lunedì 4 maggio 2026

Idee dominanti, disagio e felicità

Quando si dice che una persona soffre di un disagio psicologico si sta dicendo fondamentalmente che l’interiorità di tale persona necessita di essere guarita. Tuttavia, è un errore pensare che solo l’interiorità di chi soffre di disturbi mentali codificati necessita di guarigione: tutti abbiamo un’interiorità ferita con cui, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Semplicemente quando viviamo un disagio psichico tale necessità si rende manifesta.

Nel post precedente si è parlato della domanda fondamentale a cui ogni essere umano deve rispondere, anche solo implicitamente (a dir il vero, senza un lavoro interiore la risposta rimane implicita): che cosa devo fare per essere felice? 

Nel noto dialogo riportato dai Vangeli Sinottici un giovane ricco pone a Gesù la domanda che ogni essere umano si porta nel cuore: “Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?” Cioè: Che cosa devo fare per essere sempre felice e non sperimentare la morte, la tristezza, il dolore? - domanda più che legittima. La risposta di Gesù è deludente per il giovane ricco, ma anche per noi se siamo sinceri: Gesù invita il giovane ad alzare gli occhi al cielo, a vedere che buono è solo Dio, a rispettare i comandamenti, e fin qui il giovane non oppone nessuna resistenza, i comandamenti già li rispetta e sa che Dio è buono; l’umore del giovane cambia repentinamente quando Gesù lo invita ad abbandonare ogni ricchezza per seguirlo, è a questo punto che il giovane si fa triste e respinge Gesù, perché aveva molte ricchezze specifica il Vangelo. Vogliamo essere felici, ma non vogliamo correre il rischio di diventare veramente felici, sembra dirci il Vangelo. Vogliamo essere felici, ma poi non vogliamo abbandonare le nicchie di comfort - le nostre ricchezze - in cui ci siamo rifugiati. 

In ogni caso, che lo prendiamo seriamente o meno, il bisogno di felicità accumuna tutti gli esseri umani e, presumibilmente, tutte le creature che popolano il pianeta Terra. Tutti vogliamo essere felici, nessuno escluso, non tutti però concordiamo sul modo in cui è possibile ottenere la felicità nella vita. 

La risposta che diamo al bisogno di felicità produce, come si è già detto, le idee dominanti, cioè quegli assunti di base che regolano i nostri comportamenti, orientandoli appunto verso la ricerca della felicità. Nella persona che vive un disagio psichico o interiore, c’è un “mismatch”, come direbbero gli inglesi, cioè un disallineamento tra le sue idee dominanti e la realtà esterna: i propri assunti di base non riescono a produrre comportamenti che, compatibilmente con la realtà esterna, rendano felice la persona. In alcuni casi tale disallineamento è determinato da una sintomatologia psichiatrica invalidante, che deve essere trattata prioritariamente. Fino a quando infatti è presente una sintomatologia invalidante è impedito un lavoro a più ampio respiro sulla propria interiorità. Tuttavia nessuno ha degli assunti di base, o delle idee dominanti, che sono in grado garantirgli per tutta la vita ed in ogni circostanza la felicità. Facciamo degli esempi concreti.

Prendiamo una persona che pensa che la felicità derivi dal prendersi cura della propria famiglia. Se riesce quindi ad essere accudente con i propri cari, sarà presumibilmente felice. Se però una circostanza esterna, come ad esempio una separazione forzata o la semplice necessità che altri membri della famiglia sviluppino autonomia, impedisce a tale persona di prendersi cura della propria famiglia, ecco che si crea un disallineamento tra gli assunti di base e la realtà esterna, pertanto tale persona andrà incontro ad un disagio psichico.

Prendiamo l’esempio di un’altra persona che invece ritiene che la felicità derivi dal successo lavorativo. Questa persona sarà felice solo nella misura in cui riuscirà ad affermarsi nel lavoro. L’assunto di base di quest’ultima persona è più precario dell’assunto di base della persona precedente che trovava la felicità nel prendersi cura dei propri cari, perché il prendersi cura dell’altro è più affine alla natura relazionale dell’uomo rispetto al mero successo lavorativo. 

Ancora più precario è l’assunto di base di chi ritiene che la felicità derivi dall’essere esteticamente attraente, tale felicità è molto fragile perché non possiamo piacere a tutti e perché il nostro corpo prima o poi va incontro a senescenza.

Ecco quindi come le nostre idee dominanti o i nostri assunti di base hanno il potere di renderci felici o infelici a seconda di quanto allineamento c’è tra le nostre idee e la realtà esterna in cui realizzarle.

Qui è necessario abbandonare per un momento qualsiasi giudizio morale su se stessi o su gli altri, perché fino a quando la realtà esterna permette di essere felici secondo la propria idea di felicità nessuno vive un disagio psichico e nessuno è nemmeno motivato a fare un lavoro sulla propria interiorità. A dire il vero, la prima reazione di fronte ad un disagio psichico è quella di cambiare la realtà esterna cercando di renderla compatibile con il proprio mondo interiore. Cercare di cambiare il mondo per renderlo un posto migliore è nobile, cambiarlo per allinearlo alla propria idea di felicità è meno nobile. Nel primo caso farò ciò che è importante fare anche quando non mi rende felice, nel secondo caso cercherò di cambiare gli altri per rendere felice me stesso.

Quindi di fronte ad un disagio psichico è necessario trattare prioritariamente la sintomatologia psichiatrica se è presente, e poi guardare con onestà le proprie idee dominanti. Per abbandonarle. Abbandonando anche quelle situazioni di comodo in cui ci siamo rifugiati per assecondare le nostre sbagliate idee di felicità. 

La felicità nel breve arco della vita terrena è sempre un cammino e mai uno stato. E i cammini non si fanno mai da soli, ma sempre in due, pertanto se ci siamo legati alle persone sbagliate, che non vogliono o non possono camminare con noi, purtroppo non potremo essere felici.

Vendi quello che possiedi…e vieni! Seguimi! (Mt 19,22).


domenica 3 maggio 2026

Idee dominanti e stereotipi sociali

 Gli uomini hanno dei bisogni da soddisfare, alcuni di questi sono fisici, altri psicologici ed altri ancora spirituali. Sul piano spirituale, ad esempio, l’uomo ha bisogno di trovare un senso alla propria vita e, soprattutto, alla propria morte; sul piano psicologico ha bisogno di sentirsi riconosciuto, stimato, di sentirsi parte di una rete di relazioni o, come si dice oggi, di sentirsi connesso, tutte cose che contribuiscono alla formazione della propria identità. Sul piano fisico ha bisogno di nutrirsi, di ripararsi, di riprodursi, ecc. Poi c’è un bisogno, forse il più importante, che è trasversale ai tre domini (fisico, psicologico e spirituale) ed è il bisogno di sentirsi amati in modo incondizionato, così come si è, semplicemente perché si è venuti al mondo, amati quindi per il semplice fatto di essere. Questo bisogno appartiene anche agli animali e forse a tutto il creato. Ogni cosa nel creato per il fatto di essere al mondo necessita di essere amata, vista, curata. L’essere di ogni ente merita sempre di essere amato perché ogni cosa se c’è è perché promana dall’unico Essere, per un atto gratuito di amore. Quindi amare una creatura significa ricondurla a Dio e, viceversa, quando noi siamo amati veniamo ricondotti a Dio.

Il lettore potrebbe chiedersi il perché di questa introduzione sui bisogni e sull’amore se il post è intitolato “Le idee dominanti”. Il motivo è che l’uomo non ha solo una natura fisica e psicologica, ma ne ha anche una spirituale, pertanto qualsiasi comportamento rilevante, che serve a soddisfare dei bisogni o a mantenere un senso di identità, non può non aver avuto origine da un pensiero dominante. A differenza degli altri animali noi non abbiamo degli istinti che guidano i nostri comportamenti in modo rigido. Noi abbiamo una maggiore variabilità, non ci limitiamo solo rispondere a degli stimoli che provengono dalla realtà (interna o esterna), ma tale realtà la dobbiamo pensare, immaginare e, in un certo senso, costruire. Non che tutta la realtà coincida con il nostro pensiero, questo sarebbe idealismo assoluto. La realtà esiste anche quando siamo incapaci di pensarla. Tuttavia, a differenza degli animali, per noi la realtà rimane aliena quando siamo incapaci di pensarla, cioè di ancorarla a qualcosa di fisso. Fisso perché ciò che è mutevole non genera niente. Due sposi mettono su una famiglia solo se si sono promessi un impegno per tutta la vita; un professionista diventa tale solo se si è interamente “promesso” ad una e una sola professione; un figlio prima di nascere è desiderato, voluto e costantemente pensato dai genitori; e così via. L’uomo non può fare a meno di avere dei pensieri dominanti, senza i quali per noi la vita è praticamente invivibile, è traumatica.

Che caratteristiche hanno questi pensieri dominanti? Innanzitutto sono tali, cioè dominanti, perché assolvono a dei bisogni. Il primo e più importante bisogno è quello di felicità, ogni essere umano deve rispondere alla seguente domanda: che senso ha la mia vita e che cosa devo fare per essere felice? La risposta a questa domanda genera i pensieri dominanti.

Tuttavia, nessun essere umano è autosufficiente, nessuno può darsi da solo la felicità, siamo tutti inseriti in una o più collettività. Ne consegue una seconda domanda: cosa deve fare la collettività a cui appartengo per rendermi felice?

Questo seconda domanda genera gli stereotipi sociali, ovvero i pensieri dominanti condivisi dagli appartenenti ad una collettività. La parola stereotipo è connotata negativamente perché nella storia recente occidentale sono state commesse aberrazioni sulla scia degli stereotipi sociali. Tuttavia, solitamente usiamo l’etichetta stereotipo per stigmatizzare i contenuti di pensiero dei gruppi percepiti come avversari e di cui non ci sentiamo parte, ma la verità è che ogni gruppo sociale ha i propri stereotipi. Ha cioè dei pensieri nucleari che resistono ai dati di realtà o ai processi logico-razionali. Non bisogna pensare agli stereotipi sociali come a qualcosa di astratto ma, al contrario come a qualcosa di fondante una società e le sue istituzioni. Ad esempio la costruzione istituzionale europea da Maastricht in poi si basa su una visione di mondo e di Europa globalizzati, cioè sulla convinzione che lo sviluppo economico, sociale e antropologico delle società passi attraverso la libertà di movimento transnazionale degli uomini, dei capitali e delle merci. Tale convinzione è talmente radicata nei popoli europei che i cosiddetti partiti euroscettici, che pure hanno avuto molto consenso negli ultimi anni, non sono riusciti minimamente a scalfirla. Il paradosso è che proprio tale mobilità in passato è stata fonte di squilibri economici e sociali che hanno contribuito allo scoppio delle due guerre mondiali. Non c’è nulla che gli europei temono più di una guerra, eppure, per una freudiana coazione a ripetere, rimettono in atto quei modelli che esacerbano i conflitti tra i popoli. 

Quindi le idee dominanti si strutturano a partire dalla necessità di soddisfare dei bisogni e reggono fino a quando permettono tale soddisfacimento. Quando irrompe nella realtà un elemento non previsto, che non permette più alle idee dominanti di soddisfare quei bisogni per i quali si sono strutturate ecco che esse crollano. Ed il crollo delle idee dominanti è quasi sempre traumatico.