venerdì 30 gennaio 2026

Le facoltà spirituali e le facoltà psichiche

Esistono facoltà di natura esclusivamente spirituale, come la fede; altre di natura esclusivamente psichica, come l’immaginazione; ed altre ancora di natura sia psichica che spirituale, come l’intelligenza.

Soffermiamoci sull’intelligenza che è sia psichica che spirituale. L’intelligenza ci aiuta a conoscere il reale sia nel particolare che nel generale; le scienze e la filosofia ad esempio sono un prodotto dell’intelligenza umana nel suo funzionamento psicologico. Tuttavia, l’intelligenza per poter usata adeguatamente ha bisogno di essere alimentata sul piano spirituale da una tensione costante verso la verità. Senza questa tensione, le scienze e la filosofia vengono messe al servizio non della verità, ma delle ideologie politiche del momento. Nella storia (anche recente) dell’uomo è frequente l’uso della scienza e della filosofia con finalità ideologiche svuotate di qualsiasi fondamento teoretico. 

Non è un caso se tra i setti doni dello Spirito Santo, due si chiamano Intelletto e Scienza

Quindi, ancora una volta, fede e ragione sono molto più vicine di quanto si pensi. Il serpente seduce Adamo ed Eva invitandoli a mangiare dall’albero della conoscenza del bene e del male, aggiungendo: “diventerete come Dio”, tradotto: “se usate l’intelligenza come vi suggerisco io sarete come Dio.” Frequentemente l’uomo cade in questa tentazione. Attenzione però anche a non cadere nella tentazione contraria, quella di non usare affatto l’intelletto. Per uscire da questa doppia trappola è necessario usare l’intelligenza con finalità prevalentemente contemplative, cioè al servizio della verità, mettendo in secondo ordine l’auto-affermazione. Il che non significa che bisogna soffocare totalmente l’auto-affermazione: un minimo di affermazione di sé è necessaria per una sana autostima, ma la propria affermazione non deve mai prevalere sulla verità.

Il primo e più importante segno di un disturbo mentale è proprio l’alterazione dell’intelligenza, specificatamente di ciò che in psicopatologia si chiama esame di realtà. I processi di pensiero devono reggere ad una prova di realtà, devono cioè riflettere in larga parte la realtà oggettiva. Un minimo di alterazione soggettiva della realtà è assolutamente normale, tuttavia, nei disturbi mentali la realtà è grossolanamente alterata dalle affezioni soggettive.  

Ci sono anche altri criteri per fare diagnosi di un disturbo mentale come l’intensa sofferenza soggettiva e la deviazione dalle norme culturali e sociali di riferimento. Ma con questi criteri bisogna essere molto cauti, perché in una società malata deviare dalle norme sociali può essere segno di salute e non di malattia. Così come, al contrario, comportamenti evidentemente patologici ma largamente accettati in un contesto sociale possono mantenere in uno stato di compenso strutture psichiche che in altri contesti sfocerebbero in franchi disturbi mentali. Nel bodybuilding, ad esempio, sono diffusi vissuti e comportamenti tipici dei disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, ecc.): regime alimentare restrittivo, esercizio fisico eccessivo, uso di sostanze che compromettono la salute fisica, autostima fortemente incentrata sull’immagine corporea, pensieri ossessivi riguardanti l’aspetto fisico, distorsione dell’immagine corporea. I bodybuilder raramente giungono all’attenzione clinica di un professionista della salute mentale perché mettono in atto i loro comportamenti in un contesto sportivo che non solo li tollera ma li incoraggia. 

L’uomo è, nel bene e nel male, un animale sociale. La deviazione dalla norme sociali di riferimento non è un criterio sufficiente per le patologie mentali, perché l’uomo cerca spesso un appoggio esterno alle proprie patologie e, quando lo trova, la consapevolezza dei propri problemi interiori è ostacolata. 

La realtà infatti non è alterata solamente dai disturbi mentali, ma anche da “patologie” di ordine sociale. Le ideologie, ad esempio, sono un altro sintomo di una patologia sociale che altera grossolanamente la realtà. Per questo motivo, l’autorevolezza della fonte non è un criterio sufficiente per valutare la veridicità di un’informazione, poiché, se abbiamo la sfortuna di vivere in un’epoca storica nella quale le istituzioni sono inquinate dalle ideologie, prenderemo grossi abbagli se ci limitiamo ad utilizzare come unico criterio di conoscenza l’autorevolezza della fonte.

Dobbiamo fare la fatica di usare il nostro intelletto, senza però cadere nella sterile ribellione alle autorità costituite.

Tra disturbi mentali, sociali e spirituali c’è un legame più stretto di quanto si pensi. In tutti e tre è alterato il rapporto con la verità. 

Se il rapporto con la verità è alterato prevalentemente sul piano spirituale, le persone non risponderanno ai trattamenti psichiatrici, psicologici o agli interventi psicosociali. È molto probabile che nei cosiddetti disturbi di personalità, che notoriamente non rispondono ai classici trattamenti psicologici, ci siano importanti alterazioni sul piano spirituale. 

Se il rapporto con la verità è alterato sul piano spirituale, lavorare solo psicologicamente apporterà pochi benefici.

Se invece il rapporto con la verità è alterato prevalentemente sul piano psichico, la persona risponderà bene ai trattamenti psicologici.

È necessario quindi che i professionisti della salute mentale abbiano anche una “formazione” spirituale, nel rispetto dell’autonomia e della laicità della scienza. Così come, dall’altro lato, è necessario che chi si occupa di spirito abbia anche una formazione nel campo della salute mentale e delle scienze sociali.


mercoledì 28 gennaio 2026

I disordini spirituali

Come si è detto nei post precedenti, l’uomo è fatto di tre dimensioni: corpo, anima (o psiche) e spirito. Esistono di conseguenza patologie fisiche, patologiche psichiche e patologie spirituali.

Che esistano malattie fisiche è evidente, come pure è evidente l’esistenza delle patologie psichiche; meno evidenti invece appaiono le patologie spirituali, soprattutto in un’epoca che, come ricorda lo psichiatra e sacerdote-esorcista, padre Raffaele Talmelli, tende a sovrapporre il concetto di normalità psichica con il concetto di moralità

Tutto ciò che è normale sul piano psichico lo sarebbe anche sul piano morale.

Non è così. 

L’uomo non deve solo funzionare dal punto di vista psichico, deve anche sapere che direzione dare alla propria vita sul piano esistenziale.

Esistenziale, morale e spirituale sono talmente collegati da non poter essere distinti: non esiste nessuna differenza di natura sostanziale tra la Legge di Dio, la Profezia e la Parola di Dio. In Cristo si rivela che tutte tre sono manifestazioni del Verbo. Nella trasfigurazione di Gesù i discepoli vedono inizialmente Mosè ed Elia conversare con Gesù, ma quando sentono la voce di Dio si spaventano e, alzando gli occhi, vedono solo Gesù. Ciò non vuole significare che la rivelazione del Figlio faccia venire meno la Legge e la Profezia ma, al contrario, significa che sia la Legge che la Profezia sono Verbo. È una volta che il Verbo si è rivelato, gli esseri umani che gli hanno prestato la propria voce possono farsi da parte. Questo è il motivo per cui Giovanni Battista a quanti vanno da lui chiedendogli informazioni sulla sua identità risponde che egli non è né il messia né un profeta. È solo una voce, il contenuto di quella voce è il Verbo. 

È necessario ribadire questa unicità, perché oggi, anche tra gli stessi cristiani, si assiste ad un costante tentativo di separare i Comandamenti di Dio dalla Persona di Cristo, come se la Legge di Dio non fosse anche Parola di Dio, come se la Parola di Dio non fosse anche Legge per l’uomo. 

Nel Vangelo Gesù spinge la Legge fino al punto da renderla quasi insopportabile per la natura umana, motivo per cui le folle lo abbandonano. Ama i nemici, porgi l’altra guancia, il matrimonio è indissolubile, i ricchi non entrano nel regno dei Cieli. A queste parole gli stessi discepoli rimangono sconcertati, al punto da considerare il matrimonio non più conveniente, al punto da chiedere a Gesù chi mai potrà essere salvato a queste condizioni. Quest’ultimo passaggio ha dell’ironia, sono davanti al Salvatore e si chiedono chi potrà salvarsi. Tuttavia, il genuino sconcerto dei discepoli ci fa comprendere come la Legge inchiodi la natura umana.

Molti cristiani oggi commettono lo stesso errore, in modo rovesciato, dei farisei; questi ultimi volevano tenersi la Legge senza Cristo, molti oggi vorrebbero tenersi Cristo senza la Legge. Lo fanno per lo stesso motivo dei farisei: non vogliono essere rigettati dal mondo, non vogliono la croce. Perché la Legge non ha nessun’altra funzione che tenere inchiodato l’uomo sulla croce, insieme con Cristo. Questo è il senso delle parole dell’Apostolo per cui la salvezza non viene dalle opere della legge ma dalla fede: la legge serve solo a tenere inchiodato l’uomo sulla croce, non a salvarlo. È Cristo che salva l’uomo dalla croce. Però è necessario prima che l’uomo su quella croce ci salga. La legge ha questa funzione. 

Se vogliamo tenerci Cristo senza la croce (la legge, in questo caso) facciamo l’operazione uguale e contraria a quella dei farisei. 

Questa scissione tra spirituale e morale pertanto non è cristiana. 

Come sempre, la croce è dirimente. Lo stesso demonio che è in grado di scimmiottare Dio in molte cose, non è capace però di stare sulla croce. Anche noi, senza offesa, scimmiottiamo Dio in molte cose ma spesso non lo imitiamo prendendo la croce come il Figlio ci ha insegnato

Il discernimento cristiano è molto più semplice di quanto si creda. È sufficiente osservare quali pensieri suscita in noi la croce (non la croce in astratto, ma le croci della nostra vita quotidiana): se sono pensieri di accoglienza, se non gioiosa quantomeno di docile e umile accettazione della volontà di Dio, questi pensieri vengono dallo Spirito Santo; se invece la croce suscita in noi proteste, lamentele, rifiuti, questi pensieri non provengono da Dio. 

Molto spesso le catechesi che facciamo interpretando il ruolo degli avvocati difensori di Dio non aiutano il discernimento. Ripetiamo continuamente che Dio non vuole il dolore, non vuole la sofferenza. Praticamente stiamo dicendo che Dio non vuole la croce. Invece Dio la croce la vuole eccome. L’unica cosa che non vuole è la perdita delle anime. E le anime per non perdersi hanno bisogno della croce. 

Quindi, ancora una volta, lasciamo perdere le arringhe difensive alla stregua degli amici di Giobbe, perché i nostri pensieri non sono i pensieri di Dio. Limitiamoci ad essere servi inutili, che sanno quando è il momento di agire e di parlare e quando invece è il momento di tacere e farsi da parte. 

Dio vuole la croce, perché la croce è la medicina per le nostre infermità spirituali. 

E come per le patologie mediche esistono delle medicine amare da prendere, allo stesso modo esiste un calice amaro da bere per le patologie spirituali. 

Chi rigetta la medicina di Dio è perché spiritualmente non si ritiene zoppo, storpio, cieco, lebbroso, paralitico e, di conseguenza, ha una grande grazia da chiedere: la consapevolezza delle proprie malattie spirituali.

Cristo non è venuto per i (presunti) sani ma per i malati. 


venerdì 23 gennaio 2026

L’anima e il corpo

L’anima è la vera essenza dell’uomo, è ciò che dà vita e forma al corpo. Il nostro corpo è l’immagine della nostra anima, quindi, contrariamente a quanto oggi è comunemente creduto, è il corpo che deriva dall’anima e non l’anima dai processi fisiologici del corpo. 

L’anima preesiste al corpo.  

La preesistenza dell’anima rispetto al corpo non è da intendere come se l’anima esistesse per un certo periodo senza un corpo e poi ad un certo punto si incarna in un corpo a caso. Come un contenuto che ad un certo punto viene inserito in un contenitore. La preesistenza è da intendere che è l’anima a dare vita e forma al proprio corpo. Dal proprio corpo l’anima non può essere separata perché forma con esso una cosa sola. La morte più che una separazione tra corpo ed anima è una spoliazione, simile a quanto accade agli insetti che fanno la cosiddetta muta, cioè si spogliano di un esoscheletro inadeguato, per far posto ad uno più adatto. 

Noi, come tutta la creazione, avremo un nuovo corpo nella prossima vita. Gli animali hanno un’anima che non è spirituale, non hanno quindi possibilità di peccare, avranno pertanto tutti il loro posto nella nuova creazione, quando il numero dei figli di Dio sarà completo. 

L’anima degli uomini invece è spirituale, può essere macchiata dal peccato, anche mortale; tutti gli uomini avranno un nuovo corpo ma non necessariamente nella nuova creazione. Se finiscono all’inferno avranno un corpo, ma presumibilmente ancora più degradato di quello attuale, e sottoposto a sofferenze. Così come anche i demoni probabilmente avranno un corpo. C’è un passo del Vangelo che offre lumi al riguardo ed è abbastanza sconcertante. È il passo nel quale Gesù libera i due indemoniati di Gadara, ed i demoni appena usciti dai due uomini chiedono a Gesù di poter entrare nei porci. Sono puri spiriti, non avrebbero bisogno di nessun corpo, ma scongiurano Gesù di poter entrare almeno nei porci. 

Questo attaccamento morboso al corpo fino al punto di abbassarsi al livello dei porci è uno dei marker del male. L’anima spirituale dell’uomo non è chiamata ad aver un rapporto con i corpi fino al punto da degradare la propria dignità spirituale.

Quando si dice che l’anima è l’essenza dell’uomo, il termine “essenza” non deve essere inteso come una fotografia statica ed immutabile dell’uomo. Solo Dio è immutabile. L’essenza dell’uomo invece è in divenire. 

Se non si afferrano a pieno l’aspetto “diveniente” dell’anima e la sua naturale attrazione per i corpi, non si può comprendere la necessità che l’anima sia protetta dal peccato attraverso adeguati comportamenti di ordine morale e attraverso continui aiuti dall’alto.

La funzione principale delle anime degli animali (uomo compreso) è, nell’ordine naturale, dar vita e forma ai corpi. Anima etimologicamente significa “soffio vitale”. Il soffio vitale dell’uomo però è macchiato dal peccato originale. Il peccato originale fa sì che nell’uomo il desiderio per il corporeo va molto oltre la naturale funzione di dar vita e forma ai corpi. Delle tre concupiscenze di cui parla San Giovanni, due identificano proprio questo attaccamento smodato e morboso per ciò che è piacevole ai sensi e agli occhi: la concupiscenza della carne e la concupiscenza degli occhi. Questo attaccamento eccessivo per tutto ciò che tocca i nostri sensi non è presente negli animali. Il rapporto fra gli animali e ciò che è materialmente sensibile non va mai oltre ciò è stabilito dalla natura di ogni specie. Non sono presenti tra gli animali le manipolazioni, le violenze, gli abusi che gli uomini perpetrano ai danni dei corpi propri e altrui.

Il primo modo che Dio ha di proteggere le anime degli uomini dall’abbassarsi fino al punto di mettersi al servizio dei corpi è Mose e i profeti, ovvero la Legge e gli avvertimenti. Il degradarsi dell’anima è sempre un degradarsi di ordine morale, e le deviazioni morali sono sempre una disobbedienza a Dio. La Legge e i profeti hanno questa funzione principale: rendere inequivocabile all’anima che i suoi mali derivano dall’aver disobbedito a Dio. Questa consapevolezza però è possibile solo in Gesù Cristo Crocifisso. Per questo motivo i farisei che vorrebbero tenersi la Legge rigettando il Cristo Crocifisso, in realtà si sottraggono anche alla funzione principale della Legge: che è quella di venire rimproverati da Dio. In Cristo Crocifisso con il rimprovero verrà anche la consolazione, ma prima bisogna prendere seriamente i richiami di Dio. I farisei invece contestano a Dio l’autorità di rimproverare l’uomo. Di conseguenza sostituiscono alle Legge di Dio le leggi umane. 

Che si contesti Dio o che si accettino docilmente i suoi rimproveri, prima è necessario farne esperienza. L’esperienza di Dio è sempre un’esperienza mistica, e le esperienze mistiche riguardano tutti gli uomini e non solo pochi santi, perché Dio per manifestarsi deve forzare il naturale.

Se il soprannaturale non forza il naturale - non necessariamente attraverso eventi spettacolari - all’uomo non sarà mai chiaro che si tratta della manifestazione di Dio.

Da che cosa si valuta la bontà di un’esperienza mistica? Dalle visioni straordinarie? Dalla chiarezza di una locuzione interiore? 

Tutte queste cose posso provenire anche da un disturbo mentale o dalle seduzioni del demonio. Non che Dio non possa usare un disturbo mentale o gli attacchi del demonio con finalità mistiche, cioè per legare l’anima a Sé. Dio usa qualsiasi cosa per avvicinare gli uomini. Anzi, solitamente predilige ciò che tra gli uomini è disprezzato.

Tuttavia, l’esperienza mistica può essere vissuta aprendosi o rifiutando lo Spirito Santo. Quando si apre la porta allo Spirito Santo, l’esperienza mistica produce nell’anima la certezza di essere stata rimproverata da Dio. Per questo motivo i santi hanno sempre poca voglia di farsi pubblicità anzi, solitamente si vergognano delle loro esperienze mistiche. 

Ed è comprensibile.

Non c’è nessun vanto infatti nell’essere rimproverati da Dio, c’è - o ci dovrebbe essere - vergogna. 

Nel Vangelo tutte le volte che Dio si manifesta a Maria, a Zaccaria, ai discepoli, alla Maddalena suscita sempre una (legittima e sacrosanta!) reazione di paura, perché ogni manifestazione di Dio comporta un giudizio di Dio sull’uomo. Alla paura degli uomini Dio risponde con: “non temete, non abbiate paura”, che tradotto significa: “non dubitare di essere salvato tu, uomo, che giustamente temi il giudizio di Dio”.


domenica 18 gennaio 2026

L’uomo, lo spirito e la terra

Noi sappiamo che Dio ci chiede di amare Lui e, dopo di Lui, il prossimo come noi stessi.

Cosi come per amare Dio bisogna prima conoscerlo, anche per amare l’uomo è necessario che ci sia prima una conoscenza dello stesso uomo. 

Quindi: Cos’è l’uomo? E cosa c’è di amabile in lui? 

Se l’uomo è solo materia, cioè se l’interiorità dell’uomo, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, ecc. sono espressione del funzionamento degli organi del corpo umano, allora di amabile nell’uomo c’è solo il corpo. 

Ma siccome il corpo è destinato a perire, se amiamo solo quest’ultimo stiamo amando la morte. 

Per uscire da questa trappola - trappola che oggi è incoraggiata da quasi tutti gli ambienti accademici e culturali - bisogna reintrodurre i significati filosofici di spirito e di anima, senza però separarli da quello del corpo.

(In questo post mi soffermerò solo sul significato di spirito).

L’uomo è un’unica essenza in tre aspetti: spirito, anima e corpo. È fatto ad immagine e somiglianza di Dio; Dio è Uno e Trino, l’uomo similmente è un’unica persona in tre domini. 

Lo spirito è l’anima intellettiva (mens), ciò che noi oggi chiamiamo intelligenza. C’è però una differenza sostanziale tra l’originario significato filosofico di intelligenza e quello moderno. Noi oggi consideriamo l’intelligenza una facoltà che è espressione del funzionamento del cervello, e, di conseguenza, per noi è intelligente tutto ciò che è utile a dare benessere al nostro corpo e a prolungarne la vita; per noi intelligente è sinonimo di utile. Per Platone (dai cui ha avuto origine la filosofia occidentale) intelligenza è sinonimo di dialettica, e la dialettica aveva la funzione principale di permettere all’uomo di contemplare le realtà divine. Se Socrate e compagni dialogavano attorno alle realtà terrene (politica, universo, natura umana, ecc.) era solo perché queste erano considerate un riflesso di quelle divine. Il fine ultimo dell’intelligenza per la filosofia antica non era conoscere la materia, ma elevarsi spiritualmente a Dio. Intelligente, in quest’ultima accezione, è sinonimo di contemplativo.

Quindi spirito è ciò che nell’uomo ha uno stretto legame con le realtà eterne. E ad avere uno stretto legame con le realtà eterne è proprio ciò che noi invece consideriamo lontano da Dio: l’intelligenza, che nell’uomo è sempre linguistica e discorsiva; cioè noi pensiamo in parole anche quando non esprimiamo vocalmente i nostri pensieri. Ed il nostro verbo è immagine di quel Verbo che Giovanni ci dice essere in principio presso Dio ed essere Dio.

Quindi la parola in noi è sempre spirituale. Spirituale non è però sinonimo di divino, perché esiste anche una spiritualità decaduta. È decaduta quella spiritualità che non si innalza alle realtà eterne ma si abbassa a quelle terrene amando quest’ultime più delle prime. Nel libro di Giobbe, Dio chiede a Satana: “Da dove vieni?”, Satana risponde: “Dalla terra che ho percorso in lungo e in largo”. Esiste quindi una spiritualità, un’intelligenza che è tutta ripiegata su ciò che è terreno, che percorre “in lungo e in largo” la terra: questa intelligenza è diabolica.

Lo spirito è anche ciò che nella Sacra Scrittura viene detto cuore. Il cuore non è evidentemente l’organo anatomico che si trova nella nostra cassa toracica, ma il luogo metaforico interiore in cui prendiamo le decisioni. E le decisioni le prendiamo sulla base dei pensieri che abbiamo generato, infatti nella Scrittura si parla anche dei “pensieri del cuore”. Ora, senza una frequentazione con la Parola, che è Parola viva, cioè generativa, i pensieri che noi generiamo sono sempre terreni e, quindi, diabolici. Gesù rimprovera Pietro nel Vangelo con le seguenti parole: Va’ dietro a me Satana, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini. Per incamminarsi verso l’Inferno non c’è bisogno di essere un serial killer, basta avere buone intenzioni secondo la mentalità degli uomini. Non c’è bisogno di essere un pluriomicida per avere un’intelligenza diabolica, basta ragionare in modo terreno. 

E senza l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio ragioniamo tutti in modo terreno. 

Quindi l’uomo è diabolico?

No.

La natura umana per come ci è data è incompiuta. L’uomo può diventare divino o diabolico sulla base delle decisioni che matura nel proprio cuore, se tali decisioni cioè sono ispirate dalla Parola o da un attaccamento alla terra. 

Di conseguenza, è amabile nell’uomo il suo elevarsi a Dio, il suo comportarsi sulla base di quanto ha visto essere giusto in Dio; sia quando ciò è in atto e sia quando è solo potenzialmente presente. 

Non è in alcun modo amabile nell’uomo l’essere ripiegato sulle realtà terrene al punto da percorrerle “in lungo e in largo”. Lo stesso Spirito Santo fugge dal cuore dell’uomo quando questo ama ciò che dovrebbe detestare.


venerdì 16 gennaio 2026

La Trinità

Uno solo è Dio: Signore, Creatore, Principio e Fine ultimo dell’esistenza di ogni creatura.

Dio agisce sempre in tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Quando genera è Padre, quando viene generato è Figlio, quando elargisce i suoi doni è Spirito Santo. La congiunzione “quando” non deve però far pensare ad una temporalità. “Prima” e “dopo” esistono solo per noi. Dio eternamente genera, eternamente viene generato, eternamente elargisce i suoi doni.

Allo stesso modo, quando di Dio si dice che è una sola sostanza (o essenza) in tre Persone, non si deve intendere che la sostanza divina si divida in tre Persone. La divisione esiste solo per i corpi materiali, non esiste per Dio che è spirito. Sant’Agostino (nel De Trinitate) infatti ci ricorda che di Dio diciamo che è trino e non triplice. 

Dire che una sola è la sostanza equivale a dire che Dio è sempre (nelle tre Persone) uno solo nei suoi attributi assoluti: Signore, Creatore, Onnipotente, Sommo Bene, Sapienza, Luce, Carità.

Dire “in tre Persone” equivale a dire che Dio si differenzia negli attributi relativi: quando si incarna, ad esempio, lo fa solo come Figlio, e non come Padre e non come Spirito Santo. Questo non significa che nell’incarnazione Dio smetta di operare come Padre e come Spirito Santo; significa solo che l’incarnazione è un attributo relativo a Dio come Figlio. Sempre al Figlio compete di rivelare Dio morendo e resuscitando. Anche in questo caso - soprattutto nella Passione quando Dio sembra tacere - non significa che Dio smetta di operare come Padre e come Spirito Santo. Dio è sempre all’opera in tre Persone. 

Se a noi Dio sembra operare in certi momenti solo come Figlio, in altri solo come Padre e in altri ancora solo come Spirito Santo è solo per via della nostra temporalità. Ma in Dio questa temporalità non c’è. Dio è eternamente all’opera nelle tre Persone.

Quando viene in soccorso della nostra debole volontà lo fa nella persona dello Spirito Santo. È lo Spirito Santo che ci fa conoscere la volontà di Dio, che ci aiuta a compierla, che ci sostiene nella preghiera, che ci fa entrare nella comunione spirituale con i santi, gli angeli e le anime del Purgatorio. E questo è possibile solo in virtù del sacrificio del Figlio. Se lo Spirito Santo può venire a noi è solo perché il Figlio compie la volontà del Padre morendo sulla croce. Per il Figlio venire eternamente generato dal Padre non significa nient’altro che compiere eternamente la volontà del Padre. 

E anche noi quando compiamo la volontà del Padre nel Figlio con lo Spirito Santo veniamo generati al cielo. 

Quando invece Dio tace completamente è quasi sempre per via dei nostri peccati. Quel silenzio è un invito alla conversione. È Parola anche il silenzio di Dio. È grazia anche il silenzio di Dio per quanti amano Dio. Come è grazia anche il suo rimprovero. Solo se si è in una relazione con Dio è possibile venire rimproverati da Dio. Insomma, tutto è grazia quando si ama Dio. 

Ma per amare Dio prima bisogna conoscerlo.

Come si può conoscere Dio?

Solo per fede. Dio non lo si può vedere con gli occhi perché è spirito e non corpo. Non lo possiamo quindi conoscere come conosciamo tutti gli altri esseri umani, attraverso il corpo. Abbiamo bisogno di chiudere gli occhi carnali e aprire quelli della fede. Questo è il senso del comandamento non ti farai immagine alcuna di Dio. Nulla di ciò che vediamo è Dio. È necessario pertanto esercitarsi ad avere un certo distacco da tutto ciò che vediamo. Dobbiamo distaccarci dai nostri pensieri, che si formano a partire dalle immagini che vediamo e che pertanto non possono afferrare il mistero di Dio. Dobbiamo distaccarci anche dalle immagini sacre. Occorre non indugiare troppo nelle immagini della Madonna, dei santi e degli angeli. Lo stesso discorso vale per le immagini che usiamo per meditare i misteri divini. Queste immagini devono essere usate come si usa un fiammifero con una miccia: una volta che la miccia dell’amore è stata accesa il fiammifero va spento.

Santa Teresa Benedetta della Croce, in Scientia Crucis, dà un consiglio prezioso sull’uso delle immagini affinché non siano di impedimento alla fede: una volta che l’immagine ha suscitato in noi uno spirito di pietà, non bisogna sostare sull’immagine, ma bisogna passarvi oltre. Le immagini risvegliano i sensi, e i sensi troppo accesi sono di ostacolo allo spirito. All’unione spirituale con Dio non si accede tramite i sensi, ma tramite la fede. 

E la fede non viene dalle immagini ma dall’ascolto della Parola di Dio. Solo la Parola è lampada per i nostri passi.

Con la fede avremo anche la speranza e la carità. Ma prima bisogna coltivare la fede, perché non possiamo amare ciò che non conosciamo.  

Quella di Dio è l’unica Parola a cui prestare ascolto perché solo Dio è Verità. Se non ascoltiamo Dio (mettendo in pratica ciò che ascoltiamo) non faremo nulla nella verità. Non ameremo nella verità, non lavoreremo nella verità, non soffriremo nella verità, non gioiremo nella verità, non moriremo nella verità. Senza Dio, tutta la nostra vita sarà una farsa, una messinscena, uno spettacolo scadente e mediocre.  

Anche se non lo possiamo vedere con i nostri occhi, Dio è fisicamente presente nel mondo tramite l’incarnazione nella persona del Figlio. Lo troviamo sicuramente nell’Eucaristia. Ma prima ancora è dentro ognuno di noi. Chi non coltiva la propria interiorità non troverà Dio nemmeno nell’esteriorità. 

Per interiorità si intende chiudersi al mondo e aprire il proprio cuore solo alla Parola. Non significa coltivare i propri pensieri, i quali non sono nient’altro che l’eco del rumore del mondo nella propria interiorità. Il rumore del mondo non giova a nulla, e nemmeno quindi il suo riverbero interiore. 

Tutto è notte, tutto è buio, tutto è tenebra.

Una sola è la Luce.



 

domenica 11 gennaio 2026

Maria è onnipotente per grazia

Con la sua morte e resurrezione Cristo si è pienamente rilevato ai suoi discepoli: Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Porta con sé i suoi discepoli in seno al Padre. Li rende partecipi del mistero della Trinità. D’ora in poi agirà con loro e in loro.

Ora può rivelarsi a pieno anche la vocazione di Maria. Quella volontà di Dio che l’Arcangelo Gabriele aveva annunciato a Maria - alla quale Maria aveva risposto con un “eccomi” pieno di fiducia ma povero di comprensione - diventa, soprattutto con la Pentecoste, chiara a lei e ai discepoli: dopo la morte e la resurrezione di Gesù, tra Maria e i discepoli ci sarà lo stesso rapporto che c’è tra il Padre ed il Figlio. Il Figlio è nel seno del Padre e fa tutto tenendo gli occhi fissi sul Padre; così i discepoli sono nel grembo di Maria e fanno tutto tenendo gli occhi fissi sulla dolcissima e amorevole Madre. Tra Maria e i discepoli viene vissuto così il mistero della Trinità: i discepoli e Maria si guardano tra loro con lo stesso sguardo di Amore con cui si guardano il Figlio ed il Padre.



Una volta che Cristo si è formato nel cuore del discepolo, Maria diventa onnipotente per grazia. Nulla accadrà più che Maria non voglia, gli angeli si muoveranno ad un suo cenno, persino le potenze degli inferi dovranno obbedire a Maria: lei stessa diventa la Provvidenza. I discepoli che guardano Maria vedono in lei la volontà del Padre, ma ora sotto una nuova luce. Quella volontà che prima appariva dura, difficile da compiere, ora appare addolcita da uno sguardo materno. 

Nei giorni che intercorrono tra la Passione di Gesù e la Pentecoste i discepoli sono sconvolti e terrorizzati per il martirio di Gesù. Gesù Risorto appare a loro più volte, ma sono ancora dominati dalla paura. Sarà lo Spirito Santo a rivelare loro tutta la verità quando scenderà su di loro mentre sono in preghiera con Maria. Da questo momento tutto cambia: i discepoli escono dal cenacolo nel quale si erano rifugiati per paura e trovano finalmente il coraggio di evangelizzare fino al martirio. Con la Pentecoste vengono anche loro assunti in cielo con Gesù, nel grembo di Maria e per il tramite di quest’ultima. Da questo momento i discepoli e Maria sono una cosa sola, esattamente come il Figlio e il Padre. Nei misteri della Gloria contempliamo, infatti, l’assunzione e l’incoronazione di Maria Regina del cielo e della terra subito dopo il mistero della Pentecoste. 

Da questo momento ha inizio per i discepoli una nuova creazione.

Quella passione che in precedenza li aveva sconvolti e scandalizzati, hanno ora la forza di viverla pienamente. Sono diventati “Altri Cristi” e la vocazione di Maria può ora essere rivelata pienamente. 

Maria umanizza e addolcisce la volontà di Dio. Non perché ci fosse qualcosa di incompleto nel sacrificio del Figlio, ma perché il Padre ha voluto fare un ulteriore dono ai discepoli che sono rimasti fedeli al Figlio. Possono fare ora tutto in Maria e per Maria, perché non c’è più rischio di idolatrare Maria una volta che il Figlio si è rivelato (e il Padre in Lui). D'ora in poi, il calice amaro della passione sarà meno amaro perché lo riceveranno dalle dolcissime mani di Maria, proprio come una medicina amara è meno amara per un bambino se la riceve con tenerezza dalla propria madre. Maria quindi non toglie nulla a Cristo ma in lei il Padre ha voluto rispettare fino in fondo la nostra natura. Ha voluto innalzare la nostra natura al cielo direttamente nel grembo di una madre. Così come abbiamo avuto bisogno di una madre terrena per la nascita nella carne, adesso ci dona una madre spirituale per la rinascita nello Spirito.

Non c’è gioia più grande per un discepolo che essere innalzato al cielo nel grembo di Maria e fare tutto in lei e per lei.

Ovviamente Maria non poteva rivelarsi prima del Figlio, perché sarebbe stata idolatrata. Bisognava aspettare che l’opera di Gesù fosse compiuta, che fosse giunta la sua ora sul Golgota. D’altra parte, lo stesso Gesù si rivela come Figlio di Dio solo sul Golgota. Prima della sua Passione Gesù non è ancora rivelato come Figlio, ma solo come maestro e taumaturgo. Era una sorta di guru per i discepoli, ma non il Figlio di Dio. 

Quando a Cana di Galilea compie il suo primo miracolo, Gesù ha premura di ricordare che non è ancora giunta la sua ora. Cioè vuole dire ai discepoli: fate attenzione, non è nel miracolo che mi rivelo come Figlio. Nel miracolo c’è il rischio di idolatrare in Gesù la natura umana. La natura umana deve prima essere ignominiosamente inchiodata sulla croce affinché sia chiaro ai discepoli che cosa sia davvero l’uomo. “Ecce homo” dice profeticamente Pilato alla folla che, allora come oggi, non vede in Gesù Crocifisso l’umiliazione (nella superbia) e l’innalzamento (nell’umiltà) della natura umana. 

Prima però era necessario che fosse chiaro ai discepoli che cosa sia davvero l’uomo di fronte a Dio: niente, solo cenere e polvere. Nessun vanto, nessuna sapienza, nessun talento, nessun merito, nessuna conquista degli uomini può reggere di fronte alla manifestazione di Dio. È tutta paglia che viene bruciata in un istante dal fuoco della Croce, dalla manifestazione di Dio. 

Quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono (1Cor 1,28).

Gesù ha assunto la natura umana non per creare confusione tra la natura divina e quella umana, ma per assumere quest’ultima al cielo liberandola dalla corruzione del peccato. Dio si è compiaciuto di operare questa assunzione con la collaborazione corredentrice di Maria, con colei che è libera da qualsiasi macchia di peccato. Di conseguenza, tra la prima creazione - quella carnale in Adamo ed Eva - e la seconda - quella spirituale in Gesù e Maria - non c’è nessuna soluzione di continuità. C’è una rottura totale. I discepoli ricevono da Gesù persino un nome nuovo, affinché sia chiaro che tra la prima nascita (secondo la cerne) e la seconda (quella spirituale) si consuma una rottura definitiva. Questo non significa che la prima creazione non sia stata fatta tramite il Figlio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste (Gv 1,2-3). Tuttavia, nella prima creazione il Figlio non è riconosciuto perché il male, attraverso il peccato, ha distrutto l’immagine di Dio nel cuore degli uomini. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto (Gv 1,10). Su questa prima creazione pendono inesorabili ed inequivocabili l’ira ed il giudizio di Dio: Salvatevi da questa generazione perversa, esorta accoratamente Pietro negli Atti degli Apostoli.

Una volta che il Figlio si è rivelato, i discepoli partecipano ad una nuova creazione. Occorre precisare che questa nuova creazione avviene nel cuore dell’uomo. All’esterno non c’è nessuna manifestazione sfolgorante. Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione. Chi cerca segni della venuta di Dio al di fuori del proprio cuore, resterà deluso. Dio non ama lo spettacolo, ama il silenzio e la semplicità del cuore; quello stesso silenzio e quella stessa semplicità che c’erano a Betlemme nella stalla in cui nacque Gesù.

In questa seconda creazione il male teme Maria più di Dio. Se nella prima creazione aveva distrutto l’immagine di Dio nel cuore dell’uomo, nella seconda cerca di combattere Maria, di allontanarla dai discepoli. Inoltre, a causa della sua superbia, è per lui insopportabile constatare che Dio ha messo tutto nelle mani di una creatura umile e piccola come Maria. Quell’onnipotenza che il male ha sempre superbamente desiderato la vede ora realizzata nella piccolezza di Maria. Tutto ciò è inaccettabile per il male. Cerca ora di combattere Maria in tutti i modi, non direttamente, non può vincere direttamente con lei, ma seducendo i discepoli, distorcendo in loro l’immagine della Madre, creando confusione sull’identità di Maria. 

Nella prima creazione il male agiva con le idolatrie creando confusione tra la natura umana e quella divina. Nella Genesi il serpente induce Eva a mangiare la mela con la seguente motivazione: il giorno in cui la mangerete sarete come Dio. Adamo ed Eva purtroppo si lasciarono sedurre dall'idea di diventare come Dio.

Nella seconda creazione il serpente cerca di distruggere il legame tra Maria e i discepoli, usando la stessa motivazione della Genesi, ma questa volta al contrario: non legatevi a Maria, non rivolgetevi a lei, altrimenti è idolatria. Adesso agisce creando confusione sull'identità di Maria.

La scimmia di Dio fa quello che sa fare, scimmiottare e creare confusione attorno ai misteri divini, ma per il male non c’è scampo: Maria gli schiaccerà sempre la testa, fino all’ultima e definitiva venuta di Cristo.

sabato 10 gennaio 2026

Fratelli, non complici

Il cristiano è esortato a vedere in ogni essere umano un fratello, perché tutti proveniamo da unico Dio e tutti siamo chiamati a ritornare all’unico Dio. 

Tuttavia, la via attraverso cui ritorniamo a Dio non è la stessa via tramite cui siamo stati immessi nel mondo. 

La prima via, ovvero la prima generazione, è quella di Adamo e Eva, quella corrotta dal peccato originale. Nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre, dice il salmista. La madre di questa prima generazione è Eva, la colpa è quella originale. Chi segue questa strada non torna a Dio ma va in perdizione. Questa è la strada della triplice concupiscenza di cui parla San Giovanni Evangelista: concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita

Per tornare a Dio bisogna prendere un’altra strada. 

Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Mt 2,12).

Questa seconda via non è semplicemente un’altra strada, ma è una seconda nascita. Gesù prova a spiegarlo a Nicodemo che però non afferra il concetto:

Gli rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. 
Gli disse Nicodemo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere? (Gv 3,3-4)

Nel suo ragionare in modo carnale, come direbbe San Paolo, Nicodemo dice, comunque, una verità. L’uomo deve entrare nuovamente nel grembo di sua madre. Solo che la Madre di questa seconda generazione non è Eva ma è Maria ed il grembo non è quello carnale ma spirituale. Gesù infatti aggiunge: "In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito" (Gv 3,5-6).

In Cristo si consuma una rottura definitiva e inconciliabile tra l’uomo vecchio e l’uomo nuovo, tra il modo di ragionare secondo il mondo (o secondo la carne) e il modo di ragionare secondo il Vangelo. Tra queste due vie non c’è nessuna possibilità di conciliazione. Gesù è categorico su questo punto: Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza (Mt 6,24).

Amare il fratello non deve essere inteso nel senso di scendere a compromessi con il modo di ragionare del mondo. Benedico il peccato così faccio sentire amato il fratello. No. Non è questo il Vangelo. Amare il fratello significa offrirgli la seconda via, lasciandolo pienamente libero di rifiutare. Se però rifiuta, non sarà possibile camminare insieme. Solo due persone che seguono la stessa strada possono camminare insieme, tra chi segue strade diverse evidentemente non è possibile un cammino comune. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me (Mt 10,37). Non dobbiamo amare i fratelli fino al punto di diventare complici delle loro decisioni sbagliate, fino al punto di seguirli nei territori sbagliati nei quali si sono incamminati. Perché questo non è amarli ma fargli del male, e fare del male anche a noi stessi. Ovviamente non li abbandoneremo; continueremo ad offrire loro aiuto e sostegno, ma nella verità non nella menzogna.

Amare secondo il Vangelo è essere disposti a sacrificare anche la propria vita per offrire al fratello la seconda via, ma senza rincorrerlo se decide di rimanere nella prima via. 

Si dirà: ma Gesù lascia le novantanove pecore per andare a cercare la pecora perduta. Appunto: Gesù. Lui è il Salvatore. Non noi. Noi siamo tra le novantanove pecore che devono restare dove Gesù ci ha collocati, altrimenti non solo non recupereremo la pecora smarrita ma ci perderemo anche noi.

San Paolo lo dice chiaramente nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi: Fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, vi raccomandiamo di tenervi lontani da ogni fratello che conduce una vita disordinata, non secondo l'insegnamento che vi è stato trasmesso da noi (2Ts 3,6). Aggiungendo però di non trattarlo come un nemico ma di ammonirlo come un fratello.

In che cosa consiste questa seconda via?

Lo dice Gesù stesso: Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me (Mt 10,38).

Come disse una volta Papa Francesco, non è sufficiente seguire Gesù se non si prende la propria croce, e non è nemmeno sufficiente prendere la croce se non si segue Gesù. Ci vogliono entrambi: Croce e Gesù. 

Può accadere di seguire Gesù ma senza prendere la propria croce. Questo avviene quando seguiamo una morale cristiana, tuttavia, se Gesù ci presenta il calice amaro della sequela - una prova, una malattia, un dolore, una persecuzione, ecc. - facciamo affidamento solo sulle nostre capacità o sugli aiuti che provengono dagli uomini, ma non a Gesù. Non ci abbandoniamo a lui, non crediamo che il Padre tramite Gesù ci possa aiutare; e in questo modo non portiamo la nostra croce dietro Gesù. 

Al contrario, può accadere che portiamo la croce ma senza seguire Gesù. Questo avviene quando per i vedere realizzati i nostri desideri siamo disposti a fare qualsiasi sacrifico, ma se Gesù ci chiede di sacrificarci per fare la volontà del Padre ci tiriamo indietro. 

Per la seconda via, quella che ci riporta al Padre, sono necessari sia la Croce che Gesù.

La fedeltà a Pietro




San Giovanni Bosco ebbe una visione profetica della Chiesa come una nave sferzata dal mare in tempesta ma ancorata a due pilastri: l’Eucaristia e la Vergine Maria. Se i fedeli rimangono ancorati a questi due pilastri la nave potrà attraversare indenne qualsiasi tempesta. 

C’è un terzo pilastro però a cui dobbiamo rimanere ancorati: la fedeltà a Pietro. 

Il Papa di recente ha chiesto con grande umiltà di non essere lasciato solo a portare il peso della Chiesa. Pietro porta un peso enorme sulle sue fragili spalle, il Vangelo non censura le sue debolezze, le sue cadute, i suoi rinnegamenti; Gesù lo rimprovera spesso ma non ritira la sua promessa: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. 

Se la Chiesa imbarca acqua il motivo è sempre uno solo: la scarsa fede. Non solo di Pietro, ma anche dei fedeli. E la soluzione è una sola: aumentare le fede. Come? Facendo salire Gesù sulla barca: passando più tempo in adorazione silenziosa davanti al Santissimo, leggendo ogni giorno il Vangelo e recitando tutti i giorni il Rosario. Don Tonino Bello diceva che un cristiano che non legge ogni giorno almeno una pagina del Vangelo è un cristiano di serie B.

La soluzione non è criticare continuamente il Papa (pur riconoscendo i suoi errori); la soluzione non sta nei ragionamenti umani, che ci portano sempre e solo al ripudio di Pietro, esattamente come Giuseppe voleva fare con Maria. 

La soluzione è Gesù. Quanto tempo passiamo con Gesù? Pochissimo. La maggior parte del tempo lo passiamo a frequentare il mondo, le sue notizie, le sue chiacchiere e le sue vuote parole. “Non abbiamo tempo”, è l’obiezione che viene opposta agli inviti di stare più tempo con Gesù. Il tempo però per “scrollare” i cellulari, per parlare di politica, per parlare di gossip, per tutte le chiacchiere vane (di cui un giorno renderemo conto: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio) lo troviamo sempre. 

Allora è inutile prendersela con Pietro. C’è un filo invisibile ma indissolubile che lega Pietro al popolo di Dio. Il Signore ci dà ogni volta un Papa che rispecchi le nostre sensibilità, i nostri pregi e i nostri difetti affinché vedendo lui sia chiaro in che cosa dobbiamo migliorare noi. Benedetto XVI ha dovuto lasciare il soglio pontificio perché le sue sensibilità erano lontane da quelle del popolo che doveva guidare; e non si può essere alla guida di un popolo con cui non si condivide un “idem sentire”. 

Quindi il Papa che abbiamo ogni volta è sempre il migliore che possiamo avere sulla base della nostra reale fede, delle nostre sensibilità e del periodo storico. È il migliore non perché ce lo siamo scelti noi, ma perché lo ha scelto Cristo per noi. Se Pietro ci appare fragile è perché noi siamo fragili; se la sua fede appare claudicante è perché la nostra fede è tale; se Pietro non ci appare sempre fedele alla dottrina e perché nemmeno noi lo siamo. 

Pietro è il nostro specchio. Pietro siamo noi. Ma la soluzione (fortunatamente) non sta in noi, non sta in un altro Pietro, ma sta sempre e solo in Gesù.

È, come sempre, una questione di fede. Se la fede in Cristo è debole, sarà debole anche l’amore per Pietro che da Cristo riceve l’investitura. Sarà debole l’amore per la Chiesa Cattolica; sarà debole l’amore per la dottrina cristiana; sarà debole la nostra forza sotto il peso Croce, ecc.

Se Cristo non sale sulla barca, la tempesta non cesserà. 

giovedì 8 gennaio 2026

La formazione della coscienza nella notte oscura

Una coscienza può dirsi formata quando ospita dentro di sé la Santissima Trinità: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23).

Per arrivare alla completa inabitazione della Trinità per grazia o, come dice San Paolo, alla completa formazione di Cristo dentro di sé l’anima deve attraversare una dolorosa purificazione interiore. Deve attraversare la notte oscura di cui parla San Giovanni della Croce e che Santa Teresa Benedetta della Croce (al secolo, Edith Stein) riprende ed espone in Scientia Crucis.

In che cosa consiste questa notte oscura?

È necessario prima liberarla da quell’aura di oscuro misticismo di cui è ricoperta. Non è una condizione misteriosa che riguarda solo pochi santi, è una condizione interiore che ogni essere umano che vuole arrivare a Dio deve attraversare. È una condizione che per la maggior parte delle anime inizia qui e prosegue nel Purgatorio. Solo poche anime al termine della vita terrena sono così perfettamente purificate da poter godere subito dopo la morte dell’unione eterna con Dio. Non perché Dio non voglia ogni anima subito con sé, ma perché purtroppo siamo a noi a rallentare la purificazione di Dio fuggendo continuamente dalla Croce. Fuggire continuamente dalla Croce, lasciandosi stordire dagli innumerevoli rumori e distrazioni del mondo o indugiando compulsivamente in determinati piaceri, porta con sé anche il rischio di spegnere definitivamente ed eternamente la voce di Dio nella propria interiorità. C’è il Paradiso, c’è il Purgatorio, ma c’è anche l’Inferno, quindi è bene non sprecare troppo le occasioni di conversione, cioè di Croce, che il Signore ci offre. È bene non fare come con le diete, “inizierò da domani”, perché il domani non è sotto il nostro controllo, solo l’oggi lo è. Facciamo oggi il possibile, l’impossibile lo mettiamo nelle mani di Dio la cui misericordia è più grande dei nostri limiti.

La notte oscura non è nient’altro che la volontà di Dio vissuta come nemica, come Legge, come pungolo, come vincolo dolorosamente stringente in un’anima che ha iniziato il cammino di conversione ma che è ancora dominata dal peccato. Ad essere oscuro quindi è il peccato che domina ancora in quell’anima e che non le fa percepire la Luce come Amore - quale effettivamente è - ma come dolore. Chi è stato al buio per tanto tempo quando vede la luce non prova gioia ma dolore, fastidio. Questo è il dramma del peccato: ci fa percepire Dio, che è puro Amore, come nemico; come Adamo ed Eva sentiamo la necessità di nasconderci da chi ci ama e ci buttiamo a braccia aperte in ciò che ci danneggia e ci distrugge. 

In ogni caso, se l’anima accetta di credere più a Dio che al proprio dolore, se accetta di credere all’Amore più che alla propria sofferenza e si lascia condurre attraverso la notte oscura, giungerà alla gioia dell’intimità con Dio e con i suoi angeli e santi; sarà parte di una nuova famiglia, di una nuova creazione. Ma prima deve fare un atto di totale e completo abbandono in Dio, deve lasciarsi condurre per la valle oscura senza sapere dove Dio la voglia portare. 

Deve attraversare la Via Crucis. 

Non esiste un’altra via per arrivare a Dio. La via è una sola: quella che conduce ad essere crocifissi sul monte Calvario insieme con Cristo. Tutte le altre vie allontanano da Dio. 

Oggi, come sempre, si cerca di rendere presentabile al mondo il Vangelo rimuovendo lo scandalo della Croce, senza il quale cade tutta la dottrina cristiana. Per distruggere la dottrina cristiana basta fare un’unica e semplice operazione: far credere che il sacrificio di Cristo ci abbia liberato, non dal peccato, ma dalla necessità di sacrificarci anche noi insieme con Cristo. Si è sacrificato Cristo, non c’è bisogno che ci sacrifichiamo anche noi. Così muore il cristianesimo. Le battaglie per vedere affissi i crocifissi nei luoghi pubblici sono inutili se prima quella Croce non l’abbiamo affissa nel nostro cuore. Se si vuole difendere la dottrina bisogna prima difendere la Croce, perché la difesa della dottrina cristiana e la difesa del catechismo hanno senso solo se inserite nel quadro più ampio del valore salvifico del proprio dolore (unito a quello di Cristo), altrimenti la difesa formale della dottrina diventa solo una delle tante scappatoie dalla via Crucis. 

La dottrina cristiana fa male e male deve fare perché è strumento non dell’uomo ma di Dio per condurre l’anima nella notte oscura. Il che non significa che la dobbiamo scagliare come pietra addosso ai fratelli. Essa, ripeto, è strumento di Dio, non dell’uomo. Solo Dio è autorizzato a condurre l’anima lungo la via Crucis. Quando l’uomo si sostituisce a Dio fa danni. All’uomo è chiesto solo di avere compassione per il fratello, perché la condizione di dolore del fratello è la sua stessa condizione. 

E di molta compassione ha bisogno un’anima che sta lottando con Dio. Quella compassione che Giobbe chiede agli amici i quali, al contrario, si mettono a fare gli avvocati di Dio. 

Dio non ha bisogno di avvocati difensori umani, Dio ha bisogno di umili servitori. Provare compassione per il fratello che soffre è il servizio più prezioso che si possa fare a Dio perché permette a Dio di fare arrivare il suo amore nel cuore dell’anima sofferente. L’anima che è nella notte oscura ha bisogno di fare esperienza di un amore concreto, perché è solo questo amore che le dà la forza di attraversare il dolore e alimenta la fede in un Dio che è effettivamente amore e non dolore. Il dolore è solo la via che conduce all’Amore. 

Per questo motivo il sacramento della confessione è importantissimo, perché permette all’anima di fare esperienza diretta e concreta dell’amore e della misericordia di Dio, di cui ha estremamente bisogno per attraversare la notte oscura. 

Il sacramento della confessione è più importante degli impegni sociali, istituzionali, mondani che un sacerdote può avere; devono essere sacrificati questi impegni per la confessione e non il contrario. La Chiesa non è nel mondo per servire il mondo (da cui il cristiano sarà sempre odiato, quindi è inutile sprecare fatiche per ingraziarselo), ma per salvare le anime. 

La confessione non è il tribunale di Dio anticipato sulla terra. La confessione è la misericordia di Dio prima del tribunale, serve per arrivare a quel giudizio senza troppa paura. L’anima che ha iniziato un cammino di conversione ha una coscienza fragile, non ha una piena consapevolezza del proprio peccato, avrà con esso ancora tanti compromessi che il sacerdote non deve avere la fretta di sciogliere, deve rispettare i tempi di quella coscienza. Quell’anima, inoltre, che sta imparando a camminare cadrà mille volte, e mille volte ha bisogno di essere messa amorevolmente in piedi. Quindi, meglio sbagliare per eccesso di misericordia che per eccesso di intransigenza: nel sacramento della confessione un’intransigenza inopportuna fa molti più danni di una misericordia inopportuna, quindi nel dubbio meglio eccedere con la misericordia. Questo era il costante invito di Papa Francesco. 

Si dirà: ma Padre Pio non di rado cacciava le persone dal confessionale. Padre Pio aveva raggiunto una tale unione con Dio per la quale poteva leggere perfettamente nelle anime e sapeva quando era necessario un sano schiaffo. Ma questa unione così totale tra Dio e un’anima è raro che si realizzi qui sulla terra, la maggior parte di noi e la maggior parte dei sacerdoti non ha quell’unione che Padre Pio aveva con Dio, quindi, ancora una volta, meglio sbagliare per eccesso di misericordia che per eccesso di intransigenza. 

C’è un ultimo argomento da affrontare prima di concludere il post: la direzione spirituale. 

Difficilmente un’anima potrà uscire dalla notte oscura senza una direzione spirituale. Il peccato purtroppo inquina i processi di pensiero, i desideri, tutta l’interiorità e tutta la coscienza. Serve una guida esterna che aiuti l’anima a districarsi tra ciò che proviene dal peccato e ciò che proviene da Dio. Non può riuscirci da sola. 

Se l’anima desidera davvero uscire dal peccato, Dio le darà tutti gli aiuti necessari, compreso anche un direttore spirituale al momento opportuno. Se l’anima preferisce le tenebre alla luce e non ha una vera intenzione di uscire dall’oscurità, Dio rispetta tale libertà e si fa da parte. 

La direzione spirituale non è il controllo sulla coscienza di un essere umano da parte di un altro uomo. Non si può essere dei direttori spirituali se non si accetta di fare un cammino di conversione insieme all’anima che si sta guidando. Anche il sacerdote ha bisogno di conversione. Se il sacerdote è umile e accetta che la direzione spirituale è un cammino di conversione non solo per l’anima di cui ha la responsabilità ma anche per se stesso, Dio sarà costantemente presente tra quel sacerdote e quell’anima. La direzione spirituale diventerà così un cammino tra due anime sotto l’unica Guida che è Gesù Cristo. Se, al contrario, il sacerdote non è disposto a camminare e a convertirsi insieme ad un’altra anima non può diventare il direttore spirituale di quest’ultima. Perché sarà un cieco che guida un altro cieco, ed entrambi cadranno in una buca, come dice il Signore nel Vangelo. Al contrario, devono camminare entrambi insieme con Dio, che è l'unica Luce, l'unica Guida, l'unico Maestro. Solo così Dio potrà guidare quell’anima attraverso il sacerdote. E solo in questo modo l’anima potrà percepire la presenza reale di Dio nel direttore spirituale e abbandonarsi così alla sua guida. Altrimenti diventa una manipolazione di coscienze, per evitare la quale c’è un solo antidoto: il sacerdote deve farsi piccolo e lasciarsi anch’egli convertire da Dio. 

L’anima che ha avuto in dono un direttore spirituale deve tenerselo stretto, deve vedere nel direttore spirituale non più un semplice uomo ma un angelo mandato da Dio e, di conseguenza, deve avere nei suoi confronti la stessa accoglienza rispettosa e riverente che nella Sacra Scrittura tutti i credenti hanno nei confronti degli angeli. 

mercoledì 7 gennaio 2026

Maria è la Corredentrice?

Il Dicastero per la Dottrina per la Fede il 7 Ottobre 2025 ha pubblicato la Nota dottrinale Mater Populi Fidelis che passa al vaglio i titoli mariani, e tra questi, quello di Corredentrice viene giudicato inappropriato.

La Nota contiene contenuti interessanti il cui filo conduttore però non appare chiaro; sembrerebbe che la finalità sia quella di escludere categoricamente che Maria possa essere considerata la Corredentrice, viene affermato infatti con perentorietà: "è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice", perché rischierebbe, secondo la motivazione riportata, di oscurare l'unica azione salvifica e redentrice di Cristo.

Questa perentorietà lascia abbastanza perplessi. Certamente Maria Corredentrice non è un dogma di fede come Maria Immacolata, ma perché affermare senza mezzi termini che il titolo di Corredentrice è sempre inappropriato?

Senza dubbio Cristo è l'unico salvatore: "dì soltanto una parola ed io sarò salvato". Cristo è il Verbo incarnato, è la Parola di Dio. È l'unica Parola che salva. In un mondo pieno di rumore, di chiacchiere e di parole vuote, ribadire che Cristo è l'unica Parola che salva, come fa la Nota dottrinale, è da sottoscrivere pienamente. Allo stesso tempo, non si comprende perché per mettere in risalto l'azione salvifica di Cristo bisogna essere così perentori nei confronti di Maria, quasi che Maria possa togliere qualcosa a Cristo. 

La Nota riporta le opinioni di Papa Francesco e dell'allora Cardinale Ratzinger che furono contrari all'uso del titolo mariano di Corredentrice, ma con onestà riporta anche che San Giovanni Paolo II lo utilizzò in almeno sette occasioni. Tali opinioni discordanti sembrano disconfermare la perentorietà con cui si afferma che tale titolo sarebbe sempre inappropriato. Inoltre, a proposito di San Giovanni Paolo II viene detto che quest'ultimo collegò il titolo di Corredentrice al valore salvifico del nostro dolore offerto insieme a quello di Cristo, a cui si unisce Maria soprattutto sotto la Croce. Ed è proprio questo collegamento, tra Maria e la Croce, che la Nota riporta di straforo a contenere la luce che giustifica il titolo mariano di Corredentrice e su cui proverò a dire qualcosa in questo post.

Andiamo con ordine.

Da che cosa è possibile valutare la bontà di una devozione (per il momento mettiamo sullo stesso piano le devozioni mariane e quelle ai santi)?

Da quanto tale devozione fa aumentare l’intimità con Cristo e l’amore per la Chiesa Cattolica che Cristo ha fondato e regge ancora oggi. Se una devozione non aumenta il desiderio di stare con Cristo, di adorarlo nell’Eucaristia, di ascoltarlo nel Vangelo e tramite i suoi ministri (nel sacramento della confessione, nelle omelie, tramite il proprio padre spirituale, ecc.) è certamente una falsa devozione.

Ma basta questo per essere salvati? Purtroppo no. 

"Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile" (Luca 3,16-17).

Per essere salvati è necessario essere battezzati nel fuoco della Croce, è necessario accogliere il valore salvifico della propria sofferenza unita a quella di Cristo. Dio non battezza solo con la propria Parola: battezza con la Parola e con il fuoco della Croce. Quando accettiamo di essere crocifissi con Cristo riceviamo in dono lo Spirito Santo che ci fa (ri)nascere al Cielo. Ma prima bisogna accettare di morire insieme con Cristo. E la morte, anche se è vissuta con Cristo, è sempre morte, cioè è sempre dolorosa.

Arriviamo quindi al ruolo unico di Maria nella redenzione e al motivo per cui Maria non può essere messa sullo stesso piano di tutti gli altri santi.  

Non si può vivere il dolore salvifico di Dio senza l'amore di Maria, che ai piedi della Croce diventa la madre di tutti i credenti, la madre cioè di coloro che hanno creduto in Cristo fino al punto di accettare di morire con Lui credendo più alla Sua Speranza che alla loro morte. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi quella Speranza quando tutto sembra spegnersi, quando persino Dio sembra voltarci le spalle e abbandonarci, "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". 

E quel qualcuno è Maria!

È lei a ricordarci la Luce quando quella Luce è spenta, quando Dio stesso tace. Anche Gesù, in quanto uomo, sulla Croce ha avuto bisogno che l'amorevole e dolcissima presenza di Maria gli mantenesse viva la speranza, e da quella Croce, sapendo che anche noi non avremmo potuto fare a meno di lei, ce l'ha donata come mamma.

La parola più dolce che possiamo pronunciare quando siamo crocifissi è: Mamma Maria! O, semplicemente: Mamma! È Gesù stesso che ci ha abilitati a rivolgerci a lei in questo modo facendosi nostro fratello sulla Croce. 

Pertanto, se si lascia sullo sfondo considerandolo marginale il mistero della Croce, allora Maria è semplicemente una santa tra le sante. O, peggio ancora, solo un utero in affitto usato da Dio per mettere al mondo suo Figlio. Lo so, l’espressione è forte, non è mia intenzione essere blasfemo, ma se Maria non ha avuto un ruolo che la distingua nettamente e chiaramente da tutti gli altri santi, si riduce inevitabilmente ad essere un utero in affitto. Pratica che consideriamo un abominio tra gli uomini, e che, pertanto, non dobbiamo nemmeno pensare di attribuire a Dio.

Se invece, come ha fatto San Giovanni Paolo II, si mette in relazione Maria con il mistero della Croce, centrale per la salvezza cristiana, allora, sì, Maria è la Corredentrice, perché nessuno può fare a meno di lei per attraversare quel mistero.

Lo stesso Gesù, in quanto uomo, ne ha avuto bisogno. Come Dio poteva farne a meno, ma come uomo no. 

E chi è al pari di Dio da poter fare a meno di Maria?

In molte raffigurazioni, è il piede di Maria a schiacciare il serpente; ma in modo particolare ce n'è una che meglio raffigura l'azione di Maria come Corredentrice, ed è la "Madonna dei Palafrenieri" di Caravaggio, dove il piede di Maria e quello di Gesù Bambino schiacciano insieme il serpente.

Pertanto, a mio modesto avviso, è pienamente legittimo il titolo mariano di Corredentrice. 

Non è appropriato, sempre a mio modesto avviso, invece il titolo di Maria come madre di tutto il genere umano. Maria è la madre della seconda creazione, la madre dei credenti, la madre di quelli che si sono liberati dal peccato, o stanno lottando per liberarsene. Per questa seconda creazione è stata pensata, voluta e creata da Dio senza peccato originale. Al contrario, la madre di coloro i quali si beano dei loro peccati non è Maria ma Eva, perché il loro dio non è Cristo ma il loro ventre, come dice San Paolo. Per questi l'augurio è che possano accettare la Croce, convertirsi e, di conseguenza, conoscere l'amorevole dolcezza di Maria Corredentrice e Madre di tutti i credenti. 



martedì 6 gennaio 2026

Legge morale e legge civile

Da secoli i mali dell’Europa derivano dal fraintendimento tra legge morale e legge civile, dalla pretesa cioè che chi detiene il potere legislativo e giudiziario, solo per il fatto di avere tale potere, è in grado anche di fare leggi e norme giuste. Gli aggettivi “civico” e “giusto” non sono sinonimi. Sulla base di tale confusione vengono istituiti corsi di educazione civica e di educazione alla legalità nelle scuole, che rischiano di trasmettere ai ragazzi l’errato messaggio per cui una legge civile è giusta solo perché proviene dalle autorità che hanno il potere di emetterla e di farla rispettare. 

Una legge è giusta solo se è espressione di una legge morale universale.

Tommaso Moro fu condannato a morte per aver difeso tale distinzione di fronte ad Enrico VIII, che pretese di essere non solo re ma anche papa. Enrico VIII non riusciva a tenere a bada i propri impulsi sessuali - as usual, il male è banale - e pretese che Papa Clemente VII assecondasse i suoi pruriti sessuali concedendogli l’annullamento del suo primo matrimonio con Caterina d’Aragona. Vistosi opporre un sonoro rifiuto, decise di farsi papa da sé - as usual again -. Terminerà la sua vita terrena lasciandosi alle spalle sei matrimoni con sei mogli, due delle quali fatte decapitare per suo ordine.

È stato un degno precursore della modernità: divorzi, femminicidi ed omicidi, tutti causati da un narcisismo patologico.

Sia chiaro: l’obbedienza alle autorità costituite è un valore - Tommaso Moro fu un fedele servitore del re prima che questi in un deliro di onnipotenza si autoproclamasse papa -, pertanto, solo nel caso di evidente contrasto con una legge morale universale è legittimo il rifiuto di obbedire ad un’autorità costituita.

Ma se non so o non voglio sapere quali sono le leggi morali universali, sarò incline a disobbedire alle autorità costituite non sulla base di un più alto vincolo di coscienza ma sulla base di capricci personali o di ideologie politiche. 

Ed arriviamo alla situazione in cui ci troviamo oggi. 

Da Enrico VIII in poi si sono succeduti regimi e forme di governo diversi fino ad arrivare alle moderne democrazie nelle quali potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario sono separati. Ma la sostanza non è cambiata. È necessario anche una separazione tra potere civile e potere morale o, se vogliamo, tra potere temporale e potere spirituale. L’uomo non può farsi una morale a proprio uso e consumo, altrimenti, come Enrico VIII, finisce per assecondare i propri capricci, e rimanere preda del proprio narcisismo. Esistono delle leggi morali universali e solo se i nostri comportamenti sono ispirati a tali leggi possono dirsi giusti. Altrimenti rimarrà sempre in vigore la legge del più forte, indipendentemente da quali forme sociali, culturali e politiche essa assume. E a farne le spese saranno sempre le categorie e le comunità più fragili. 

Pertanto nelle scuole, più che educazione civica, bisognerebbe fare filosofia morale e, seriamente, l’ora di religione. Bisognerebbe insegnare ai ragazzi che esistono leggi morali universali e che tali leggi restano cogenti per ogni essere umano anche quando nel mondo sembra dominare l’ingiustizia.

 

lunedì 5 gennaio 2026

Il silenzio di Dio e la crisi della Chiesa

Condivido il contenuto di un postcast del vescovo americano Joseph Strickland sul tema del silenzio di Dio preso dal suo sito pillarsoffaith.net:


Miei fratelli e sorelle in Cristo,

Una sentinella non vive secondo l'orologio del mondo. Non si orienta secondo le tendenze, i titoli delle notizie o secondo i moti di indignazione. Rimane dove è stata messa e guarda l'orizzonte nella luce a lei affidata.

Questo è ciò che intendo fare stasera.

Molte anime fedeli sono scosse. Percepiscono disordine, confusione e tensione - nel mondo, nella Chiesa, persino nelle loro stesse famiglie. E tante volte sento la stessa domanda, pronunciata sommessamente e a volte con paura: “Perché Dio sembra silenzioso?”

Questa domanda è importante. Ma la risposta lo è di più.

Dio non tace perché ha abbandonato il suo popolo. Dio non tace perché la verità ha fallito. Dio non tace perché il male ha prevalso.

Dio tace perché ha già parlato, e ciò che ha detto ora richiede obbedienza, non un commentario.

La Sacra Scrittura ci dice con chiarezza: “Dio, che in tempi diversi e in modi diversi, ha parlato nei tempi passati ai padri tramite i profeti, ultimamente, in questi giorni, ci ha parlato per mezzo di suo Figlio ... ” (Ebrei 1:1-2).

Dio non ha emesso una nuova parola. Non ha rivisto quella vecchia. Non ha ammorbidito le richieste del Vangelo. Quando il cielo tace, è spesso perché la Parola è già stata data – e la responsabilità è passata a noi.

Fin dall'inizio, gli interventi decisivi di Dio non sono stati rumorosi. Ma sono stati perentori.

Quando Cristo entra nel mondo, non c'è una convocazione dai potenti, nessun discorso alle istituzioni dell'epoca, nessun avvertimento emesso a coloro che lo rifiuteranno. San Luca lo registra senza dramma: "Fece nascere il suo primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era spazio per loro nell'alloggio" (Luca 2:7).

Non c'era spazio – e Dio non forzò la porta. Quel silenzio porta già il giudizio. Non rabbia, non vendetta, ma delle conseguenze.

Dalla mangiatoia alla Croce, Cristo rivela che l'autorità di Dio non dipende dal rumore. Che sia accolta o meno, la Verità resta.

Il mondo in cui viviamo ora è rumoroso – inesorabilmente rumoroso. Ma quel rumore non è forza, è difesa. Nostro Signore stesso ne spiega la ragione: “E questo è il giudizio: perché la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre piuttosto che la luce; perché le loro opere erano malvagie” (Giovanni 3:19).

Quando la luce si espone, l'oscurità non discute onestamente. Distrae. Confonde. Moltiplica le voci in modo che nessuna singola voce possa essere obbedita. Questo schema è visibile ovunque. E non ha risparmiato la Chiesa.

C'è una tentazione nel nostro tempo di credere che il discorso perenne sia uguale alla fedeltà - che se parliamo sempre, rispondiamo sempre, siamo sempre coinvolti nel dialogo, allora la verità in qualche modo si affermerà. Ma la verità non emerge dal volume. San Giovanni ci dice qualcosa di essenziale: “E la luce brilla nelle tenebre, e le tenebre non la comprendono” (Giovanni 1:5).

La Scrittura non dice che l'oscurità ha sconfitto la luce. Non dice che l'oscurità ha confutato la luce. Dice che l'oscurità non la comprendeva.

Il rifiuto di capire è un atto morale. E quando quel rifiuto diventa abituale, segue il silenzio dal cielo – non perché Dio non abbia nulla da dire, ma perché ciò che ha detto è stato messo da parte.

San Paolo ci avverte di questo momento: “Poiché ci sarà un tempo in cui non sopporteranno una sana dottrina; ma secondo i propri desideri, si circonderanno di maestri ascoltando i propri capricci” (2 Timoteo 4:3).

Quando le persone non sopportano più una solida dottrina, chiedono voci che confermino ciò che già vogliono. E quando i pastori sono tentati di soddisfare quella richiesta, Dio non entra in competizione. Lui aspetta.

È qui che si trova la sentinella.

Dio dice al profeta: “Così, o figlio dell'uomo, ho fatto di te una sentinella per la casa d'Israele; perciò ascolterai la parola dalla mia bocca e la dirai loro da parte mia” (Ezechiele 33:7).

La sentinella non viene inviata per migliorare il messaggio. Non è mandata a renderlo appetibile. È mandata a consegnarlo fedelmente. E l'avvertimento che segue è grave:

“E se la sentinella vede arrivare la spada, e non suona la tromba, e la spada viene e porta via un'anima in mezzo a loro; questa viene portata via per la sua iniquità, ma io chiederò conto del suo sangue alla sentinella” (Ezechiele 33:6).

Il silenzio di Dio in un'epoca di confusione non è il permesso di riposare. È una chiamata alla responsabilità. Quando Dio tace, è perché è la sentinella a dover parlare – non con panico, non con amarezza, ma con chiarezza e coraggio.

Cristo stesso ci mostra questo comando. Interrogato da Erode, che cerca lo spettacolo piuttosto che la verità, la Scrittura ci dice: “E non gli rispose nemmeno una parola, così che il governatore rimase molto stupito” (Matteo 27:14).

Davanti ai Suoi accusatori: “Ma Gesù taceva...” (Matteo 26:63).

Silenzio davanti alla derisione. Silenzio davanti alla manipolazione. Silenzio davanti a coloro che hanno già deciso di non obbedire.

San Pietro spiega questo silenzio: “Quando è stato insultato, non ha insultato; quando ha sofferto, non ha minacciato; ma si è consegnato a colui che lo ha giudicato ingiustamente” (I Pietro 2:23).

Ma Cristo non è silenzioso ovunque. Parla dove sta la responsabilità. Parla ai suoi discepoli. Parla alla sua Chiesa. Parla a coloro che sono incaricati di sorvegliare il gregge.

La confusione dei fedeli di oggi non viene da una dottrina poco chiara. Viene da un testimone muto.

San Paolo ci dice chiaramente: “Poiché Dio non è il Dio della contestazione, ma della pace...” (I Corinzi 14:33).

La pace non è l'assenza di conflitti. La pace è il frutto della verità ricevuta e vissuta. E così dico questo senza rabbia e senza paura:

Il silenzio di Dio è il giudizio sulla disobbedienza e la misericordia per coloro che sono ancora disposti ad ascoltare.

La lampada non è stata spenta. Ma deve essere sorvegliata.

Una sentinella non abbandona il suo posto perché la notte è lunga. Non oscura la lampada perché gli altri preferiscono l'oscurità. Non confonde la carità con il silenzio. Sta in piedi. Guarda. Parla quando la spada si avvicina.

Questa è un'ora così.

Non confondete il silenzio di Dio per l'approvazione dell'errore. Non confondete la confusione con la compassione. Non confondete il rumore con l'autorità.

Rimanete fedeli.

Rimanete chiari.

Rimanete al vostro posto.

E tenete la lampada accesa.

E devo dirlo chiaramente, perché la chiarezza è un atto di carità.

Mantenere la lampada accesa non significa inventare una nuova luce. Non significa regolare la fiamma per renderla meno offensiva. Non significa mettere un'ombra sopra in modo che nessuno si senta toccato. La lampada affidata alla Chiesa non è nostra da poterla ridisegnare.

San Paolo è inequivocabile: “Poiché non predichiamo noi stessi, ma Gesù Cristo nostro Signore; e noi stessi siamo i vostri servi per mezzo di Gesù” (2 Corinzi 4:5).

Quando i vertici della chiesa iniziano a predicare se stessi - i loro processi, il loro linguaggio, le loro strategie - la lampada si affievolisce, anche se la stanza sembra occupata. I pastori non sono nominati per gestire le impressioni della gente. Sono nominati per custodire le anime.

San Paolo incarica Timoteo di parole che vincolano ancora oggi ogni apostolo: “Predica la parola: nel momento opportuno, e non opportuno; ammonisci, esorta, rimprovera con tutta la pazienza e la dottrina” (2 Timoteo 4:2).

Quel comando non viene fornito con una data di scadenza. E quando la predicazione diventa selettiva – quando il rimprovero scompare, quando la dottrina è trattata come negoziabile – Dio non si precipita a correggere lo squilibrio. Diventa silenzioso.

Non perché Lui approvi, ma perché l'incarico era già stato dato. E questo silenzio espone qualcos'altro che dobbiamo affrontare onestamente. La crisi del nostro tempo non è solo confusione tra i fedeli. È esitazione tra i pastori.

E questo va detto – la Chiesa non soffre oggi perché il Vangelo non è chiaro. Soffre perché la chiarezza è spesso ritardata, ammorbidita o differita.

C'è una paura fuori ora - la paura di parlare chiaramente; la paura di essere fraintesi, la paura di essere rifiutati, la paura di essere etichettati come non pastorali per aver detto ciò che la Chiesa ha sempre detto. E questa paura produce esitazione.

Ma l'esitazione dei pastori non rimane neutrale. Ha sempre delle conseguenze. Quando i pastori esitano, i fedeli si confondono. Si dividono. Sono tentati di riempire il silenzio con voci che non portano il peso dell'autorità apostolica.

È così che il disordine si diffonde, non sempre attraverso la ribellione, ma attraverso una prolungata incertezza. Questa non è una nuova tentazione. È vecchia quanto i profeti.

Dio non ha mai accusato la sentinella di crudeltà per aver suonato la tromba. L'ha accusata di fallimento per essere rimasta in silenzio. E così quando la chiarezza viene posticipata in nome della calma, il costo non è la pace. Il costo è la fiducia. I fedeli iniziano a chiedersi se la verità stessa sia negoziabile. Se la dottrina è ferma o semplicemente provvisoria. Se l'obbedienza è ancora richiesta o solo incoraggiata.

E in quell'incertezza, il mondo si precipita ad alta voce, con sicurezza e senza ritegno. Ecco perché il silenzio di Dio in quest'ora è così serio. Non è Dio che si allontana dalla Sua Chiesa. È Dio che si rifiuta di competere con l'esitazione. L'incarico è già stato dato. Il Vangelo è già stato predicato. Il deposito di Fede è già stato affidato.

Quando i pastori esitano a proteggerlo, il cielo non grida più forte. Il cielo aspetta – e quell'attesa diventa giudizio. Ma è anche misericordia. Perché il silenzio lascia ancora spazio al pentimento. Lascia ancora spazio al coraggio. Lascia ancora spazio ai pastori per stare di nuovo nell'autorità loro data, non per consenso popolare, ma per successione apostolica.

I fedeli non sono bambini che aspettano all'infinito le istruzioni mentre la casa brucia. Sono membri del Corpo di Cristo, chiamati all'obbedienza, alla fedeltà e al coraggio, anche quando i vertici sono discontinui. Obbedienza non significa passività. Non significa aspettare che ogni voce sia chiara. Significa aggrapparsi a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e viverlo senza scuse.

I laici non sono esonerati dalla fedeltà a causa della confusione che regna sopra di loro. Proprio per questo sono chiamati a una fedeltà più profonda.

Questo non è il momento di andare alla deriva.

Questo non è il momento di improvvisare.

Questo non è il momento di rimodellare la fede per adattarla al momento.

Questa è l'ora della stabilità.

E così torno, volutamente, all'immagine che definisce questo podcast e questa chiamata.

Una sentinella non abbandona il suo posto perché la notte è lunga. Non oscura la lampada perché gli altri preferiscono l'oscurità. Non confonde il silenzio con la sicurezza.

Rimane. Guarda. Parla quando il momento lo richiede.

E questo è un tale momento!

Rimanete fedeli - non creativamente fedeli, ma sinceramente.

Rimani chiari - non duri, ma inequivicabili.

Rimanete al vostro posto, anche se altri lasciano il loro.

E tenete la lampada accesa – non con la luce presa in prestito, ma con la verità a voi affidata.

Il silenzio di Dio non è il permesso di dormire. È l'ultimo momento prima della responsabilità.

La notte è reale!

Il pericolo è reale!

L'incarico è reale!

E la lampada è ancora accesa.

E quindi non lasciamoci spaventati o confusi. Lasciamoci rimanendo svegli. Non cercate il permesso del mondo. Non aspettate che il rumore si fermi. Ma in piedi dove siamo stati collocati, con la verità che ci è stata data.

Questo è il compito della sentinella. Questo è il peso – e la grazia – della fedeltà.

E se Dio tace in quest'ora, non è perché non ha nulla da dire. È perché ha già parlato – e ora aspetta che la Sua parola sia vissuta.

Possa Dio Onnipotente benedirvi, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Amen.

Vescovo Joseph E. Strickland

Vescovo emerito

domenica 4 gennaio 2026

Il libero arbitrio e la felicità

La vera libertà dell’uomo è quella morale, la libertà cioè quella di dare il proprio consenso ad un proposito interiore moralmente buono. Prima di dire qualcosa su ciò che è “moralmente buono”, va detto che questa libertà non è data ma va conquistata. Tante volte infatti facciamo esperienza di volere il bene ma di non riuscire a compierlo, la nostra libertà ci appare come paralizzata. Vogliamo ma non riusciamo. È come se i nostri desideri non fossero accordati ciò che sappiamo e abbiamo visto essere buono, ma vanno nella direzione contraria. 

Ciò avviene perché la nostra natura non è armonizzata, è scissa e frammentata. Questa scissione interiore non deve essere considerata uno stato a cui adattarsi con qualche tecnica psicologica. Non è qualcosa di meramente psicologico, ma riguarda tutta la natura umana nelle sue componenti fisiche, psicologiche e, soprattutto, spirituali. La nostra natura è corrotta. Abbiamo bisogno di essere salvati in primis da noi stessi. Purtroppo un certo evoluzionismo a buon mercato ci ha fatto credere che la nostra natura va sempre più perfezionandosi e come oggi ci appare è l’optimum che l’evoluzione ha permesso. Non dobbiamo aspirare ad altro, dobbiamo solo farla funzionare meglio. 

Purtroppo non è così.

Innanzitutto per natura non deve essere intesa solo quella fisica, ma anche quella psicologica e spirituale. La variabilità genetica insita nel nostro DNA fa pensare ad un’evoluzione biologica, cioè alla capacità del nostro corpo fisico (inteso come specie, non come singolo individuo) di adattarsi all’ambiente e di trasmettere quei caratteri genetici che permettono la sopravvivenza alla discendenza, tramite la riproduzione. Forse qualcosa di simile c’è anche sul piano psicologico, anche se ad oggi non abbiamo trovato nessun “DNA psicologico”. Sicuramente sul piano spirituale non c’è nulla di paragonabile all’evoluzione biologica. I progressi spirituali di chi ci ha preceduto non vengono trasmessi ai posteri con la riproduzione. Ogni uomo deve fare la fatica di iniziare da zero la propria ascesa spirituale; può contare sull’esempio di chi l’ha preceduto, ma le virtù degli avi non vengono trasmesse ai posteri con la riproduzione, devono essere ogni volta riconquistate. Ciò rende qualsiasi evoluzionismo sociale di stampo marxista totalmente insussistente. Le società non tendono in maniera progressiva e lineare verso il buono e verso il meglio, perché ogni uomo deve fare la fatica di conquistare daccapo ciò che è moralmente e spiritualmente buono. Certo, le strutture sociali possono favorire o contrastare tali conquiste, quindi è bene dar vita ad istituzioni sociali e politiche improntate a valori come, equità, giustizia, pace, verità. Ma queste istituzioni non sono di per sé garanzia che l’uomo ispiri sempre le proprie azioni a tali valori, perché dal punto di vista spirituale la storia di ogni uomo è una storia a sé. E, d’altra parte, nessuno può obbligare un altro uomo a volere il bene. Pertanto il libero arbitrio fa da impedimento a qualsiasi progresso civile dato aprioristicamente come una legge sociale dell’uomo.

Cosa è moralmente buono?

Purtroppo la parola morale non gode di buona fama nella nostra epoca, ma essa è strettamente collegata alla felicità. L’uomo la cui coscienza è gravemente corrotta da un male morale non può essere felice. Al contrario l’uomo la cui coscienza è limpida come acqua di fonte è libero e sereno anche di fronte alla morte. 

È moralmente buono ciò che si fa non per sé ma per amore di qualcun altro. Anche il prendersi cura di sé se non viene fatto in virtù di un amore verso l’altro è solo vacuo narcisismo. Mi prendo cura di me perché so che dal mio benessere dipende il benessere di qualcun altro o semplicemente perché ciò rende felice qualcun altro. Ciò che invece faccio solo ed esclusivamente per me senza nessun tipo di legame con l’altro è vuoto solipsismo, genera infelicità e, alla fine, compromette anche il mio benessere; posso infatti davvero prendermi cura di me solo se so che ciò rende felice chi amo. L’amore si alimenta solo donandolo, se si cerca di tenerlo per sé muore.

Quando provo gioia e felicità non negli atti di onanismo (non c’è solo la masturbazione fisica, ci sono infinite attività con cui dare piacere solo a se stessi) ma nel rendere felice chi amo, allora ho conquistato la vera libertà e la vera felicità.

Ma si tratta, appunto, di una conquista e, come tutte le conquiste, richiede sacrificio, costanza e fatica. Ma il frutto è la vera felicità e non un piacere effimero.

giovedì 1 gennaio 2026

Il perdono

Perdonare significa rinunciare a farsi giustizia da soli, rinunciare a coltivare rancore nei confronti di chi ci ha fatto del male, rinunciare ad augurare il male; rinunciare, in sostanza, a risolvere il problema del male con le sue stesse armi. 

Il perdono è un atto spirituale, non è un atto psichico. È impossibile perdonare sul piano psicologico, perché affettivamente reagiamo con rabbia di fronte alle ingiustizie. Ed è una rabbia legittima, se non la provassimo saremmo malati di masochismo; e perdonare non è essere masochisti. La rabbia porta con sé sia un sano desiderio di difenderci e di allontanarci da chi ci ha ferito, ma anche un sinistro auspicio che gli altri - soprattutto quelli che ci hanno fatto del male - possano subire prima o poi la nostra stessa sorte. 

Questo secondo desiderio se non è cauterizzato da una sana esperienza spirituale tiene le persone vicendevolmente vincolate, non da legami di amore, ma di odio. L’odio vincola le persone più dell’amore, perché l’amore quando è vero espande gli spazi di libertà; l’odio invece soggioga, opprime e restringe i margini di libertà. 

Per sana esperienza spirituale intendo l’incontro personale con Cristo nell’esperienza della Croce. Incontro che prima o poi ogni essere umano fa, indipendentemente da quale sia la religione a cui aderisce formalmente. Non che la pratica religiosa non abbia importanza, ce l’ha eccome, non si può incontrare Dio con il fai-da-te spirituale, oggi tanto in voga; è necessaria una cornice di pratiche e di comportamenti condivisa e codificata. Tuttavia, succede non di rado che gli esseri umani si innamorino della cornice e ignorino il dipinto. Tradotto: la pratica religiosa non ha valore in sé ma solo in relazione al fine per cui esiste, ovvero condurre gli uomini ad un rapporto personale con Dio. Se la pratica religiosa non ha portato ad un rapporto personale con Dio allora siamo caduti nella trappola di quelle che San Paolo chiama le opere della legge, cioè pensare che la salvezza sia fare delle pratiche religiose. La salvezza è incontrare Cristo personalmente, incontro che dopo la morte diventerà matrimonio il quale, tuttavia, come tutti i matrimoni, deve essere preceduto da un fidanzamento. E la pratica religiosa deve permettere questo fidanzamento, altrimenti perde di valore. Possiamo pregare, andare a messa tutte le domeniche e, nonostante ciò, aver perso Cristo. Nessuno è immune da questo pericolo. Persino Maria e Giuseppe, come sappiamo dal Vangelo di Luca, perdono Gesù dodicenne a Gerusalemme, e si mettono subito a cercarlo. 

Ha valore soltanto la persona di Cristo. 

Tutti gli sforzi che facciamo - religiosi e non - hanno valore solo se finalizzati a rimanere ogni giorno alla sequela di Cristo. Il quale è una Persona e, come tale, ogni giorno fa qualcosa di nuovo e di diverso. Non è completamente prevedibile. Non lo è era nemmeno per i suoi genitori, figuriamoci se lo può essere per noi. Se Cristo è diventato una pratica prevedibile è certo che lo abbiamo perso. E, come Maria e Giuseppe, dobbiamo con urgenza metterci a cercarlo. 

Solo se incontro ogni giorno Cristo nelle piccole o grandi esperienze di Croce allora potrò perdonare, perché saprò che ogni essere umano prima o poi inciampa nella Croce, che è un momento di dolore e di giustizia ma, se accolto, anche di verità e di amore. Allora non c’è bisogno di augurare il male a nessuno. Possiamo invece augurare a chi ci ha fatto del male di poter comprendere - quando arriverà il momento della Croce - il male fatto, fare verità, accogliere la giustizia di Dio e sperimentare allo stesso tempo la sua misericordia.