venerdì 20 febbraio 2026

La vera carità (Les Miserables)

Preghiera, digiuno e carità sono le tre stelle polari che caratterizzano il tempo forte della quaresima. 

Perché l’uomo ha bisogno di digiunare, di pregare e di impegnarsi nella carità?

Per guarire interiormente. 

Non per ingraziarsi Dio - questa sarebbe una visione pagana della quaresima - ma per guarire dalle proprie malattie interiori. Pertanto guarigione e conversione sono pressoché sinonimi. Se Dio ci dà da vivere un’altra quaresima è perché abbiamo ancora bisogno o abbiamo ancora margini di guarigione (conversione). Quando non avremo più bisogno o non avremo più margini di guarigione Dio porrà fine alla nostra vita terrena.

Quindi il punto di partenza per vivere bene la quaresima è: quali sono le malattie interiori da cui ho bisogno di guarire?

Le malattie spirituali hanno sempre una natura relazionale; sono malattie che compromettono il rapporto con Dio e con il prossimo. Senza un sano rapporto con Dio, la relazione con l’altro oscilla tra l’isolamento e la volontà di controllo (di possesso): entrambe sono l’espressione di un ripiegamento su se stessi. 

Non è possibile evidentemente guarire da se stessi ripiegandosi su stessi. 

Non è possibile quindi una guarigione dalle proprie ferite interiori senza una vera carità fraterna. Non è possibile una vera carità fraterna senza essere alla sequela di Cristo. Non è possibile essere alla sequela di Cristo senza prima aver conosciuto le proprie miserie. Le prostitute e i pubblicani vi passano avanti nel regno di Dio, dice Gesù nel Vangelo. Non è evidentemente un elogio della prostituzione o della corruzione dei pubblicani. È piuttosto un elogio dell’umiltà, che deriva dall’aver incontrato Cristo nella propria miseria morale, nei propri adultèri, nelle proprie prostituzioni, nella propria lebbra. Senza questo incontro, la carità non è cristiana ma mondana. Il mondo è pieno di professioni e di professionisti. Esistono anche i professionisti della carità. Questa carità non si regge su Cristo ma sulle iniziative umane; è solitamente ben accolta dal mondo e si nutre delle ideologie del proprio tempo. 

La carità del mondo la si riconosce facilmente perché ha due caratteristiche distintive: 1) è rivolta esclusivamente ai bisogni terreni; 2) produce in chi la pratica un senso di superiorità morale. Dove il mondo vede solamente una pancia da riempire, il cristiano vede che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio; dove il mondo vede un mezzo per affermare se stessi (vedasi ONG, ma non solo), il cristiano vede la necessità di farsi da parte. 

La carità che viene da Cristo produce libertà in chi la pratica e in chi la riceve; la carità che viene dal mondo produce schiavitù. La carità che viene da Cristo unisce; la carità che viene dal mondo divide. La carità che viene da Cristo genera amore e figli di Dio; la carità che viene dal mondo genera odio e figli del mondo. 

Come si esercita la carità cristiana o, che è la stessa cosa, come si guarisce dalle ferite interiori? 

Una sola è la Via: Cristo. Bisogna far entrare Cristo nelle proprie miserie. Ciò presuppone l’umiltà e l’onestà, nient’affatto scontate, di riconoscersi miseri. Miseri nel vero senso della parola: prostitute, ladri, lebbrosi, storpi. 

Solo davanti all’abisso della propria miseria si rende evidente la grande misericordia di Dio e la si può condividere, una volta ricevuta, con altri miseri. Solo tra miserabili è possibile la carità cristiana. 

Madre Teresa di Calcutta era andata in India tra i “non voluti, non amati, non curati” non per questioni di marketing, di brand o di affermazione personale, ma perché solo tra chi si riconosce misero è possibile la carità fraterna. La stessa Madre Teresa di Calcutta si sentiva tale e infatti decise di indossare lo stesso abito dei poveri indiani - il sari bianco a strisce blu - non per una prossimità con i poveri studiata a tavolino, ma perché si sentiva veramente povera, fino al punto da sentirsi persino rifiutata da Dio. Ed è proprio tale povertà, tale vergogna (nel caso di Madre Teresa, essere inviata da Dio a compiere una missione per poi sentirsi rifiutata da Dio stesso), se accolta nella fede e nella carità fraterna, a fare degli ultimi i benedetti dal Padre, perché sono l’immagine più vivida del Cristo Crocifisso.

Le prostitute e i pubblicani a cui fa riferimento Gesù nel Vangelo rappresentano i peccatori pubblici, quelle categorie di persone i cui peccati sono evidenti a sé e agli altri. Queste persone solitamente accolgono Cristo con più facilità, perché non hanno maschere di ipocrisia da indossare. Non hanno una reputazione da difendere agli occhi del mondo. E quando Cristo li chiama a diventare figli di Dio non oppongono molte resistenze. 

Per questo motivo chi è stato un grande peccatore diventa con più facilità un fervente cristiano. Il problema sta nel rimanere a metà strada, nella mediocrità, essere peccatori mediocri e cristiani mediocri. E Cristo non sopporta i mediocri: sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3,17).

Non è ovviamente un invito a peccare gravemente. È al contrario un invito a guardarsi dentro con sincerità e ad accogliere Cristo nelle proprie nudità. Adamo ed Eva subito dopo aver commesso il peccato originale si accorgono di essere nudi e sentono il bisogno di nascondersi da Dio, il quale con sorpresa e sconcerto chiede loro: Chi vi ha fatto sapere che siete nudi? Cioè: eravate nudi anche prima, perché adesso vi vergognate della vostra nudità?

L’uomo di oggi ricorre poco al sacramento della confessione non perché sia meno peccatore di quello di ieri, ma perché si vergogna, come ogni uomo, delle proprie nudità e preferisce nasconderle dietro la foglia di fico di un buon adattamento nel mondo. Di conseguenza la sua reputazione è al sicuro, ma la sua anima lo è molto meno. È un uomo ben adattato ma infelice.

Solo mettendo le proprie nudità nelle mani di Dio e, allo stesso tempo, condividendole vicendevolmente con i fratelli è possibile una vera guarigione interiore. Nel Confiteor, l’atto penitenziale che si fa all’inizio della messa, diciamo “confesso a Dio Onnipotente e a voi fratelli e sorelle che ho molto peccato”; non confessiamo solo davanti a Dio i nostri peccati ma davanti a tutta la comunità. Le proprie nudità quindi vanno mostrate non solo a Dio ma anche ai fratelli. Solo così è possibile guarire interiormente. Invece ci viene più facile nascondere le nostre nudità e mostrare quelle degli altri attraverso il gossip ed il chiacchiericcio sterile, in questo modo feriamo la carità fraterna e ci allontaniamo da Dio. 

Il Paradiso è pieno di miserabili, è pieno di scartati dal mondo ma accolti dal Padre.




martedì 10 febbraio 2026

Il combattimento con il male

Ci stiamo avvicinando alla quaresima, a quel tempo liturgico caratterizzato dal combattimento spirituale contro il male. La quaresima è il periodo in cui Gesù viene spinto dallo Spirito nel deserto per essere tentato da Satana o, se vogliamo usare il linguaggio del Libro di Giobbe, è il tempo in cui Dio autorizza Satana ad agire contro l’uomo, a mostrarsi in quanto male, di modo che l’uomo invocando l’aiuto di Dio possa essere salvato.

Per parlare del male dobbiamo lasciarci guidare dalla Scrittura, da ciò che Dio ha rivelato all’uomo. Non possiamo usare solo il nostro intelletto per comprendere il mistero del male, poiché razionalmente il male lo possiamo concepire solo come una privazione di bene, come la mancanza di qualcosa che dovrebbe esserci (come dice Sant’Agostino). Per il nostro intelletto non è possibile concepire una mancanza, una privazione, un vuoto: sarebbe una contraddizione in termini. Possiamo conoscere solo ciò che, andandosene, ha lasciato un vuoto. Questa è l’ennesima dimostrazione di come l’intelligenza umana sia fatta per contemplare la Verità, la Luce, per contemplare Dio, come ha evidenziato più volte nella sua attività divulgativa il compianto Prof. Antonio Zichichi. È una contraddizione in termini dopo aver fatto luce tramite le scienze sui fenomeni terreni, sostenere che quella luce ha avuto origine dal nulla. Questa antinomia è tipica di chi, come ricordava il Prof. Zichichi, parla di scienza senza averla mai praticata. Perché la scienza quando la si pratica permette all’uomo di godere di quella contemplazione della verità che lo avvicina a Dio. Quando invece non la si pratica la si usa come strumento di ideologia politica, come clava per distruggere la verità nel cuore dell’uomo. La cultura moderna - che ha avuto origine con l’illuminismo - usa la scienza come strumento di lotta politica e così facendo la snatura perché la rende di parte (solitamente di parte progressista), mentre la verità non può essere identificata con nessuna fazione politica. La rivoluzione scientifica iniziata nel 1500 non ha niente a che vedere con i deliri pseudoscientifici che due secoli più tardi l’illuminismo ha introdotto nel mondo e che purtroppo sono diventati il putrido humus culturale del quale l’uomo occidentale per secoli si è nutrito e che ha condannato l’Europa al declino antropologico, culturale, politico ed economico del quale oggi sembrano esserci flebili, ma incoraggianti, barlumi di consapevolezza.

Breve inciso - fin quando stiamo sulla terra non possiamo disinteressarci delle cose terrene, non possiamo fare come i luterani che guardano solo il cielo ignorando la terra. Molti cristiani oggi sono sostanzialmente luterani, tengono gli occhi fissi al cielo. Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo (At 1,6-11). Pertanto, se siamo eredi di una civiltà terrena abbiamo l’obbligo di custodirla; ma, allo stesso tempo, non dobbiamo nemmeno usare le cose spirituali solo in virtù dei benefici terreni che possiamo ricavarne, perché tutto ciò che è terreno prima o poi finirà. È necessario coltivare un sano strabismo: un occhio alla terra ed uno al cielo.

Fatta questa premessa, entriamo negli aspetti morali e spirituali del male.

Per poter procedere con il discorso sul male dobbiamo seguire la Scrittura. Da essa apprendiamo che il male è un ente spirituale dotato di intelligenza e volontà proprie. Lo si potrebbe definire una persona se non fosse altro che il termine “persona” richiama l’immagine e la dignità del Figlio, immagine e dignità che Satana non ha più. Non a caso la Scrittura lo raffigura con immagini poco edificanti: serpente che striscia, porci che si gettano giù per una rupe, ecc.

Satana non ha più la dignità di creatura, ma possiede la volontà e l’intelligenza per agire costantemente in contrapposizione alla volontà di Dio. Agisce contro la volontà di Dio solo relativamente, non in assoluto. Il male che Satana compie è permesso, e quindi, in un certo senso, voluto da Dio perché Dio - e solo Lui - è capace di ricondurre quel male all’interno di un disegno di bene più ampio, di cui però Satana non può godere. 

Spiegato più semplicemente: se io non compio la volontà di Dio e quindi mi comporto male, le persone attorno a me subiranno le mie cattive azioni, ma se loro restano fedeli a Dio, Dio convertirà in un bene, per loro, le mie cattive azioni. Permetterà anche (nei tempi che Egli ritiene opportuno) che io subisca le conseguenze delle mie azioni, affinché possa ravvedermi. Qui sta la coesistenza tra il libero arbitrio delle creature e la provvidenza di Dio. Dio conosce già tutte le azioni che compirò fino all’ultimo giorno della mia vita; usa la sua prescienza non per impedire il libero arbitrio delle creature (che è voluto da Dio e che in ogni caso non è assoluto) ma per ricondurre le cattive azioni delle creature comunque in un disegno di bene, di cui gode chi fa la volontà di Dio. Per questo chi si sforza di fare la volontà di Dio non ha nulla da temere; tutto il male che subisce sarà convertito in bene da Dio: "è così grande il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto", diceva San Francesco.

Satana e gli spiriti del male si distinguono però nettamente da tutte le altre creature: per loro non c'è più possibilità di conversione. Pertanto il cristiano è autorizzato a detestare, a disprezzare, ad odiare il male in tutte le sue forme perché su Satana pende in eterno, senza possibilità di remissione, l'ira di Dio. Il cristiano non deve identificare una persona con il male che esse compie, ma deve combattere il male senza alcun compromesso, giustificazione o sentimentalismo; e in primis lo deve combattere dentro di sé, altrimenti cadrebbe nel moralismo.

Ora un lettore attento potrebbe porsi una domanda: come fa il male ad essere allo stesso tempo un ente autonomo rispetto a me e ad essere anche dentro di me?

Risposta: noi generiamo il male, non lo creiamo dal nulla. Il male preesiste altrimenti noi non potremmo nemmeno generarlo, allo stesso modo in cui un figlio preesiste nelle cellule sessuali dei genitori (dal punto di vista corporeo) e nella mente di Dio (da un punto di vista spirituale). Il male non preesiste nella mente di Dio, che non lo vuole in termini assoluti e, d'altra parte, il male assoluto nemmeno esiste. Esiste solo il Bene assoluto, Dio e Satana non sono due enti che si combattano sullo stesso livello. Un solo è Dio, il Sommo Bene, il male non è sul piano di Dio pertanto è sempre relativo e mai assoluto. Il male preesiste come un possibile esito della libertà delle creature - e solo in questa accezione è voluto da Dio - e siccome esistono creature che, a differenza dell'uomo, sono puri spiriti esiste di conseguenza anche il male come ente spirituale a se stante.  

Per comprendere meglio come noi generiamo il male accondiscendendo ad esso sul piano spirituale, userò un’immagine tratta dal cinema. Negli anni 90' c'era un film di fantascienza (di cui non ricordo il nome) nel quale un alieno, con intenzioni malevoli, agiva sulla terra. Questo alieno per potersi riprodurre assumeva le sembianze di una donna avvenente e seduceva gli uomini; una volta raggiunto lo scopo della riproduzione sessuale, mostrava la sua vera natura mostruosa ed uccideva il mal capitato partner.

Allo stesso modo il male si comporta con noi, assume sembianze dilettevoli e poi si impadronisce del nostro spirito, della nostra psiche e persino del nostro corpo. E ci accorgiamo che il male ha creato dei legami in noi quando, come dice l'Apostolo, non facciamo il bene che vorremmo ma il male che non vorremmo. Questo è il modo in cui noi generiamo il male e siccome il male crea legami poi ne diventiamo schiavi. Tutta la missione di Cristo è finalizzata a liberare l'uomo dai lacci spirituali del male. Se Cristo nel Vangelo compie qualche guarigione fisica è solo per richiamare l'uomo al più alto combattimento spirituale. Non è del male fisico (la morte e le malattie del corpo) di cui Cristo si preoccupa, nemmeno del male psicologico (le sofferenze emotive conseguenti ad immagini distorte di noi e degli altri che abbiamo interiorizzato), ma del male spirituale, ovvero dei legami che abbiamo allacciato con Satana e da cui solo Cristo può liberarci. Non che Dio non abbia compassione per le sofferenze fisiche e psicologiche, ma queste sofferenze non privano l'uomo del regno dei cieli, anzi, spesso facilitano l'incontro con Cristo. Motivo per cui Dio non sempre le toglie. 

Solo il male spirituale può privare l'uomo dell'incontro con Dio, che è Spirito. Di qui l'invito costante di Cristo nel Vangelo a pregare, a vegliare, a rispettare i comandamenti di Dio, non formalmente, ma seriamente fino al punto da inchiodare sulla croce la natura umana.  

È una battaglia vera, e come in tutte le battaglie anche in quella spirituale bisogna accettare di riportare qualche ferita, che poi sarà lenita da Gesù, da Maria e da tutta la corte celeste. Quindi ne vale la pena.

Come in tutte le battaglie, anche in quella spirituale è necessario avere con sé un’arma, l’unica arma: la Parola di Dio.

domenica 8 febbraio 2026

La diagnosi psichiatrica come alibi

Uno degli effetti collaterali più seri dell’eccessiva psicologizzazione della nostra società è l’uso delle etichette diagnostiche come alibi per non assumersi la responsabilità delle proprie azioni. 

Non sono io a comportarmi così, ma è la mia depressione…Non sono io ad essere aggressivo, è l’ADHD, ecc.

Solo gli atti compiuti in uno stato di grave scompenso psichico sono da imputare ad un disturbo psichiatrico. Ma questi scompensi sono rari - solitamente le persone in questo stato necessitano di un ricovero -, nella maggior parte dei casi il disturbo mentale è “compensato”, cioè non priva del tutto la persona che ne è affetta della lucidità e della cognizione necessarie per gli atti della vita di ogni giorno.  

Pertanto, anche se abbiamo un disturbo mentale siamo sempre noi responsabili di ciò che facciamo con quel disturbo. È importante dare questo messaggio anche in un’ottica terapeutica. Ad esempio, un paziente depresso che con lucidità e premeditazione decide di suicidarsi è da ritenersi responsabile del suicidio - lui e non la depressione -, perché avrebbe potuto affrontare la propria sofferenza in altri modi, ma ha deciso di affrontarla togliendosi la vita (e scaricando così il proprio dolore sulle persone rimaste in vita). 

Lo stesso discorso ovviamente vale per l’aggressività eterodiretta. La persona che compie un atto violento contro qualcuno o contro qualcosa, rimane responsabile di quell’atto (ed eventualmente imputabile dal punto di vista giuridico) anche se soffre di un disturbo mentale caratterizzato da un discontrollo degli impulsi. 

La diagnosi psichiatrica, come tutte le diagnosi mediche, ha una funzione di natura terapeutica e non morale. Sapere che sono affetto da depressione (o da qualsiasi altro disturbo mentale) mi serve solo in funzione delle terapie a cui mi devo sottoporre e non a giustificare moralmente i miei comportamenti. 

Non si vuole coltivare una visione del tutto-o-nulla, chiaramente un’intensa sofferenza mentale può attenuare la responsabilità di certe azioni. Tuttavia, è da rigettare quel determinismo per cui esisterebbe un nesso di causa ed effetto tra un disturbo mentale ed un comportamento specifico. Tale determinismo è spesso alimentato dalle stesse scienze psicologiche, le quali cercano, giustamente come tutte le scienze moderne, nessi di causa-effetto tra i fenomeni. Tuttavia la ricerca di questi nessi deve essere sempre circoscritta all’interno di ambiti precisi: come ad esempio, una terapia psicologica e la conseguente guarigione da un disturbo. Una tale causalità non può però essere estesa ad ogni comportamento umano, perché la volizione e la cognizione sono influenzate anche da componenti morali e spirituali che non sono suscettibili di analisi psicologiche.

Altrimenti il rischio è di usare la diagnosi psichiatrica per alimentare un’irresponsabilità che non solo non è giustificata da un punto di vista morale (ed eventualmente giudiziario) ma che è anche anti-terapeutica. 

Di fronte ad una diagnosi psichiatrica, assumersi la responsabilità della propria guarigione è un atto morale e non psichico. Chi è malato ha l’obbligo morale di sottoporsi alle cure come anche di tollerare la sofferenza (che fa parte della vita di ogni uomo) senza “agirla” contro se stessi o contro gli altri.