Preghiera, digiuno e carità sono le tre stelle polari che caratterizzano il tempo forte della quaresima.
Perché l’uomo ha bisogno di digiunare, di pregare e di impegnarsi nella carità?
Per guarire interiormente.
Non per ingraziarsi Dio - questa sarebbe una visione pagana della quaresima - ma per guarire dalle proprie malattie interiori. Pertanto guarigione e conversione sono pressoché sinonimi. Se Dio ci dà da vivere un’altra quaresima è perché abbiamo ancora bisogno o abbiamo ancora margini di guarigione (conversione). Quando non avremo più bisogno o non avremo più margini di guarigione Dio porrà fine alla nostra vita terrena.
Quindi il punto di partenza per vivere bene la quaresima è: quali sono le malattie interiori da cui ho bisogno di guarire?
Le malattie spirituali hanno sempre una natura relazionale; sono malattie che compromettono il rapporto con Dio e con il prossimo. Senza un sano rapporto con Dio, la relazione con l’altro oscilla tra l’isolamento e la volontà di controllo (di possesso): entrambe sono l’espressione di un ripiegamento su se stessi.
Non è possibile evidentemente guarire da se stessi ripiegandosi su stessi.
Non è possibile quindi una guarigione dalle proprie ferite interiori senza una vera carità fraterna. Non è possibile una vera carità fraterna senza essere alla sequela di Cristo. Non è possibile essere alla sequela di Cristo senza prima aver conosciuto le proprie miserie. Le prostitute e i pubblicani vi passano avanti nel regno di Dio, dice Gesù nel Vangelo. Non è evidentemente un elogio della prostituzione o della corruzione dei pubblicani. È piuttosto un elogio dell’umiltà, che deriva dall’aver incontrato Cristo nella propria miseria morale, nei propri adultèri, nelle proprie prostituzioni, nella propria lebbra. Senza questo incontro, la carità non è cristiana ma mondana. Il mondo è pieno di professioni e di professionisti. Esistono anche i professionisti della carità. Questa carità non si regge su Cristo ma sulle iniziative umane; è solitamente ben accolta dal mondo e si nutre delle ideologie del proprio tempo.
La carità del mondo la si riconosce facilmente perché ha due caratteristiche distintive: 1) è rivolta esclusivamente ai bisogni terreni; 2) produce in chi la pratica un senso di superiorità morale. Dove il mondo vede solamente una pancia da riempire, il cristiano vede che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio; dove il mondo vede un mezzo per affermare se stessi (vedasi ONG, ma non solo), il cristiano vede la necessità di farsi da parte.
La carità che viene da Cristo produce libertà in chi la pratica e in chi la riceve; la carità che viene dal mondo produce schiavitù. La carità che viene da Cristo unisce; la carità che viene dal mondo divide. La carità che viene da Cristo genera amore e figli di Dio; la carità che viene dal mondo genera odio e figli del mondo.
Come si esercita la carità cristiana o, che è la stessa cosa, come si guarisce dalle ferite interiori?
Una sola è la Via: Cristo. Bisogna far entrare Cristo nelle proprie miserie. Ciò presuppone l’umiltà e l’onestà, nient’affatto scontate, di riconoscersi miseri. Miseri nel vero senso della parola: prostitute, ladri, lebbrosi, storpi.
Solo davanti all’abisso della propria miseria si rende evidente la grande misericordia di Dio e la si può condividere, una volta ricevuta, con altri miseri. Solo tra miserabili è possibile la carità cristiana.
Madre Teresa di Calcutta era andata in India tra i “non voluti, non amati, non curati” non per questioni di marketing, di brand o di affermazione personale, ma perché solo tra chi si riconosce misero è possibile la carità fraterna. La stessa Madre Teresa di Calcutta si sentiva tale e infatti decise di indossare lo stesso abito dei poveri indiani - il sari bianco a strisce blu - non per una prossimità con i poveri studiata a tavolino, ma perché si sentiva veramente povera, fino al punto da sentirsi persino rifiutata da Dio. Ed è proprio tale povertà, tale vergogna (nel caso di Madre Teresa, essere inviata da Dio a compiere una missione per poi sentirsi rifiutata da Dio stesso), se accolta nella fede e nella carità fraterna, a fare degli ultimi i benedetti dal Padre, perché sono l’immagine più vivida del Cristo Crocifisso.
Le prostitute e i pubblicani a cui fa riferimento Gesù nel Vangelo rappresentano i peccatori pubblici, quelle categorie di persone i cui peccati sono evidenti a sé e agli altri. Queste persone solitamente accolgono Cristo con più facilità, perché non hanno maschere di ipocrisia da indossare. Non hanno una reputazione da difendere agli occhi del mondo. E quando Cristo li chiama a diventare figli di Dio non oppongono molte resistenze.
Per questo motivo chi è stato un grande peccatore diventa con più facilità un fervente cristiano. Il problema sta nel rimanere a metà strada, nella mediocrità, essere peccatori mediocri e cristiani mediocri. E Cristo non sopporta i mediocri: sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3,17).
Non è ovviamente un invito a peccare gravemente. È al contrario un invito a guardarsi dentro con sincerità e ad accogliere Cristo nelle proprie nudità. Adamo ed Eva subito dopo aver commesso il peccato originale si accorgono di essere nudi e sentono il bisogno di nascondersi da Dio, il quale con sorpresa e sconcerto chiede loro: Chi vi ha fatto sapere che siete nudi? Cioè: eravate nudi anche prima, perché adesso vi vergognate della vostra nudità?
L’uomo di oggi ricorre poco al sacramento della confessione non perché sia meno peccatore di quello di ieri, ma perché si vergogna, come ogni uomo, delle proprie nudità e preferisce nasconderle dietro la foglia di fico di un buon adattamento nel mondo. Di conseguenza la sua reputazione è al sicuro, ma la sua anima lo è molto meno. È un uomo ben adattato ma infelice.
Solo mettendo le proprie nudità nelle mani di Dio e, allo stesso tempo, condividendole vicendevolmente con i fratelli è possibile una vera guarigione interiore. Nel Confiteor, l’atto penitenziale che si fa all’inizio della messa, diciamo “confesso a Dio Onnipotente e a voi fratelli e sorelle che ho molto peccato”; non confessiamo solo davanti a Dio i nostri peccati ma davanti a tutta la comunità. Le proprie nudità quindi vanno mostrate non solo a Dio ma anche ai fratelli. Solo così è possibile guarire interiormente. Invece ci viene più facile nascondere le nostre nudità e mostrare quelle degli altri attraverso il gossip ed il chiacchiericcio sterile, in questo modo feriamo la carità fraterna e ci allontaniamo da Dio.
Il Paradiso è pieno di miserabili, è pieno di scartati dal mondo ma accolti dal Padre.