservatori delle squadre di calcio giravano frequentemente per gli oratori alla ricerca di possibili futuri campioni. Il calcio quindi era un modo tramite cui la povera gente poteva sentirsi parte di una comunità. Se avevi talento potevi diventare un grande campione, anche se non avevi i soldi. Le condizioni di partenza tra ricchi e poveri, almeno nel calcio, erano le stesse. Anzi, erano più a favore dei poveri. L’esatto contrario di quanto avviene oggi.

Lasciamo lo sfondo e torniamo alla figura in primo piano: la storica finale con cui abbiamo aperto il post. Dicevamo che l’Italia dominava il calcio con le squadre di club, mancava però la ciliegina sulla torta: una vittoria importante della Nazionale italiana. Ed il 17 luglio del 1994 il momento di mettere tale ciliegia sembrava essere arrivato. Davanti abbiamo il Brasile. Sollevare la coppa del mondo dopo aver battuto il Brasile in finale sarebbe l’apoteosi calcistica, il sogno da bambino di intere generazioni. La storia quindi sembra aver apparecchiato tutto per il grande finale. Bisogna “solo” superare l’ultimo ostacolo che, tuttavia, è tutt’altro che agevole: il temibile Brasile di Romario e Bebeto, formidabile coppia d’attacco. 

Romario era uno dei pochi grandi campioni a non aver ancor calcato i campi della Serie A, e siccome al tempo non si poteva andare su YouTube per conoscere meglio i calciatori di altri paesi, nell’immaginario calcistico italiano egli era una sorta di extraterrestre, temuto e poco conosciuto allo stesso tempo. A dir il vero, il Milan lo aveva affrontato qualche mese prima, in un’altra storica partita, la finale di Coppa dei Campioni, vinta con un roboante 4-0 contro il Barcellona, squadra in cui Romario militava al tempo. Tale vittoria aveva contribuito a ridimensionarne l’aurea di giocatore quasi invincibile. Il Brasile però non era solo Romario, era una squadra piena di zeppa di grandi calciatori, come sempre è stato il Brasile.

La finale non la disputiamo nelle migliori condizioni. Baggio e Baresi, i nostri migliori calciatori sono acciaccati. Baresi è reduce da un intervento al menisco, Baggio non ha ancora recuperato completamente da un infortunio muscolare contratto nella semifinale contro la Bulgaria. In aggiunta, le condizioni climatiche sono avverse, la gara viene disputata in USA all’ora di pranzo (in piena estate!) per poter essere vista in Europa di sera, per via del fuso orario. Per gli USA il calcio è niente più che folklore, per gli europei invece è una cosa seria. La partita è tesa, entrambe le squadre si temono. Le occasioni da gol da ambo le parti sono poche. E quelle poche vengono sprecate malamente, segno che la tensione ed il caldo asfissiante sono i veri protagonisti. A sorpresa, un Baresi non più giovanissimo disputa una delle migliori partite della sua carriera, è un muro quasi invalicabile per gli attaccanti avversari. Baggio invece appare più sottotono, in linea tuttavia con una partita ostica per gli attaccanti di entrambi gli schieramenti. 

I tempi regolamentari finiscono sul risultato di 0-0. Altri 30’ di tempi supplementari non cambiano le sorti della partita. 

Si va ai calci di rigore. 

Quattro anni prima avevamo perso la semifinale dei mondiali contro l’Argentina ai calci di rigore. Questa volta andrà diversamente, è l’auspicio di tutti gli italiani. Entrambe le squadre sbagliano il primo calcio di rigore. Noi però lo sbagliamo con Baresi, non certamente il nostro miglior rigorista, ma pur sempre il nostro capitano. Non un bel segnale sul piano psicologico per noi, ed inevitabilmente un incoraggiamento per gli avversari, che infatti non sbaglieranno più un calcio di rigore. Noi purtroppo ne sbaglieremo altri due, l’ultimo lo sbaglierà proprio il nostro giocatore più iconico, Roberto Baggio, colui che con il suo talento ed i suoi gol ci aveva portato in finale. Niente ciliegina sulla torta, niente apoteosi. Il campionato del mondo di calcio finisce qui, lo vince il Brasile, dice sommessamente Bruno Pizzul, la storica voce che accompagnava le partite di calcio della Nazionale in quegli anni.

Gli eroi non sempre muoiono lasciando in eredità un lieto fine, ma muoiono sempre restando in piedi.


The man who died standing

L’uomo che morì restando in piedi, scriveranno di Roberto Baggio gli inglesi che in quegli anni amavano tantissimo il nostro calcio e, in modo particolare, il divin codino. 

mercoledì 25 marzo 2026

La luce della Resurrezione


Negli ultimi post di questo blog si è parlato molto di temi apocalittici - guerre, ingiustizie, sofferenze, ecc. -. Tuttavia, man mano che ci avviciniamo alla Pasqua, è necessario spostare l’attenzione nettamente e decisamente sul terzo giorno, ovvero sulla Resurrezione

Se le nostre catechesi si fermassero all’apocalisse non sarebbero cristiane. Alla fine vince sempre Cristo! Le sofferenze sono solo un passaggio temporaneo e non la fine a cui siamo destinati. La fine è sempre la gioia della Resurrezione. E quando arriva questa gioia? Molto prima di quando si creda. A condizione però che nel buio più fitto rimaniamo fedeli a Cristo e non ci allontaniamo da Lui. La notte infatti si fa più buia quando l’alba è vicina, e, di conseguenza, il buio è più intenso proprio quando sta per finire. Le croci sono interminabili solo se vissute lontane da Gesù, quelle vissute con il Signore finiscono molto prima di quanto si creda. Se le nostre croci sembrano non finire mai è solo perché le stiamo vivendo lontani da Cristo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero" (Mt 11,28-30).

C’è pertanto un’altra catechesi da cui dobbiamo guardarci perché non viene da Cristo ma dal Maligno ed è la seguente: il cristiano è destinato a soffrire sempre per tutto il periodo della vita terrena e vedrà la Resurrezione solo dopo la morte. Questa catechesi non viene da Cristo. Dopo la morte la Resurrezione sarà definitiva, ma ogni matrimonio è sempre preceduto da un fidanzamento, il quale è già un inizio della gioia del matrimonio. Anche Marta in occasione della morte del fratello Lazzaro era convinta che avrebbe fatto esperienza della resurrezione solamente nella prossima vita. Gesù disconferma subito questa convinzione: “Sono io la resurrezione, se credi la vedrai adesso!” E Marta crede, vede e gioisce. 

Se volessimo fare un’analogia con la palestra, potremmo dire che la quaresima è la fase di allenamento intenso, a cui segue una fase di scarico in cui si godono i frutti dell’intenso allenamento.

Non possiamo vivere sempre in quaresima, così come non possiamo sempre allenarci intensamente. Le stesse fatiche che sono benefiche se temporanee, diventano deleterie se protratte troppo a lungo. 

Pertanto cari fratelli in Cristo, proprio quando il buio si fa più intenso sia più intensa la vostra vicinanza a Cristo perché è vicina la luce della Resurrezione.

E quando meno ce l’aspettiamo, e molto prima di quanto crediamo, sentiremo anche noi questa frase e la grande gioia spirituale ad essa associata: “Eccomi, sono io la Resurrezione!”.

lunedì 23 marzo 2026

Giuseppe custode delle relazioni


Abbiamo parlato dell’amore in alcuni precedenti post mettendo in evidenza che se esso è separato dalla fede, cioè se viene separato da una relazione con Dio, conduce all’idolatria: quella condizione in cui la creatura viene amata più del Creatore. Un amore di questo tipo è impuro perché manca della libertà di spirito necessaria per poter amare l’altro senza possederlo. E tale libertà di spirito è possibile riceverla solo da Dio; solo se amiamo Dio prima delle creature abbiamo la necessaria libertà di spirito per amare anche le creature di un amore vero, puro e casto. Se la fede manca o, meglio, se viene lasciata spegnere - Dio la dona a tutti gli uomini - prima o poi si rimane impigliati nel laccio dell’idolatria. Ci si ammala di un amore impuro, che vuole possedere, che non lascia liberi; un amore che prima o poi si rovescia nel suo contrario: odio, invidia, volontà di distruggere l’altro. Così come la pace senza Dio è una pace ingiusta, anche l’amore senza Dio è un amore falso. Di questo amore oggi sono ammalate la maggior parte delle relazioni. 

C’è però un rischio opposto in cui può cadere chi invece la fede ce l’ha, la fa funzionare con la preghiera ed i sacramenti: ed è quello di fissare il

Creatore perdendosi per strada le creature. E si badi bene che per perdersi qualcuno non è necessario allontanarlo fisicamente, è sufficiente ripudiarlo nel segreto del proprio cuore; proprio come ha fatto Giuseppe con Maria prima che l’Angelo gli apparisse in sogno. Non sappiamo cosa abbia davvero capito Giuseppe di ciò che l’Angelo gli ha riferito. “La tua sposa è incinta di Dio”, è una frase che a qualsiasi uomo apparirebbe surreale e probabilmente anche a Giuseppe sarà apparsa tale. Tuttavia Giuseppe, uomo umile e concreto, ha compreso l’essenziale: non doveva rompere la relazione con Maria. 

Ed il messaggio, tramite Giuseppe, arriva forte e chiaro anche a noi: non siamo autorizzati in nessun caso a rompere le relazioni con le persone che il Signore ci mette accanto, anche quando ci sono motivi umanamente legittimi, come li aveva Giuseppe. E questo vale per tutte le relazioni benedette da Dio, relazioni coniugali in primis, e poi relazioni con amici, colleghi di lavoro, ecc. Spetta alla vita, cioè al Signore, operare l’eventuale separazione delle relazioni, non a noi. Nel caso del matrimonio, onde evitare fraintendimenti, il Signore ha posto come limite la morte; solo quest’ultima scioglie il vincolo che si contrae nel sacramento del matrimonio. 


Quando Gesù nel Vangelo parla dell’indissolubilità del matrimonio ai discepoli, questi ultimi ne restano così scandalizzati al punto da dire con rassegnazione che se le cose stanno è meglio non sposarsi. Non avevano ancora la sapienza della croce, non comprendevano ancora che Dio opera la Resurrezione solo laddove l’uomo accoglie la croce. E questo vale anche e soprattutto nelle relazioni. Dio non salva dalle croci, ma nelle croci. Pensiamo sia stato facile per Maria presentarsi al suo promesso sposo portando nel proprio grembo un bambino? E per Giuseppe pensiamo che stata una passeggiata prendere con sé Maria in tale stato? Oggi sappiamo che la storia ha avuto un lieto finito, non solo per loro ma anche per noi che abbiamo ricevuto il Salvatore, ma Maria e Giuseppe avevano davanti a loro uno scandalo. Lo scandalo della croce appunto. Che però è sapienza di Dio. 


Applichiamo ora la frase “Giuseppe non avere paura di prendere con te Maria perché il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” a tutte le relazioni che vorremmo rompere (anche per motivi umanamente legittimi) e vediamo l’effetto che fa. Tuo marito ti ha fatto un torto imperdonabile? Non temere di perdonarlo perché dietro il suo torto si nasconde un bambino generato dallo Spirito Santo. Il tuo collega di lavoro è insopportabile? Non temere di prenderlo con te perché nei suoi difetti si nasconde un bambino generato dallo Spirito Santo. Tua madre non è la migliore delle madri? Non temere di prenderla con te perché nelle sue mancanze si nasconde un bambino generato dallo Spirito Santo.


Che effetto fa? 


Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: "Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?". Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: "Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita (Gv 6,60-63).


Bene. Questo è l’effetto che deve fare la parola di Dio, perché se non scandalizzasse le logiche umane non sarebbe più parola di Dio, ma parola dell’uomo.


Chiediamo a Giuseppe di aiutarci a custodire tutte le nostre relazioni, senza fermarci davanti allo scandalo delle croci, ma cercando in esse Gesù e Maria.


SACRA FAMIGLIA CON I SANTI ELISABETTA E GIOVANNIN0 (Sacra famiglia Canigiani), Monaco Alte Pinakothek (131 x 107).


domenica 22 marzo 2026

Il tempo è compiuto

Oggi è l’ultima domenica di quaresima, il tempo è ormai quasi compiuto. La vita pubblica di Gesù è ormai giunta a termine. Egli ha compiuto la missione che il Padre gli ha affidato: dare il potere a quanti lo hanno accolto di diventare figli di Dio. 

Non tutti però lo hanno accolto. Non lo hanno accolto i suoi, come dice il Vangelo di Giovanni. Non è stato accolto da quelli della sua stirpe, della sua carne: nemmeno i suoi fratelli credevano in lui, dice sempre il Vangelo di Giovanni. Tuttavia, è stato accolto da chi non lo cercava, da chi non lo invocava, come dice il profeta Isaia ripreso da San Paolo nella lettera ai Romani (Rm 10,20-21): Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me. In netto contrasto invece con la disobbedienza di Israele evidenziata da San Paolo subito dopo: Tutto il giorno ho steso le mani verso un popolo disobbediente e ribelle! Per questi ultimi purtroppo si realizzerà la parola del profeta Isaia (Is 65, 12-14):

12io vi destino alla spada;

tutti vi curverete alla strage,
perché ho chiamato e non avete risposto,
ho parlato e non avete udito.
Avete fatto ciò che è male ai miei occhi,
ciò che non gradisco, l'avete scelto".
13Pertanto, così dice il Signore Dio:
"Ecco, i miei servi mangeranno
e voi avrete fame;
ecco, i miei servi berranno
e voi avrete sete;
ecco, i miei servi gioiranno
e voi resterete delusi;
14ecco, i miei servi giubileranno
per la gioia del cuore,
voi griderete per il dolore del cuore,
urlerete per lo spirito affranto.

Ma ciò sia detto nella speranza di suscitare la loro gelosia e di salvarne alcuni, come dice l’Apostolo Paolo (Rm 11,14).

Per voi invece fratelli che lo avete accolto grande sarà la gioia: giubilate fin da subito perché per voi l’ora delle tenebre durerà soltanto un’ora! Finirà prima che ve ne accorgiate, le lacrime versate saranno asciugate direttamente dalle mani di nostro Signore Gesù Cristo. 

Quell’ora però dovrà essere vissuta nel silenzio e nell’adorazione, come un bambino tra le braccia di sua madre. È l’ora in cui non si potrà più agire, lo dice chiaramente nostro Signore: Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire (Giovanni 9,4). Ma per quanti lo hanno accolto una tale ora dovrà essere vissuta senza paura. Sarà il placido sonno prima della Resurrezione, il buio che precede le luci della festa! Gioite, cari fratelli! Gioite!

sabato 21 marzo 2026

Insegnare a volare e poi farsi da parte


Abbiamo detto nell’ultimo post che l’amore, quando è vero, espande la libertà dell’altro perché rinuncia a possederlo. Di conseguenza, se amiamo davvero qualcuno dobbiamo anche capire quando è il momento di farci da parte. Perché se non ci facciamo mai da parte, l’altro non sarà mai davvero libero.

L’amore infatti stimola una certa dose di dipendenza. Ciò è inevitabile, la dipendenza rende possibili i legami. Chi non vuole dipendere mai da nessuno non sarà neanche mai veramente in relazione con qualcuno.

Perché l’amore stimola la dipendenza? Perché amare equivale a farsi carico delle vulnerabilità dell’altro. Ciò è evidente nella relazione genitore - bambino, coppia nella quale il bambino rappresenta il polo vulnerabile ed il genitore quello accudente e supportivo. Il genitore non sarebbe un buon genitore se, anziché offrire sostegno, lo pretendesse dal figlio. Affermazione che potrebbe apparire scontata ma non lo è affatto nel periodo storico che stiamo vivendo in cui la famiglia è stata letteralmente sconquassata da uno tsunami. Spesso nelle famiglie si assiste ad una inversione di ruoli: i genitori pretendono rassicurazioni dai figli e questi ultimi sono costretti a farsi “usare” per soddisfare i bisogni dei genitori. Anziché essere il figlio ad appoggiarsi alle gambe dei genitori per imparare a camminare, sono questi ultimi che vorrebbero camminare aggrappandosi alle gambe dei figli: l’esito è una paralisi di tutti i componenti della famiglia. 

Si può però rimanere paralizzati anche nella situazione opposta: quella in cui i genitori mantengono i figli in uno stato di perenne dipendenza. È la situazione in cui i genitori, anziché insegnare al bambino a camminare per poi farsi da parte, lo prendono in braccio anche quando non sarebbe più necessario, impedendogli in questo modo di diventare autonomo. Ad un certo punto, in tutte le relazioni, non solo in quella genitore-figlio, bisogna farsi da parte per far spazio alla libertà, all’autonomia, e all’individualità dell’altro. È necessario separarsi, attraversare il dolore annesso, che è un vero e proprio lutto, per poi ritrovarsi più adulti e più maturi. 

Una volta c’era il servizio di leva obbligatorio a separare i giovani maschi dalle loro famiglie e a metterli di fronte alla necessità di maturare un’autonomia rispetto ai propri cari. Era un’autonomia forzata, ovviamente, ma, d’altra parte, nessuno si separa dalle persone a cui vuole bene se non è forzato da qualche necessità. Non è obiettivo di questo post valutare l’opportunità di ripristinare la leva, ma solo evidenziare che i processi di maturazione passano inevitabilmente per una separazione fisica. Bisogna farsi da parte concretamente, nel vero senso della parola, per permettere all’altro di spiccare il volo.

E ripeto: questo vale in tutte le relazioni. 

Concludo, come sempre, con un riferimento al Vangelo (Gesù non è solamente Dio, ma è anche il Maestro della nostra umanità).

In tutti i Vangeli quando è venuta l’ora della sua crocifissione Gesù si ferma a parlare con i discepoli. Nei tre Vangeli sinottici Gesù continua a rapportarsi loro da maestro, li invita a pregare, vegliare, a prepararsi alla lotta, e ad amarsi gli uni gli altri. Nel Vangelo di Giovanni invece Gesù si pone nei confronti dei discepoli in modo diverso, non più da maestro; ha insegnato loro tutto ciò che doveva insegnare, adesso è arrivato il momento di separarsi: le parole di Gesù infatti sono tutte incentrate sulla separazione e su quanto essa sia necessaria. Sono parole bellissime, struggenti, piene di compassione e di tenerezza. Gesù vede la tristezza negli occhi dei discepoli e li esorta a non esseri tristi, dice loro espressamente: “è meglio per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Paràclito (lo Spirito Santo)”, cioè: è arrivato il momento di separarci fisicamente perché la mia presenza è di impedimento alla vostra autonomia. “Non verrà il Paràclito”, cioè: non potrò diventare una presenza interna al vostro spirito se fisicamente non mi stacco da voi. 

Quando i tempi sono maturi bisogna permettere che gli altri spicchino il volo, e ciò è possibile solo attraverso una separazione fisica. Solo in questo modo l’amore, da presenza fisica, diventa presenza interiore, e può coesistere con l’individualità e l’unicità di ciascuno di noi.
 

venerdì 20 marzo 2026

I falsi amori

Dopo aver parlato della pace evidenziando che essa è un valore solo è giusta, cioè se non opprime i poveri e non froda gli operai della giusta mercede, adesso vediamo quando possiamo considerare l’amore un valore.

La nostra cultura oltre ad aver pervertito la pace rendendola un comodo salotto ad esclusivo consumo di una ristretta cerchia di élite, ha purtroppo pervertito anche l’amore. Se la pace è vera solo se è giusta, l’amore è verso solo se è libero. Libero da cosa? Dalle impurità. Se opprimere i poveri e defraudare gli operai della giusta mercede sono i gravi peccati che impediscono una pace giusta, i peccati impuri contro natura sono quelli che fanno da impedimento ad un amore vero e libero. Questi peccati, insieme con l’omicidio volontario, compongono la categoria dei peccati che secondo il catechismo della Chiesa Cattolica gridano vendetta al cospetto di Dio.

Che cosa rende impuro l’amore?

È impuro tutto ciò che fa del piacere fisico l’unico fine o lo scopo prevalente della sessualità (lussuria); ed è impuro anche amare la creatura fino a voler esercitare su di essa un controllo possessivo, che solitamente è la manifestazione dell’idolatria, cioè dell’amare la creatura più del creatore. La lussuria è l’impurità sul piano fisico, l’idolatria su quello spirituale. Dell’idolatria, di come essa distrugga spiritualmente l’uomo e di come guarire da questo pericoloso male se ne è parlato diffusamente qui. L’idolatria segue questo ciclo: incredulità (l’uomo non riesce più ad ascoltare la voce di Dio dentro di sé perché al centro del suo spirito e della sua coscienza non c’è più Dio ma l’idolo) - disperazione (quando la creatura che fa da idolo viene meno) - perdizione (se l’uomo si ostina pervicacemente a sostituire un idolo con un altro, anziché ricorrere a Dio).

Pertanto esiste sia un’impurità fisica che una spirituale. Entrambe sono gravi allo stesso modo, perché entrambe hanno un’unica radice spirituale: chi è lussurioso è inevitabilmente anche idolatra. Tuttavia, le impurità fisiche sono più facili da riconoscere e quindi è anche più facile che la persona che ne soffre prenda consapevolezza dei propri problemi. Al netto di una cultura ipersessualizzata che esibisce alcune forme di impurità fisica col vessillo del progresso. Si tratta semplicemente di lussuria, condivisa e socializzata, ma sempre di lussuria si tratta. Il mal comune mezzo gaudio non vale per i mali spirituali: al momento della morte ognuno di noi sarà solo e vedrà il proprio spirito come un anatomopatologo vede tessuti e cellule.

Più subdole e più difficili da riconoscere sono invece le impurità spirituali, perché si celano dietro la maschera dei “ti amo tanto”, “mi preoccupo per te”, “sono responsabile di quello che ti accade”. Tali forme di amore sono false perché il vero amore antepone il bene dell’altro al proprio, qui invece il bene proprio (il bisogno di controllo) è anteposto al bene dell’altro (il bisogno di libertà). Tali false forme di amore, oggi diffusissime nei rapporti di coppia e nelle famiglie, si riscontrano frequentemente anche nei luoghi di lavoro sotto forma di un controllo continuo da parte di un datore di lavoro, di un superiore o di un semplice collega nei confronti dei collaboratori, dei subordinati o di altri colleghi. Ovviamente, libertà di spirito non equivale a trascuratezza, dobbiamo prenderci cura degli altri e di chi ci è stato affidato, ma lasciando che sull’altro si compia la volontà di Dio e non la nostra; gli altri, fossero anche figli e parenti stretti, non appartengono a noi ma a Dio. La più bella preghiera di intercessione che si possa fare è unire la propria volontà a quella di Dio desiderando che sull’altra persona si compia la volontà di Dio, perché spesso quello che desideriamo noi non è buono, a causa delle tante impurità di cui è macchiato il nostro spirito.

Può essere ancora più difficile riconoscere tali impurità spirituali se la persona che ne soffre non manifesta alcuna impurità fisica. Per questo motivo Gesù disse ai teocrati del suo tempo, “le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli”; costoro non presentavano alcun sintomo esteriore dei loro problemi spirituali - come invece accade per le prostitute -, ma nonostante ciò il loro spirito era ugualmente pieno di marciume. 

Pertanto, talvolta è necessario che la persona cada in una grave impurità fisica o inciampi in qualcosa di esteriormente visibile affinché prenda consapevolezza di quanto il suo spirito sia pieno delle metastasi di tanti falsi amori.




La pace ingiusta

Si è parlato molto di Dio, ma finora non si è quasi mai parlato dei due più importanti doni che Dio fa all’uomo: la pace e l’amore. Non se n’è parlato per un motivo preciso: prima dei doni è necessario conoscere il donatore. Non sono infatti i doni di Dio in se stessi a salvarci ma l’essere in relazione con l’Essere. Se attribuissimo più importanza ai doni che al donatore commetteremmo lo stesso errore del Figliol prodigo, che chiede al padre di dargli ciò che gli spetta e, dopo aver preso l’eredità, va via di casa interrompendo ogni rapporto con il padre. Come sappiamo, tornerà poi indietro dopo aver dissipato tutta l’eredità.

Allo stesso modo si è comportato l’uomo contemporaneo con i doni della pace e dell’amore, se li è presi con avidità ed ha interrotto ogni rapporto con Dio. La conseguenza è che la pace in cui oggi siamo immersi è una pace ingiusta e gli amori che la nostra cultura esalta ad ogni piè sospinto sono falsi.

Soffermiamoci per il momento sulla pace. 

La pace non è un valore assoluto se essa non si sviluppa in seno alla giustizia. Se io riducessi la mia famiglia in schiavitù costringendola con la violenza ad obbedire alla mia volontà (come facevano una volta i padri padroni), e se i componenti della mia famiglia non avendo alternative mi obbedissero obtorto collo, in casa mia regnerebbe la pace. Ma questa non sarebbe una pace giusta. E se un giorno irrompesse in casa mia la polizia per arrestarmi e per mettere fine a tale pace, sarebbe una cosa sacrosanta. Per questo motivo sia sant’Agostino che san Tommaso d’Aquino consideravano in alcuni casi giusta la guerra. La guerra è giusta secondo questi due grandi santi quando è ordinata ad un fine giusto ed avviene in obbedienza alle autorità costituite, le quali portano la spada non invano ma al servizio di Dio per punire quanti fanno il male, come dice San Paolo. Non sono, al contrario, mai giuste le guerre che avvengono al di fuori di un ordine costituito, come le guerriglie o le ribellioni operate da milizie, da cittadini privati, da organismi parastatali, ecc. Il fine non giustifica i mezzi. Agire con la violenza contro l’ordine sociale costituito per costituirne un altro, che si suppone essere più giusto, è una contraddizione in termini. In questo errore sono caduti sia il nazifascismo che il comunismo: ovvero rovesciare un ordine sociale ingiusto ricorrendo a qualsiasi mezzo, compresi la menzogna e la violenza. Entrambi infatti sono stati una risposta sbagliata alle gravi ingiustizie sociali perpetrate durante la prima globalizzazione.

Pace, giustizia ed ordine sociale sono strettamente collegati. Non si può aggredire uno dei tre termini senza aggredire anche gli altri due. 

E nel caso in cui i governati siano ingiusti? Lasciate fare alla giustizia di Dio che prima o poi rovescerà tali governanti con la stessa spada che hanno alzato contro i più deboli: chi di spada ferisce di spada perisce!

Pertanto: quando la pace può dirsi davvero giusta? Quando tutela l’orfano e la vedova, cioè quando non opprime i più deboli. La pace in Europa è stata giusta nel periodo 1948 - 1980, periodo che ha garantito una vita dignitosa alle fasce più deboli della popolazione, alle quali era permesso di partecipare alla vita pubblica (lavoro, sport, ecc.) e politica del proprio paese. A partire dagli anni 80’, come si è già detto (qui e qui), ha avuto inizio la seconda globalizzazione che si è caratterizzata per una costante aggressione alle fasce più deboli della popolazione, che si sono viste progressivamente private dei diritti politici (spazi di democrazia conculcati) e sociali (lavoro, pensioni, sanità, ecc.). Tale aggressione è stata occultata dietro la maschera dell’esaltazione dei diritti delle minoranze. Come se le minoranze in quanto lavoratori, in quanto cittadini in possesso di diritti politici, in quanto fruitori di servizi pubblici non fossero anch’esse parte della maggioranza defraudata. Persino il calcio, lo sport popolare per eccellenza, in Europa è diventato uno sport d’élite. La pace che caratterizza l’Europa attuale è una pace che opprime i poveri e froda gli operai della giusta mercede. È una pace gravemente ingiusta, perché si basa su due dei quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio. 

Questa pace non viene da Dio e, come dice il saggio dottore della Legge di nome Gamaliele negli Atti degli Apostoli, ciò che non viene da Dio è destinato a fallire.

Dio non farà mancare la propria giustizia ai più deboli, tuttavia è estremamente importante farsi trovare giusti - con le vesti candide ed il sigillo dell’Agnello - all’appuntamento con la giustizia di Dio, per non essere anche noi colpiti dall’ira divina. 

E vidi, quando l'Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: "Vieni" (Apocalisse 6,1).

Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada (Apocalisse 6,4).

Quando l'Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che diceva: "Vieni". E vidi: ecco, un cavallo nero. Colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano (Apocalisse 6:5).

E vidi: ecco, un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra (Apocalisse 6,8).

Quando l'Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso. E gridarono a gran voce:"Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue contro gli abitanti della terra?". Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro (Apocalisse 6, 9-11). 

E vidi, quando l'Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue (Apocalisse 6,9-12), […] Allora i re della terra e i grandi, i comandanti, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; e dicevano ai monti e alle rupi: "Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall'ira dell'Agnello, perché è venuto il grande giorno della loro ira, e chi può resistervi?" (Apocalisse 6, 15-17).  

Il quinto angelo suonò la tromba: vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell'Abisso; egli aprì il pozzo dell'Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, e oscurò il sole e l'atmosfera. Dal fumo uscirono cavallette, che si sparsero sulla terra, e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. E fu detto loro di non danneggiare l'erba della terra, né gli arbusti né gli alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte (Apocalisse 9,1-4).

giovedì 19 marzo 2026

Il discernimento: la Legge ed i Profeti

Si è parlato negli ultimi post dell’importanza di ascoltare la voce di Dio, e, ovviamente, per ascoltare la sua voce prima bisogna riconoscerla. Da qui deriva la necessità di saper fare discernimento tra le voci che abitano nel nostro cuore. Il discernimento non è sempre facile perché spesso il demonio si presenta come agnello simulando la voce di Dio.

Diciamo subito che il discernimento non si può fare facendo leva solo sulle proprie forze. La strada che porta a Dio è quella dell’umiltà, quando invece contiamo solo su noi stessi alimentiamo la superbia, ed il superbo per eccellenza è Satana.

Abbiamo pertanto bisogno di aiuti esterni: la Legge ed i Profeti.

Per quanto riguarda il primo aiuto, la Legge, è sufficiente aprire il catechismo della Chiesa Cattolica al capitolo Decalogo per conoscerla. I comandamenti sono la prima bussola, una sorta di codice della strada che dobbiamo conoscere e cercare di mettere in pratica, se vogliamo evitare incidenti lungo il cammino. Tuttavia non basta il codice della strada, Dio non è semplicemente una legge scritta, un manuale che posso tenere comodamente sul comodino, Dio è una Persona, che è continuamente in cammino, e per non perderlo, dobbiamo camminare anche noi dietro a Lui. Per questo motivo insieme al codice della strada ci vogliono anche degli istruttori che ci insegnino a guidare e, soprattutto, ci indichino dov’è Dio volta per volta nella nostra vita: questa funzione svolgono i profeti. 

Se per conoscere la Legge è sufficiente il catechismo, per riconoscere i Profeti è necessaria la fede. Nessuno infatti si presenterà a noi mostrandoci il distintivo di “profeta” e dicendo apertis verbis “eccomi io sono il profeta mandato da Dio che ti guiderà”. I profeti sono persone comuni che la Divina Provvidenza mette sulla nostra strada per aiutarci e guidarci. Alcuni sono amici di Dio e svolgono la funzione profetica consapevolmente, altri ci aiutano senza sapere che stanno collaborando con la volontà divina. Altri ancora, come Simone di Cirene, ci aiutano solo perché costretti. A noi non importano le intenzioni di chi ci sta aiutando - riguarda il rapporto che l’altra persona ha con Dio -, a noi importa riconoscere la Divina Provvidenza che è all’opera attraverso queste persone. Per questo motivo, come più volte sottolinea l’Apostolo Paolo, non basta la Legge per essere alla sequela di Cristo, ci vuole anche la fede. 

Legge e fede, Mosè e i Profeti, costoro annunciano continuamente Dio nella nostra vita. L’uomo che non ascolta la Legge ed i Profeti non può riconoscere Dio e, di conseguenza, non può entrare in Paradiso. Lo dice espressamente Abramo nel passo del Vangelo che riporta la parabola del ricco epulone. Quest’ultimo si trova nell’abisso degli inferi a causa della propria avarizia e chiede ad Abramo di mandare qualcuno, tra i morti, ad avvertire i propri fratelli di non seguirlo anch’essi in quel luogo di tormento. Abramo risponde dicendo che hanno già Mosè ed i Profeti e che se non ascoltano loro non crederanno nemmeno se vedessero qualcuno risorgere dai morti. 

Mosè e i Profeti, la Legge e la fede sono un dono che Dio fa a tutti gli uomini, senza preferenza di sorta. Di conseguenza, per fare discernimento bisogna sforzarsi di mettere in pratica i comandamenti di Dio ed ascoltare i Profeti, ovvero riconoscere Dio, attraverso la fede, nelle persone che incontriamo ogni giorno, sia in quelle che fanno parte della nostra cerchia ristretta e sia negli estranei, in quelli che ci sono simpatici come in quelli che ci sono antipatici, negli eventi belli e in quelli dolorosi della nostra vita. La vita diventerà così ogni giorno un’Annunciazione, ogni giorno una novità, un significato, un senso sempre rinnovati. Tutto nella nostra vita diventerà voce prestata al Verbo, come dice di sé il Battista a quanti vorrebbero sapere chi egli fosse. 

Sembra impossibile tutto ciò? Sì, se guardiamo a noi stessi e alle nostre forze. No, se guardiamo a Dio chiedendo a Lui di aprirci gli occhi per riconoscerlo e di darci la forza necessaria per seguirlo. 

E per ricevere le giuste risposte bisogna porre le domande giuste. Noi di solito quando viviamo un evento negativo (ci) poniamo la seguente domanda: “Perché mi è accaduto questo? Perché a me?” Queste domande sono rivolte a noi stessi. Ma noi come qualsiasi altro essere umano siamo solo voce. La domanda è da porre, non a noi, né ad altri esseri umani, ma al Verbo, a Dio: “Cosa vuoi dirmi attraverso la voce di questo evento (sia esso doloroso o piacevole)? Cosa vuoi dirmi attraverso la voce delle persone con cui ho parlato oggi? Cosa vuoi dirmi attraverso la voce della gioia o del dolore che sto provando? ” 

Non fermiamoci alle voci, ma cerchiamo il Verbo. La voce non dà testimonianza di sé, ma del Verbo.

Impariamo da Maria, che è maestra nell’ascolto perché prima di tutto è maestra nel porre le domande giuste.

mercoledì 18 marzo 2026

La tentazione

Negli ultimi post si è detto che chiunque voglia seriamente seguire Cristo, ovvero chiunque voglia essere salvato, chiunque voglia ricevere un assaggio della vera felicità in questa vita e la beatitudine eterna nella prossima, deve combattere una battaglia senza esclusioni di colpi con il male. 

Il male ha un unico fine: portare l’uomo alla disperazione allontanandolo da Dio, il quale è l’unica vera fonte di speranza per l’uomo. A questo scopo usa la carne ed il mondo. Nel post precedente si è parlato del mondo e della carne intesi come gli affetti a noi più cari, la rete di relazioni nella quale siamo inseriti, analizzando come reagiscono le persone che ci circondano quando ci decidiamo seriamente per Dio. Satana stimola la loro incredulità per fiaccarci e scoraggiarci. Attenzione a non fraintendere: nessuno è una marionetta nelle mani di Satana, il male può stimolare solo le debolezze che c’erano già prima. Se i nostri cari erano increduli già prima, Satana farà di tutto per rinforzare la loro incredulità, affinché il nostro avvicinamento a Dio sia reso più difficoltoso. 

Vediamo adesso come Satana stimola la carne ed il mondo che sono dentro di noi. La carne è innanzitutto il nostro corpo, il quale in virtù del peccato originale è purtroppo portatore di passioni disordinate; senza l’aiuto della Grazia e senza un’adeguata vigilanza, il rapporto con gli altri sarà caratterizzato da tali passioni, che prendono il nome di concupiscenza, e non dal vero amore.

La concupiscenza, che si dipana in modo tentacolare nei sette vizi capitali, può sembrare il retaggio di una morale arcaica. In fondo, che male c’è a godere del proprio corpo, della propria intelligenza, del cibo, dei beni terreni, della compagnia degli altri, ecc.? Non c’è nessun male se il piacere che deriva dalla fruizione di tali beni non prende il posto di Dio. L’uomo di oggi che respira a pieni polmoni l’aria satura di una cultura atea non possiede gli anticorpi nei confronti della concupiscenza, non vede quali gravi conseguenze comporta concupire. Quando si dice che il male vuole allontanare l’uomo da Dio, tale allontanamento non deve essere inteso in senso fisico, ma spirituale. Per raggiungere il suo scopo il male deve indebolire fino a spegnerla la voce di Dio nel cuore dell’uomo. L’uomo che non sente più Dio, agirà sulla base delle passioni disordinate aizzate da Satana, e sarà come un’auto che viaggia senza freni e senza sapere dove sta andando: prima o poi si schianterà. La parabola discendente, fino all’autodistruzione, di Giuda illustra bene le conseguenze di ostinarsi ripetutamente a non ascoltare la voce di Dio, che è l’unica voce che può salvarci. Gesù ha provato più volte a distogliere Giuda dalle sue concupiscenze, ma non è mai stato ascoltato. Ha provato con la minaccia (guai a colui che mi tradisce, meglio per lui se non fosse mai nato), ha provato con la mitezza (amico, con un bacio mi tradisci?), ma di fronte al grande mistero della libertà umana persino Dio si ferma. 

Una volta che la voce di Dio è stata spenta completamente nel proprio cuore, l’uomo sente solo la voce di Satana, ovvero sente solo la disperazione. Non vede più speranza, perché quella speranza era la voce di Dio. 

Se non mettiamo in relazione l’elevato numero di suicidi a cui assistiamo in Occidente con una cultura che invita costantemente l’uomo a non ascoltare la voce di Dio, difficilmente riusciremo a porre rimedio a tale drammatico fenomeno, che man mano sta coinvolgendo fasce sempre più giovani della popolazione. 

Vediamo ora nel dettaglio come agisce la concupiscenza.

La concupiscenza produce sul piano spirituale idoli: l’idolo è tutto ciò - all’infuori di Dio - a cui abbiamo ancorato le nostre massime aspettative di felicità.

Può essere la famiglia, il lavoro, il piacere sessuale, il cibo, il denaro, la propria immagine sociale, ecc. Una volta che l’idolo si è strutturato produce dipendenza sul piano psicologico ed adorazione sul piano spirituale, con effetti deleteri sulla psiche e sullo spirito (e alla lunga anche sul corpo): l’uomo perde innanzitutto la libertà, non può più fare a meno dell’idolo, quando non è in sua presenza se lo rappresenta mentalmente lasciando che esso assorba la maggior parte delle sue energie psichiche; e, cosa ancora più grave, sul piano spirituale si instaura con l’idolo un rapporto di adorazione e sottomissione che l’uomo dovrebbe riservare solo a Dio. Ora si capisce meglio perché l’uomo schiavo della concupiscenza non riesce ad ascoltare la voce di Dio dentro di sé, perché spiritualmente è tutto orientato al proprio idolo, che occupa tutto lo “spazio” della propria coscienza.

Ed il peggio deve ancora venire. 

Se Satana offre all’uomo la mela dell’idolo non è certamente per il suo bene, anche se per un certo periodo di tempo gli idoli sono allettanti. Arriverà prima o poi il momento in cui non si potrà più godere del piacere derivante dall’idolo; può sopraggiungere una malattia, un lutto, un dissesto finanziario, ecc. a farci sprofondare nella disperazione, a seconda di quale sia l’idolo a cui avevamo legato in precedenza le nostre speranze. Da questo momento in poi Satana getta la maschera della seduzione e mostra il suo vero scopo: far disperare l’uomo. A tal scopo lo aggredisce con pensieri di disperazione, lo invita a suicidarsi, lo dissuade dal rivolgersi a Dio, cosa che invece deve fare qualsiasi uomo che si trova in questo stato. 

Se l’uomo riapre la porta a Dio, Satana incalza suggerendogli che non sarà perdonato. 

Qui è assolutamente necessario che l’uomo resista alla disperazione, nonostante tutti gli argomenti convincenti di quest’ultima, e riallacci il rapporto con Dio, ricorrendo frequentemente alla confessione. Il sacramento della confessione è il più potente degli esorcismi ed indebolisce progressivamente la voce di Satana rafforzando quella di Dio. E pian piano la luce della speranza dissiperà le tenebre. Contestualmente l’uomo deve impegnarsi ad interrompere il rapporto con l’idolo. D’altra parte, se una persona dipendente da sostanze si rivolge alle cure sanitarie, ciò presuppone che si impegni attivamente a ridurre l’abuso della sostanza fino a non usarla più. Così deve avvenire anche sul piano spirituale.

Adesso alcune parole rivolte ai “medici” dello spirito, ovvero ai sacerdoti.

La guarigione dagli idoli è una vera e propria disintossicazione. Come per le disintossicazioni da sostanze nocive per il corpo, anche per disintossicarsi da “sostanze” nocive per lo spirito è necessario procedere per gradi. Un’ interruzione brusca arreca più danni che benefici. Qui è indispensabile che il sacerdote sappia fare una corretta diagnosi spirituale della persona che ha davanti e, allo stesso tempo, è necessario che l’uomo o la donna che vogliono liberarsi da tale schiavitù si rivolgano sempre allo stesso sacerdote per la confessione e non cambino frequentemente “medico” delle anime.

Ovviamente quanto è stato detto a proposito dei propri cari, vale anche per i sacerdoti. Se il sacerdote non è santo, cioè se non ha familiarità egli stesso con la voce di Dio, Satana farà leva sulle sue debolezze per allontanare dalla confessione la persona che vuole riallacciare i rapporti con Dio. L’esperienza di sentire nella confessione non la voce misericordiosa di Dio, ma la voce giudicante di Satana è terribile. Tuttavia, è importante non smettere di ricorrere al sacramento della confessione, perché si farebbe il gioco di Satana. Basta cambiare sacerdote, la Provvidenza Divina non mancherà di far trovare il sacerdote giusto a chi è seriamente intenzionato a ritornare a Dio. Nel mondo ideale ogni sacerdote dovrebbe essere santo, nel mondo reale purtroppo non tutti lo sono. L’importante è cercare sempre Dio prima dell’uomo e Dio troverà sempre il modo di farsi trovare.

Prima di concludere il post, è necessario spendere alcune parole sul suicidio visto che si è parlato di disperazione. Il suicidio, come la disperazione, coinvolge sia la sfera psichica che quella spirituale. Pertanto se si hanno pensieri suicidari è necessario rivolgersi ad un professionista della salute mentale per valutare se è presente anche un disturbo mentale. Cure spirituali e cure mentali non sono mutualmente esclusive, possono procedere parallelamente, l’importante è non smettere di riallacciare il rapporto con Dio. L’idolo si vince rimettendo Dio al suo posto. Se Dio non prende il posto al centro del nostro spirito, un altro idolo prenderà il posto di quello precedente, e ricomincerà la spirale verso il basso.

Satana fa leva sulla disperazione per convincere l’uomo a suicidarsi. Non bisogna cadere in questo tranello. Bisogna resistere. Tanti fratelli oggi cadono in quest’inganno di Satana, per loro l’augurio è che possano ricevere un surplus di misericordia da Dio che sicuramente non la farà mancare. Però attenzione: la misericordia di Dio deve essere accolta ascoltando la voce di Dio. Se non ci siamo allenati ad ascoltare la voce di Dio mentre eravamo in vita - e con il suicidio certamente non abbiamo ascoltato Dio che non lo vuole - sarà più difficoltoso farlo durante il trapasso quando gli assalti di Satana e degli spiriti maligni si fanno più intensi.  



La lotta contro la carne e contro il mondo

 Nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa (Mt 10,36).

Chi vuole seguire Cristo seriamente prima o poi sbatte contro questa pietra di inciampo: l’incredulità delle persone che lo circondano. A rendere particolarmente doloroso l’urto contro questa pietra non è solamente la natura affettiva dei legami con quelli “della nostra casa”, ma il fatto che costoro vedono e non credono. Vedono ciò che Dio opera ma non lo accolgono; si compie così questa parola del profeta Isaia:

Signore chi ha creduto alla nostra parola? E la forza del Signore, a chi è stata rivelata? 

Per questo non potevano credere, poiché ancora Isaia disse: 

Ha reso ciechi i loro occhi
e duro il loro cuore,
perché non vedano con gli occhi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano, e io li guarisca!
(Gv 13,38-40)

È inutile farsi false illusioni e rimuovere lo scandalo della croce: chi vuole essere discepolo di Cristo si prepari alla lotta. Si prepari perché il demonio lo colpirà nella propria carne e nei propri affetti. Lo colpirà laddove è più debole: appunto nella propria carne e nei propri affetti. Esattamente come accade a Giobbe.

Sono svariati i modi in cui il demonio può colpirci laddove siamo più deboli. Un modo è senz’altro quello di stimolare l’incredulità di chi ci circonda.

Purtroppo chi non veglia, come chiede Gesù nell’Orto degli Ulivi, chi vive sonnecchiando tenendo un piede in Dio e un piede nel mondo prima o poi cade vittima del demonio. E spesso le persone che ci circondano sonnecchiano, vedono le opere che Dio compie ma allo stesso tempo flirtano con il mondo; illudendosi di poter tenere tutto insieme fanno purtroppo il gioco del demonio. Sia detto tutto ciò senza giudizio e senza vissuti paranoici: anche noi abbiamo sonnecchiato in passato e siamo stati di scandalo a qualcun altro. Ma come il Signore ha perdonato noi, perdonerà anche i nostri cari. Dei quali in ogni caso non possiamo fare a meno e dai quali non possiamo staccarci senza finire nelle braccia del maligno.

Viviamo questa prova nella preghiera e nella comunione sempre più stretta con Dio.

Chi si decide seriamente per Dio deve vivere nella serena certezza che tutto avviene per volontà di Dio, tutto ciò che deve affrontare è permesso da Dio in vista di un bene futuro. Se non ci fosse un bene Dio non lo permetterebbe. E se la prova non fosse alla portata delle nostre forze nemmeno la permetterebbe. Ricordiamoci che Satana prima di agire deve chiedere il permesso a Dio, che glielo accorda solo se alla fine della corsa il bene supera i danni che Satana compie. In tutti gli altri casi Satana riceve sonori rifiuti. Pertanto, anche le lotte con la carne e con il mondo sono permesse da Dio affinché chi segue Cristo stacchi il proprio cuore dagli uomini e lo radichi permanentemente in Dio. 

Affinché il discepolo di Cristo si eserciti nell’amore gratuito, che è l’unico e vero amore, quello che dona senza aspettarsi niente in cambio, senza aspettarsi conversioni e senza temere i rifiuti. Perché questo è l’amore di Cristo per ogni uomo.






La carne, il mondo ed il demonio

Sappiamo che chi vuole seguire Cristo deve affrontare tre nemici spirituali: il demonio, la carne ed il mondo. In realtà l’unico nemico spirituale è il demonio: è lui il male, l’ente maligno dotato di intelligenza e volontà proprie, l’ente che pensa e agisce costantemente per danneggiare l’uomo e che, a tal fine, usa la carne ed il mondo che di per sé, essendo parte del creato, non sarebbero malvagi. 

Come in ogni battaglia, anche in quella spirituale è necessario conoscere bene il nemico e le sue mosse - la sua tattica e la sua strategia - per poterlo stanare.

La strategia del demonio, ovvero il suo fine ultimo, è allontanare l’uomo da Dio. Le sue tattiche, ovvero i mezzi che usa per raggiungere il suo scopo, sono la carne ed il mondo. 

Il demonio raggiunge il suo scopo tutte le volte che induce l’uomo a pensare e ad agire come se Dio non esistesse. Questa è la vera essenza del peccato. “Mangia la mela, cogli l’attimo, godi del momento presente, non lasciarti sfuggire nessuna occasione allettante, e, soprattutto, non differire ciò che nell’immediatezza ti sembra essere un bene in virtù di un bene futuro, perché non esiste il Sommo Bene, non esiste Dio, Dio è solo una proiezione psicologica dell’uomo; esiste solo ciò che a te adesso sembra essere un bene: prendine e mangia!” Questo è il suggerimento costante del demonio nel cuore dell’uomo. Il frutto di una vita vissuta secondo i suggerimenti del demonio è la disperazione. Scrive bene Dante alle porte dell’Inferno: “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. Perché se non esiste alcun bene futuro, se non esiste il Sommo Bene, quando mi troverò nella condizione in cui la vita non avrà alcun bene da offrirmi nel presente, cioè quando la carne ed il mondo mi saranno nemici, non potrò fare altro che disperarmi. 

Va detto al riguardo che la disperazione si annida nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, non c’è nessuno che ne sia immune. Molto spesso Dio permette che il demonio agisca proprio per far venire a galla la disperazione che ci portiamo dentro, per prenderne consapevolezza e cercare la terapia adeguata, come si fa con ogni malattia. Tuttavia, fin quando siamo sulla terra la disperazione che ci portiamo nel cuore non sarà mai completamente eradicata, avremo sempre a che fare con la tentazione di credere che le speranze riposte in un Dio che è Sommo Bene sono state mal riposte, che è tutto un bluff. Che non c’è nessun salvatore, nessuna giustizia divina a ricompensare i buoni ed i cattivi, ci siamo solo illusi. Anche Giovanni Battista è tentato di cadere nella disperazione quando, mentre si trova in prigione, manda i suoi discepoli da Gesù a chiedergli se è davvero lui il salvatore. Ciò che salva il Battista è chiedere lumi a Gesù. Non finge di non essere tentato dalla disperazione, come molto spesso facciamo noi, ma interpella direttamente Gesù senza ipocrisie: se sei tu il salvatore perché mi trovo imprigionato ingiustamente? 

Gesù è la Verità, non possiamo fingere davanti alla luce, dobbiamo portare a lui tutto ciò che abbiamo nel cuore, soprattutto ciò che non ci piace, perché solo davanti alla luce vediamo la luce. 

Ovviamente una volta che abbiamo interpellato Gesù dobbiamo anche avere la pazienza di aspettare la risposta. Il volere tutto e subito è, come sempre, una tentazione del demonio. 

Arriviamo quindi alla carne e al mondo, i mezzi che il demonio usa per allontanare l’uomo da Dio e portarlo alla disperazione. È stato detto che il demonio tenta l’uomo invitandolo a godere dei beni presenti come se Dio non esistesse. Per far ciò è necessario che abbia una mela da porre all’uomo, se non ci fossero beni da offrirgli, non ci sarebbe alcuna tentazione: ed ecco quindi la carne ed il mondo.   

Domanda: perché Dio pone la mela nell’Eden e poi dice all’uomo di non mangiarla? Non avrebbe fatto prima a toglierla direttamente?

Risposta: seguendo questa logica Dio dovrebbe eliminare tutto il creato perché non è la mela in sé il problema ma l’uso che l’uomo ne fa come se Dio non esistesse ad essere problematico. Infatti il serpente tenta Adamo ed Eva con la seguente motivazione: mangiate la mela e diventerete come Dio. Loro mangiano con l’intento preciso di estromettere Dio. Ecco l’inganno in cui cade l’uomo. Non sono la carne ed il mondo ad essere malvagi in sé ma è malvagio porre i beni di questo mondo al centro del proprio cuore nel posto riservato a Dio. 

Pertanto: hai una buona salute, delle buone relazioni, una buona famiglia, un buon lavoro? Benedici tutto questo come dono di Dio, ma non pensare che questi beni esauriscano la tua fame di felicità; cioè non permettere che la salute, il lavoro, le relazioni, la famiglia prendano il posto di Dio nel tuo cuore. Perché quando la salute verrà meno, quando il lavoro non sarà soddisfacente, quando non potrai contare sui tuoi cari, insomma, quando la carne ed il mondo non risponderanno alle aspettative che avevi riposto in loro, se non hai ancorato il tuo cuore in Dio sarai preda della disperazione. 

Come si àncora il cuore in Dio?

Seguendo l’invito che Gesù rivolge al giovane ricco: osserva i comandamenti, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; e poi vieni, seguimi. Il Vangelo ci dice tuttavia che l’invito di Dio non fu accolto; il giovane ricco se ne andò triste, perché aveva molti beni. Aveva cioè il cuore attaccato a troppi beni per poter seguire Dio. 

Per poter essere veramente felici dobbiamo liberare il cuore dai troppi beni a cui lo abbiamo attaccato. Altrimenti anche noi, come il giovane ricco, andremo via tristi. E disperati.

martedì 17 marzo 2026

L’ora delle tenebre

La manifestazione di Dio nella vita di una persona e di una comunità comporta anche contestualmente lo scatenarsi delle tenebre, le quali non sopportano la Luce e quando la vedono avvicinarsi reagiscono intensificando il buio. 

La nascita di Gesù Bambino a Betlemme scatena la reazione di Erode che fa uccidere tutti i bambini che nel suo territorio avevano da due anni in giù. E così tutte le volte che nel Vangelo Gesù entra nella vita di qualcuno per guarirlo si vede attaccato da scribi e farisei, che mormorano, lo mettono alla prova, tramano contro di lui, fino al momento della sua crocifissione e morte.

Gesù dice chiaramente cosa comporta la venuta del Figlio dell’uomo, cioè il momento in cui Gesù si manifesta come Figlio di Dio:

«Badate che nessuno vi inganni! 5Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: «Io sono il Cristo», e trarranno molti in inganno. 6E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. 7Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: 8ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori. 9Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. 10Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. 11Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; 12per il dilagare dell'iniquità, si raffredderà l'amore di molti. 13Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. (Mt 24,5-13).

Gesù non ha mai detto che la sua venuta sarebbe stata una passeggiata di salute. Non ha mai promesso una salvezza a buon mercato. Ha detto espressamente che bisogna attraversare dolori e tribolazioni, e bisogna farlo rimanendo fedeli a lui, per essere salvati. Noi oggi - seguendo il cattivo esempio di Pietro che censura Gesù quando quest’ultimo parla di sofferenze - predichiamo un Vangelo senza croce, e il Vangelo senza croce non è il Vangelo di Cristo.

Fortunatamente Pietro non ha scritto nessun Vangelo. La sua missione sarà di diventare capo della Chiesa, cioè di accogliere le pecore ferite portandole a Gesù. Lo potrà fare proprio in virtù delle tante cadute, da cui ogni volta, con l’aiuto del Signore, si è rialzato. Pietro ha vissuto le sue ore buie, è caduto nel fango delle proprie miserie ma con umiltà ha accettato ogni volta di essere rialzato dalle cure amorevoli di Gesù. Per questo motivo può pascere con compassione e misericordia le pecore che il Signore gli affida.

Bisogna quindi attraversare l’ora buia, e non attraversarla come vorremmo noi - cioè distratti e addormentati - ma nel modo in cui chiede Gesù, ovvero vegliando e pregando (se ne è parlato nel post precedente).

Perché Dio permette quest’ora buia? Per vari motivi: in primis per la conversione e la salvezza dell’uomo, ma anche per motivi di giustizia e di libertà. Dio rispetta non solo la libertà dell’uomo ma anche la libertà di Satana di agire costantemente contro Dio, ma usa la libertà di Satana per un giudizio sull’uomo e per invitarlo alla conversione, prima dell’ultima venuta del Figlio e conseguente giudizio finale, quando non ci sarà più tempo per la conversione. 

È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi (Gv 9, 39).

Dio si manifesta più volte nella vita di un uomo e di una comunità, ed ogni manifestazione comporta sia un giudizio - quando crediamo di vedere diventiamo ciechi - e sia una salvezza - se accettiamo il giudizio di Dio sulle nostre cecità, Dio ci ridona la vista -. 

Quindi la prima grazia da chiedere a Dio, prima di tutte le necessità terrene, è di farci vedere le nostre mancanze, per poterle confessare ed essere guariti. 
Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi (1Gv 1,8-10).

Le tenebre ovviamente non avendo la Sapienza di Dio agiscono con l’unico fine di distruggere l’uomo, e se Dio non ponesse un limite alla loro azione nessuno si salverebbe. Nel Libro di Giobbe Dio pone espressamente dei limiti oltre cui Satana non può andare, perché l’azione malvagia di Satana contro l’uomo deve rimanere nei limiti di svegliare l’uomo e ricondurlo a Dio. Ovviamente se l’uomo ignora tutti i campanelli di Dio, come presumibilmente fa Giuda, alla fine Satana potrebbe riuscire nel suo intento di condannare l’uomo alla perdizione eterna.

È la nostra libertà accordata al male e non a Dio a condannarci.

È necessario adesso chiarificare un ultimo punto. Siccome ogni manifestazione di Dio comporta anche lo scatenarsi delle tenebre, l’uomo potrebbe essere portato - su suggerimento del maligno - a pensare che è meglio che Dio non si manifesti, che si faccia i fatti suoi e non disturbi la nostra vita. Ed è proprio quello che pensano i cittadini del paese dei Gadareni, che invitano Gesù ad allontanarsi dal loro territorio dopo che i demòni che Gesù in precedenza aveva fatto uscire da due indemoniati entrano in una mandria di porci causandone la morte.

Le tenebre più pericolose non sono quelle che si scatenano attorno a noi, ma quelle che si scatenano dentro di noi, per via dei demòni che abbiamo fatto entrare nella nostra anima acconsentendo per tanto tempo al male, al punto da averci fatto l’abitudine. Sono questi a toglierci la gioia e la felicità. 

Da questi demòni interiori è venuto a liberarci Gesù. Ma per esserne liberati, dobbiamo tollerare che questi demòni, con cui abbiamo flirtato per molto tempo, si scatenino per un po’, e nei limiti stabiliti da Dio, contro di noi. Ciò avviene per un giudizio su di noi ma anche e soprattutto per la nostra salvezza: affinché invocando Dio contro il male siamo salvati. 

La buona notizia infatti è che se questi demòni si stanno scatenando è proprio perché Dio è vicino a noi. Ed è Dio che dobbiamo cercare. A Lui dobbiamo guardare. 

Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino (Isaia 55,6).